Luigi Bordoni (Sette – febbraio 2014)

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(Intervista pubblicata il 21 febbraio 2014 su Sette – Corriere della Sera).
Luigi Bordoni, 73 anni, presidente di Centromarca, è il custode severo dei prodotti griffati appollaiati sugli scaffali dei supermercati: cibi, articoli per la casa e prodotti per l’igiene, liquori e cioccolatini… Li protegge dall’invasione No logo, dalla concorrenza dei discount e dalle insidie mediatiche delle associazioni che difendono i consumatori.
A sorpresa, Bordoni non è un ultrà del consumismo. Figlio di commercianti di pelli, se lo provochi sui danni ambientali causati nella Terra dei fuochi dagli incendi di pellami, replica: «Porto ancora delle scarpe che faccio risuolare da quarant’anni». E non ama nemmeno il turbo capitalismo finanziario. Quando gli chiedo quale sia la sua canzone preferita cita il tema della forgiatura de L’oro del Reno di Richard Wagner e spiega che nessun brano musicale rappresenta meglio i disastri che la ricerca ossessiva del successo finanziario può causare.
Bordoni sfoglia tabelle, cita dati, elenca classifiche. Spiega che lo sviluppo dei discount si è fermato e che nella Penisola i prodotti No logo hanno attecchito in percentuali minuscole. «Fortunatamente gli italiani hanno imparato a consumare in maniera sobria. Cioè a comprare meno, stando attenti alla qualità ma…». Ma? «I consumi sono in calo da sei anni. La situazione è preoccupante. Anche perché il potere d’acquisto dei consumatori è sempre più ridotto. È una tendenza strutturale. Difficilmente si tornerà ai consumi disinvolti di anni fa». Lo provoco.
Forse il potere d’acquisto dei consumatori si è ridotto proprio perché la spesa nei supermercati è sempre più cara?
«No, da molti anni i prezzi dei prodotti di largo consumo sono aumentati meno dell’inflazione. E, infatti, i margini di guadagno si sono ridotti. Si fa meno pubblicità e meno ricerca».
Se così fosse…
«…mi lasci finire. Quel che aumenta con percentuali allarmanti è il prezzo delle bollette di luce e gas, e delle tariffe dei servizi municipali. Tutte prestazioni spesso fornite da società che non operano in regime di concorrenza».
A Roma, le aziende che gestiscono i servizi municipali sono state anche luogo di assunzioni clientelari e scandali. L’Atac, l’Ama…
«Se ci fosse più concorrenza ci sarebbero meno scandali. E tornando alle tariffe: a Milano il biglietto della metro è aumentato del 50% da un giorno all’altro e intanto piove nelle carrozze, i riscaldamenti sono sfasciati… Secondo lei una cosa simile potrebbe succedere col prezzo e con la qualità di uno shampoo?».
Immagino di no.
«Nel mercato dei beni di largo consumo la concorrenza è spietata e protegge i consumatori… Perché questa dinamica non regna anche nel mondo delle tariffe e dei servizi?».
Si dia una risposta.
«Perché nessun governo ha lavorato davvero a un piano di liberalizzazioni».
Le lenzuolate di Bersani…
«Hanno avuto buona eco. Ma hanno prodotto poco, rispetto a quel che servirebbe. Le lobby e le corporazioni hanno puntato i piedi. E poi ormai mi sembra evidente che cominciare le liberalizzazioni dal sistema dei trasporti non è proficuo: quelli bloccano le città. Un buono stratega inizierebbe colpendo altrove. Comunque c’è un problema più grave…».
Quale?
«L’interesse collettivo sembra non essere minimamente nella testa dei politici».
Suggerisca un provvedimento nell’interesse collettivo.
«Ridurre subito le tasse sul lavoro».
È un mantra trito. Non ci sono i soldi per questa riduzione.
«Sarà, ma un lavoratore con più soldi in tasca fa anche ripartire i consumi».
Negli ultimi anni le tasse sono aumentate. È aumentata anche l’Iva.
«L’ho detto e ridetto che l’aumento dell’Iva non avrebbe aumentato il gettito. Quel provvedimento fa venire in mente una sola domanda: la classe politica è capace di mandare avanti il Paese? Mi pare di no. E allora che facciamo?».
Il suo discorso sta prendendo un’audace deriva grillina…
«Macché. Non credo che certi movimenti populisti potrebbero assumersi la responsabilità del governo. Siamo alla disperazione. In politica li abbiamo provati tutti: imprenditori, magistrati, professori. Forse è l’ora dei manager».
Si riferisce alla discesa in campo di Corrado Passera?
«No. Mi riferisco al fatto che molte multinazionali stanno tagliando del 50% i costi in alcuni settori. E invece, quando i politici parlano di tagli alla spesa pubblica riducono gli interventi agli spiccioli. Così sono capaci tutti. E ora che ci penso, invece, difficilmente vedrei bene i nostri politici di professione, tipo D’Alema, riciclarsi come manager».
Questa è una crudeltà.
«Forse è ora di portare l’efficienza, il merito e il ruolo dei manager industriali al centro dell’agenda politica e culturale del Paese. Sarebbe una novità visto che i partiti marxisti e quelli di ispirazione cattolica hanno sempre guardato con sospetto le imprese. Quando vengo invitato nelle università, lo dico sempre: il lavoro o lo crea l’impresa o bisogna inventarselo».
Come si inventa un lavoro?
«Osservando il mercato, cercando di capire di che cosa c’è bisogno. Gli extracomunitari lo fanno. I nostri ragazzi, invece, pensano ancora che il lavoro debba calare dall’alto».
Il suo primo lavoro?
«Mi ero da poco laureato in Giurisprudenza e stavo per cominciare a fare l’avvocato, leggendo il giornale trovai un’inserzione: cercasi laureato per un grande gruppo industriale».
Qual era il gruppo industriale?
«La Fiat, a Torino. Cominciai con l’ufficio vendite, poi passai al marketing. Era l’industria sobria di Vittorio Valletta. Ma in ufficio c’era molto poco da fare. Bisognava un po’ far finta di lavorare. Qualcuno girava fogli tutto il giorno».
Modello Fantozzi.
«Dopo un po’ venni preso alla Unilever, la prima multinazionale a sbarcare in Italia. Passai da un ambiente provinciale a un ritmo internazionale. Ci dicevano di andare in piscina per sviluppare la creatività. Partecipai al lancio pubblicitario del detersivo All: avevamo una dotazione economica astronomica».
Fu un successo?
«No, un flop incredibile».
Quando è approdato a Centromarca?
«Alla fine del 1974. Prima andai in America un paio di mesi per studiare come funzionavano lì i movimenti in difesa dei consumatori che stavano arrivando anche in Italia».
Molti marchi italiani negli ultimi anni sono stati comprati da imprese straniere.
«È sempre meglio un’azienda comprata da investitori esteri che un’azienda fallita».
Lei ha mai fatto politica?
«No, mai».
Ha intenzione di fare politica?
«È un’attività non compatibile con il mio incarico».
A cena col nemico?
«Con Beppe Grillo. A differenza di me, non è né quadrato né razionale».
Ha un clan di amici?
«Ho molti amici. Il più antico è Mario, che vive di rendita».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Uhm… È la domanda più difficile che mi sia mai stata fatta… Rendere troppo evidenti i miei sentimenti».
Lei è sposato?
«No, ma non sono single».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Rispondere a quell’annuncio della Fiat».
Che cosa guarda in tv?
«Soprattutto film».
Il film preferito?
«Quello che mi ha impressionato di più negli ultimi anni è Blancanieves di Pablo Berger».
Il libro?
«Trinità per atei di Bruno Forte. L’ho dovuto sfogliare tre volte per capirci qualcosa. Da un po’ di anni leggo soprattutto saggi di teologia».
Lei è cattolico?
«No. Ma credo che l’unica dimensione che ci è stata concessa è quella di cercare: non so, quindi cerco. Recentemente sono stato spesso in Paesi buddhisti».
Sa che cos’è Twitter?
«Sì, ma non cinguetto».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Circa un euro».
Conosce i confini dell’India?
«Pakistan, Cina, Nepal, Bangladesh…».
L’articolo 12 della Costituzione?
«Sono laureato in diritto costituzionale, ma non lo so».
È quello che descrive il Tricolore.
«Ah. I simboli per me sono molto importanti. E in questo periodo storico purtroppo stanno perdendo forza».

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