Don Matteo Zuppi (Gennaio 2019 – 7 – Corriere della Sera)

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(Intervista pubblicata il 3 gennaio 2019 su 7 – Corriere della Sera).
Al volante c’è Don Sebastiano, che per la disinvoltura con cui affronta le rotonde ghiacciate viene immediatamente ribattezzato don Sebastian
Vettel, come il pilota di Formula Uno. Sul sedile posteriore ci siamo io e l’arcivescovo di Bologna, Sua Eccellenza Reverendissima Matteo Maria Zuppi, che tutti chiamano semplicemente don Matteo, come il personaggio tv interpretato da Terence Hill. Doppio Binario tra messe, ospizi e schitarrate. Don Matteo è prete di strada, parro- co di periferia, vescovo degli ultimi, uno di quei pastori che, come ama dire papa Francesco, «ha addosso l’odore delle pecore». È proprio Bergoglio ad averlo voluto tre anni fa a Bologna. Ha una militanza granitica nella Comunità di Sant’Egidio, baluardo cattolico del dialogo tra le religioni e della pace tra i popoli. Per dire: nel 1992 fu tra i negoziatori della pace tra il governo e i guerriglieri in Mozambico. Recentemente ha detto: «Bisogna costruire ponti, non muri». Parla con lieve cadenza romanesca e alterna citazioni bibliche a gag popolaresche. Facciamo appena in tempo a dare un titolo al nostro incontro(Possiamo ancora dirci cristiani?) che, zigzagando nel traffico bolognese, arriviamo alla casa di accoglienza per anziani “Beata Vergine delle Grazie”. Ci accoglie don Raffaele, parroco di zona, e ci porta in una grande sala: un altare improvvisato, cinque file di vecchietti in carrozzina. Amici e parenti in piedi. Don Matteo è un habitué. Appoggia il microfono sul mento e comincia la messa: «Il Signore non viene a fare il castigamatti. Sape- te, a certi uomini piace fare i castigamatti per sentirsi importanti». Prosegue parlando dell’umiliazione prova- ta dagli anziani per non essere autosufficienti, per non sentirsi importanti, «scarti, come direbbe Francesco». Cioè il Papa. Spiega, scandendo lentamente le parole, l’importanza della speranza. Conclude: «Qui c’è più cuore che in tanti posti importanti e chic della città». Finita la cerimonia è il momento dei doni: una ricetta, dei cioccolatini, due poesie. Viene consegnata anche una torta di riso. Don Matteo riprende il microfono: «Ma in questa torta ci va il “kermes”? E soprattutto, sto “kermes” lo fanno ancora?». Le vecchiette annuiscono. Don Sebastiano, il segretario dell’arcivescovo, scuote la testa: «Gliel’ho detto cento volte che il liquore per i dolci si chiama Alkermes, ma niente…». Ci appartiamo in una stanzetta. Don Matteo attacca: «Lo sa che oggi in Italia, secondo l’Istat, il 13% dei bisognosi non sa a chi chiedere aiuto?».
Vuol dire che lo Stato è spesso assente?
«Non solo. Vuol dire anche che i rapporti familiari sono sempre più rarefatti».
Oggi anziani e disabili sono un po’ esclusi dal discor- so pubblico. Vengono quasi nascosti.
«Perché a un certo punto ci appaiono brutti e ci ricordano l’insicurezza. Molti nonni sono un punto di riferimento per gli adolescenti, ma quando il prodotto si ammacca, diventa un problema. Si fa fatica a stare accanto alla sofferenza. È un atteggiamento figlio del benessere, che ti stordisce. Vedere chi sta male ti ricor- da il limite del tuo benessere».
Don Matteo, malgrado il ruolo, è decisamente agli antipodi di quel clero capitolino che sfoggia ori sgar- gianti e appartamenti con corridoi che sembrano piste di atterraggio. Attualmente vive nella struttura che ospita i preti in pensione. Spiega: «Ho sempre vissuto in comunità». Sta il più possibile per strada, in mezzo agli esseri umani. Dice: «Sarò stupido, ma a me non basta un’informazione orecchiata per capire. Abbiamo bisogno dei cinque sensi per mettere in moto il vero se- sto senso che è l’amore, il cuore che fa scegliere bene». Sembra una lezione per i politici. Cominciamo a parlare della tendenza a sfoggiare il proprio benessere, anche sui social network.
Che male c’è? Si lavora, ce la si gode…
«Sul discorso del godersela sarei anche d’accordo e sciogliamo un equivoco: nel Vangelo non si dice che se vuoi meritare qualcosa devi soffrì. Il Vangelo vuole la gioia e la pienezza dell’uomo. Ma non bisogna farsi fregare: la felicità non te la dà il possedere di più. Spesso è proprio avendo a che fare con i limiti e le fragilità di chi ci sta intorno che ci si accorge, anche dolorosamente, di che cosa è solo apparenza e di che cosa è sostanza».
Don Matteo viene portato al cospetto di Laura, 107 anni. La abbraccia e le sussurra una parola di conforto. Un minuto dopo siamo intorno a un tavolo. Gli viene srotolato davanti il progetto per una nuova casa di cura. Lui prima scherza sulla prassi («È sempre così: dopo la messa, l’affare…»), poi cambia tono: da bonario sorri- dente si fa professionale. Fa obiezioni puntute. Chi ha letto l’articolo di Milena Gabanelli sulla vicenda Faac sa che Zuppi ha idee precise sulla gestione dell’economia. Un breve riassunto: la Faac produce cancelli automatici. Quando qualche anno fa il proprietario Michelangelo Manini è morto, ha lasciato il 66% dell’azienda all’Ar- cidiocesi di Bologna, che con rigide linee guida ne ha fatto un esempio di impresa florida, attenta al welfare dei lavoratori e con un occhio ai bisognosi del territo- rio. Ricordo a Zuppi il titolo dell’articolo: Il capitalismo nel nome di Dio funziona. Sorride: «La particolarità di quell’esperienza è che tutti gli utili sono investiti per il bene comune. La parte che resta alla proprietà viene spesa per la ricerca e la protezione dei lavoratori. La preoccupazione più grande è che l’azienda abbia i mezzi per tutelare i dipendenti nei momenti in cui il mercato non va bene. Anche se a Bologna il tasso di disoccupa- zione è circa la metà del dato nazionale, il problema del lavoro si fa sentire. Per questo la Diocesi e il Comune hanno avviato il progetto Insieme per il lavoro».
Che cosa sarebbe?
«Abbiamo messo intorno allo stesso tavolo l’ammi- nistrazione locale, Confindustria, Confartigianato, le cooperative e i sindacati per dire: dalla crisi si esce insieme».
Che cosa pensa del reddito di cittadinanza?
«Non c’è dubbio sul fatto che serva un sostegno, ma l’importante è che tutto sia mirato davvero a trovare lavoro. Il nodo è tutto lì. La dignità…».
La dignità? Oggi molti lavori hanno ben poco di dignitoso: sottopagati, ultraprecari…
«Dobbiamo fare di tutto perché la logica del mercato non umili le persone. Nella speculazione si perde il legame con il lavoratore. Il lavoro per l’uomo e non l’uomo per il lavoro. Il valore è la persona. C’è questo al centro dell’umanesimo cristiano e della dottrina sociale della Chiesa».
Lo fermo. Gli dico che se continua così, letta l’intervi- sta, a qualcuno potrebbe venire in mente di candidarlo alle primarie del Pd. Glissa sorridendo. Sorvola anche su alcune polemicucce legate al fatto che non tutti i vescovi hanno le sue posizioni. Soprattutto in tema di rapporti con l’Islam.
Stessa Chiesa, diverso atteggiamento nei confronti dell’Islam. Non si rischia di confondere i fedeli? «Certo. Per prima cosa non dobbiamo approcciarci all’Islam come se fosse un tutt’uno. E di sicuro non possiamo considerare ostili i musulmani. Quando lo facciamo aiutiamo la strategia del fondamentalismo che prolifera solo se ha nemici o se incontra gente che non crede più a niente».
In questo periodo dell’anno fioccano polemiche sulle tradizioni religiose. C’è chi impugna il presepe come una clava.
«È un errore. Ma è sbagliato anche pensare che l’acco- glienza consista nel cancellare il presepe. L’accoglienza la si fa con quel che siamo e con quel che si ha». L’accoglienza. Oggi in Italia si parla più di alzare muri, respingere navi, imporre rimpatri…
«Quello dei migranti è un fenomeno epocale. Una persona che bussa alla nostra porta col disperato desiderio di avere un futuro dovrebbe portarci a dire: “Costruiamolo insieme questo futuro”».
Buonista.
«Buonista? Io sono contro il buonismo e non faccio sen- timentalismi. Ma vorrei che fossimo buoni e concreti». La Lega di Matteo Salvini dice che “non ci sono risor- se per tutti, quindi… prima gli italiani”.
«La stessa Confindustria sostiene che abbiamo bisogno di manodopera… Bisogna sottrarre questi argomenti alla propaganda politica. Invece di andare avanti con frasi fatte ed emergenze dovremmo capire che un governo serio dovrebbe mettere in pratica politiche adeguate sull’Africa. Quando cominciamo a pensare che stiamo bene se riusciamo a conservare quel che abbiamo, vuol dire che siamo diventati vec- chi e che non abbiamo futuro».
Lo straniero fa paura.
«La paura non può essere ignorata. Ma non possiamo rincorrerla, né giustificarla».
Qualche settimana fa, durante un comizio romano della Lega, un ragazzo è stato fermato dalla polizia perché sventolava un cartello con su scritto: Ama il prossimo tuo.
«Per quale motivo è stato fermato?».
Evidentemente è stato considerato provocatorio.
«Quella è una frase evangelica che unisce tutti. C’è qualcosa che non va».
Già. Emarginazione, sfruttamento della “persona umana” sul lavoro, muri contro i migranti. Possiamo ancora dirci cristiani?
«Dobbiamo. Sono le nostre radici più autentiche e profonde».
Sembrano perdute.
«Rischiamo di deformarle e di farne una caricatura, è vero. Dobbiamo sottrarci alla logica dello scontro e dell’aggressività, perché l’Italia ha una grande riserva di umanità».
Don Sebastiano fa sfrecciare l’arcivescovo-mobile sulla tangenziale. Arriviamo in una casa della carità gestita da due suore carmelitane minori che ospita disabili e persone in difficoltà, sole. Zuppi viene accolto da un manipolo di diaconi, parroci locali, cappellani e chierichettoni. Ne abbraccia uno anzianissimo, Matteo.
Si scherza su quale sia più buono tra i due Mattei. Mi spiegano che è una gag che si ripete da anni. C’è un ragazzino vestito da Spider Man che sgattaiola tra le tonache.
Zuppi, lei ha vissuto un’infanzia casa e chiesa?
«Eravamo una famiglia molto cattolica. Io ho cinque fratelli. Mio padre lavorava all’Osservatorio della Dome- nica, un settimanale vaticano».
Ha trascorso molto tempo in zona Cupolone? «Andavamo in Vaticano per fare la spesa. Essendo una famiglia numerosa era un bel risparmio».
Quando ha cominciato la sua militanza cattolica?
«A quindici anni circa. Nel 1971, con la Comunità di Sant’Egidio. Mi ci portò un mio compagno di classe del Liceo Virgilio».
Prime attività?
«Andavamo nelle borgate fuori dal centro storico per portare istruzione. Cercavamo di proteggere chi rischiava di rimanere preda di altri maestri più convincenti: la droga e la malavita».
La sede principale di Sant’Egidio è nel quartiere Trastevere. Lei è rimasto a fare il parroco in quella zona per quasi trent’anni, poi nel 2010 è andato nella periferia di Torre Angela.
«Per soli due anni, troppo poco. Lì il rischio è che la solidarietà tipica delle borgate si disintegri per fare spazio a un modello di periferia anonima, sbandata».
L’integrazione con i migranti soprattutto in periferia è complicatissima.
«L’integrazione è sempre esigente, a volte difficile. Ci sono certe integrazioni degli italiani con la stessa Italia che non sono ancora scontate: basta vedere come ci comportiamo con il Fisco e in generale con i beni comuni».

Categorie : interviste
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