Enrico Brignano (Sette – dicembre 2016)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 9 dicembre 2016).
Prove, ultimi ritocchi. La platea è ancora vuota. Il palco senza arredo. Enrico Brignano, classe 1966, è seduto in prima fila, con un microfono in mano. Si gira verso di me: «Vede queste poltroncine morbide e calde? Conciliano il sonno. Ogni tanto, durante lo spettacolo, me la prendo con gli spettatori che si stanno per appisolare». Ride. Poi, rivolto al suo assistente: «Tutti in scena». Arrivano gli attori e i ballerini. Si fa il punto sugli errori della sera prima. Brignano, autore, attore, regista e capocomico srotola consigli, suggerisce intonazioni, puntualizza le posizioni e i movimenti. Manca mezz’ora all’apertura del sipario per la quarta replica bolognese di Enricomincio da me, un’immersione autobiografica che ripercorre trent’anni di carriera del performer romano.
Brignano in tv è stato presentatore/predicatore anti-casta con le Iene e matador di vizi domestici a Zelig. Al cinema interpreta spesso l’innamorato pacioccone e/o imbranato. In teatro, invece, sbanca i botteghini da anni con i suoi one man show. Chiedo: c’è un copione blindato o ogni sera ti concedi una parte di improvvisazione? Replica: «Improvviso nei primi dieci minuti, quando scendo in platea e interagisco col pubblico. Il resto è tutto scritto». Domando: «C’è molta politica?». Risponde: «No. Anche perché dovrei star dietro all’agenda di Palazzo e aggiornare il testo ogni giorno. Preferisco la comicità di costume alla satira politica». Ecco, Brignano non è esattamente un fan dei colleghi “satirici”: «Conosco tanti malati di satira. Inguaribili. Si auto-celebrano fino a rovinarsi. Prima cominciano a dire che la satira non deve far ridere per forza. Poi che è proprio meglio se non diverte, perché lo scopo principale è scuotere. Infine cominciano a sbracare sui tempi, si allungano sproloquiando. E quando li chiudono o non li mandano più in scena, gridano contro il potere inquisitore».
Facciamo qualche nome…
«Non c’è bisogno».
Daniele Luttazzi…
«Luttazzi era spesso al limite: bere mestruo, gingillarsi con escrementi…Quante persone possono venire a vederti se fai queste cose?».
È lo stile dei grandi comedian anglosassoni.
«Negli Stati Uniti hanno un tipo di comicità più aggressiva. Ho assistito a molte performance di celebri comedian: il pubblico si sganascia dalle risate, ma l’espressione più carina che si sente è “buco di culo”. In Italia serve altro».
C’è chi dice: i satirici prendono a sberle il pubblico per educarlo, i Brignano lisciano il pelo con un umorismo più facile.
«A chi lo dice, replico: “Arivace te a trent’anni di carriera. Campace te, facendo lavorare ogni sera cinquanta persone, riempiendo le sale per più di cento giorni all’anno».
Come si arriva a stare trent’anni sul palcoscenico?
«Anche curando la “larghezza” del proprio linguaggio, l’accessibilità…Quest’ultimo spettacolo lo abbiamo scritto in sei. Abbiamo passato al setaccio ogni aggettivo. A me non interessa fare satira e lasciare l’amaro in bocca a chi mi viene a vedere. Io sono felice se regalo una serata piacevole a un uomo o a una donna che hanno un lavoro faticoso e si vogliono rilassare. E magari vengono a teatro con i genitori, o con i figli. Perché devo far sentire parolacce a non finire? I palasport non si riempiono né con raffinati testi di satira politica, né con un turpiloquio eccessivo».
Nel trailer del film di Natale di cui lei è co-protagonista, Poveri ma ricchi, Christian De Sica dice: «La sapete quella del pappagallo che je sudano le palle?».
«Ne abbiamo parlato con il regista Fausto Brizzi. Purtroppo nel trailer sono concentrate tutte le parolacce del film. Ma non è roba pesante. Sono piccole trasgressioni linguistiche che piacciono al pubblico natalizio e che Christian ha nelle sue corde. La vera trasgressione è che Poveri ma ricchi è ispirato a un testo francese…».
Il film Les Touches
«Oltralpe ha sbancato. Hanno già realizzato il sequel e credo che stiano lavorando alla terza pellicola della serie. Ammetto che mi sono infilato nel carrozzone natalizio perché c’era Fausto alla regia e perché c’è un accordo che mi permetterà di girare anche un altro film».
Quale altro film?
«Lo stiamo scrivendo. Parla di immigrazione clandestina e di terrorismo».
In teatro lei ha portato in scena Rugantino
«…Siamo sbarcati anche a Broadway. E nel 2014 ci abbiamo vinto il Biglietto d’Oro. Il premio per chi fa più incassi…».
Ha mai pensato di interpretare qualcosa di meno popolare e di più “alto”?
«In passato l’ho fatto. E nel 2016 ho lavorato per riportare Liolà, di Luigi Pirandello al Teatro Argentina di Roma, dopo cento anni. Dopo aver progettato tutto, ci hanno comunicato che l’incasso massimo sarebbe stato di 15.000 euro a sera. Una cifra che non sarebbe stata sufficiente nemmeno a rientrare delle spese. Ci siamo arresi. Anche perché la Regione Sicilia, a cui avevamo chiesto una mano, ha detto di non avere più fondi. Probabilmente hanno speso tutto per gli stipendi dell’esercito di forestali…».
Ecco il Brignano para-grillino.
«So che il M5S ogni tanto usa qualche mia foto con frasi anti-casta. E quindi dicono che sono grillino. Ma non lo sono».
Gli editoriali che interpretava alle Iene avevano un sapore pentastellato ante-litteram.
«Me la prendevo con gente come Gabriella Carlucci, parlamentare berlusconiana che parcheggiava sul marciapiede. Roba da mandarla in esilio su Marte».
La critica tv non apprezzò. Le diedero del qualunquista.
«Tra i critici ci sono alcuni codardi: spesso scrivono senza neanche guardare l’oggetto dei loro articoli. Molte cose previste anni fa da Grillo comunque si sono rivelate vere. Ma Beppe usa un linguaggio ancora eccessivo, fa paura. Per conquistare anche il voto delle famiglie che hanno il nome fuori dalla porta scritto su una placca di ottone bisogna usare termini meno aggressivi. E poi molti del M5S si sono rivelati pressappochisti».
Di chi parla?
«Di chi ha raccolto firme false a Palermo. È fuori legge. Non si fa. Punto».
Da romano, la Roma di Virginia Raggi.
«Immobilismo totale. Un massacro».
Deluso?
«Molto. Forse era la più onesta tra quelli che si sono candidati a guidare la Capitale, ma non ha il polso necessario per rompere le resistenze. Autobus incendiati, buche ovunque, piste ciclabili abbandonate… A Roma se ti vuoi comprare una macchina devi optare per un fuoristrada. È una città difficile, certo, ma lo sono pure New York e Tokyo, e non sono in queste condizioni. Milano oggi ha un altro passo. Ma persino Napoli sotto certi aspetti è meglio».
Lei torna mai a Dragona, la borgata romana dove è nato e cresciuto?
«Certo, mia madre vive ancora lì. Ogni tanto provo a convincerla a non trascorre il pomeriggio guardando Barbara D’Urso. Ma è anche vero che la D’Urso in tv sembra la Madonna di Civitavecchia, piena di luce. Per una signora anziana che ha fatto le elementari a Palombara, è ipnotica».
I suoi esordi.
«Lavorativi? Mettevo a posto le cassette della frutta nel negozio dei miei genitori. Diciamo che a Dragona non si cominciava da giovanissimi a fantasticare sul futuro. Anche il sogno era un lusso. A casa gli unici libri che avevamo erano I Quindici».
L’enciclopedia.
«Dei poveri. Non aiutava a farsi una gran cultura. Il primo impatto col teatro è stato quando mio padre comprò i biglietti per andare a vedere Rugantino, con Enrico Montesano. Avevo 12 anni. La preoccupazione dei miei genitori era: una volta arrivati in macchina al Teatro Sistina, dove parcheggiamo? La seconda volta fu durante l’ultimo anno di liceo. Andammo a vedere l’Enrico IV interpretato da Salvo Randone».
Qual è stata la prima esibizione della sua vita?
«Sul trenino tra Roma e Dragona. Facevo imitazioni. Una volta diplomato provai a entrare prima all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica, e non mi presero. E poi al Laboratorio di esercitazioni sceniche di Gigi Proietti».
Lì la presero.
«Al secondo tentativo. Al mattino lavoravo come muratore per fare qualche soldo, poi Proietti cominciò a farmi recitare al Teatro Sistina… E allora abbandonai i cantieri edili e decisi di fare solo l’attore».
Domanda finale. A cena col nemico?
«Chi paga?».
Lei.
«Diciamo…Matteo Renzi».
Aveva detto che Renzi non le dispiaceva.
«Ma è diventato amico di Denis Verdini e con la storia delle banche ha perso molta credibilità. Poi col Fertility Day questo governo ha raggiunto livelli minimi. Una campagna da regime: se io non voglio avere figli perché mi devi offendere così?».
Lei sta per avere una figlia.
«Il 24 febbraio. Con lei nascerà anche un nuovo padre. Dovrò imparare il mestiere».
Avete già scelto il nome?
«E certo, dopo mesi di studi sugli abbinamenti con le consonanti del cognome. Non potendo usare i nomi esotici che vanno ora di moda… Jenns… Geffers… Abbiamo optato per Martina».

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Commenti
aldo t. 30 aprile 2017

“Prima cominciano a dire che la satira non deve far ridere per forza. Poi che è proprio meglio se non diverte. E quando li chiudono o non li mandano più in scena, gridano contro il potere inquisitore.” E come esempio viene citato Luttazzi. Ma dico, stiamo scherzando? 1) Luttazzi faceva sganasciare dal ridere. 2) Luttazzi ha sempre detto che la prima qualità, anche per chi fa satira, è far ridere. 3) Luttazzi è stato censurato dalla tv ben due volte per motivi ideologici, cioè per ciò che diceva con la sua satira. Che faceva molto ridere e molti ascolti. La censura fu vera, non immaginaria. La vergogna deve cadere sui censori, non su Luttazzi.

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