Stefano Bollani (Sette – novembre 2016)

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(Intervista pubblicata il 2 novembre 2016 su Sette – Corriere della Sera).
Stefano Bollani, musicista, compositore e intrattenitore, ha 44 anni e una caratteristica fondamentale: se lo piazzi davanti a un pianoforte, si diverte. E ti fa divertire. Incrocia generi, improvvisa, duetta. Per dire: qualche settimana fa, durante lo show di Roberto Bolle, La mia danza libera, in pochi secondi strimpellando ha intrecciato una malinconica aria classica con Fischia il vento e il Ballo del qua qua. Su Youtube si trovano sue esibizioni alla Scala, performance durante i più importanti festival jazz e cazzeggi sfrenati con parodie di pop star.
Lo incontro in un enorme studio televisivo dove sta registrando la sua nuova trasmissione (L’importante è avere un piano, Rai1). È in jeans e scarpe da ginnastica. Prova lo strumento, fa scivolare le dita sui tasti. Tlin, tlon. Si alza e ci trasferiamo nel suo camerino, una stanzetta piuttosto angusta. Si accovaccia sul divano. Vive a Roma da tre anni, ma parla con lieve cadenza nordica. Quando gli dico che vista la mole di spettacoli e concerti annui in cui è impegnato mi sembra decisamente un malato di lavoro, un workaholic, replica che in realtà è un beautyaholic, perché fa solo cose che gli piacciono. Chiosa sorridendo: «È una vita meravigliosa, lo so». Con lo stesso sorriso, un po’ sfacciato, alla domanda su quali siano le sue trasmissioni televisive preferite, risponde confessando candidamente di non possedere un televisore.
Fai la tivvù, ma non guardi la tv?
«Uso i dvd, la Rete… La tv la si può guardare, diventa un problema quando la accendi. Ahah. Non ho nulla contro l’oggetto in sé, ma molto banalmente in tv non trovo le cose che mi interessano».
Le trasmissioni ideali per Bollani.
«Quelle con Lelio Luttazzi degli anni 50, o quelle con Johnny Dorelli degli anni 60… Da piccolo seguivo le repliche. Parliamo di professionisti che sapevano presentare, cantare, suonare… Sapevano fare. Ora chi sa fare non sta più di tanto in tv, va nei teatri o nelle piazze a recitare e a suonare. Io sono un turista della tv».
Toccata e fuga?
«Esatto. Ho realizzato qualche puntata di Sostiene Bollani nel 2011 e nel 2013 per Raitre e ora sette puntate della nuova trasmissione su Raiuno. Vengo e vado. Se ci stai sempre, invece, la tv ti mangia, diventi un personaggio. È un caso che uno come Checco Zalone che suona, canta e fa ridere stia così poco in tv? La televisione è un regno in cui la qualità spesso non premia».
L’eccezione a questa tua regola?
«Maurizio Crozza. Lo guardo su Youtube: è rimasto in televisione malgrado sappia fare qualcosa».
La musica italiana, oggi, dipende dalla tv: si emerge attraverso i talent.
«È una percezione che ha solo chi frequenta il sistema mediatico. I ragazzi che escono da X Factor se va bene vendono qualche disco all’inizio, poi spariscono».
Marco Mengoni vende tonnellate di dischi ed è piantato nello showbusiness europeo.
«Lui, Emma, Alessandra Amoroso… sono eccezioni. Le voglio vedere queste masse che si comprano il biglietto per andare a vedere Valerio Scanu! Su venti che hanno fatto X Factor o Amici diciannove sono condannati a pagare per un bel po’ uno psicanalista: sono giovanissimi, arrivano da tutta Italia accompagnati dai genitori, ma non sono attrezzati ad affrontare il successo. Quando le telecamere si spengono e qualche anno dopo il loro exploit televisivo improvvisamente non li ascolta più nessuno, si deprimono. Quelli che riempiono i locali e i teatri, come i Marlen Kuntz e gli Afterhours che suonano da venti anni, non fanno la tv».
Manuel Agnelli, leader degli Afterhours, oggi è un giudice ruvidissimo di X Factor.
«È un’eccezione pure lui. E lui comunque continuerà a suonare col suo gruppo tutte le sere. In ogni caso intendo dire che non è tutta la musica a dipendere dalla tv, ma un certo tipo di musica».
Cioè?
«I cantanti da Festival di Sanremo, una minoranza etnica».
Le radio trasmettono spessissimo pezzi di star o ex star dei talent.
«È un martellamento dall’alto. Non è il pubblico a scegliere. Con le radio, come con la tv, è l’offerta a creare la domanda. Se offri brutta musica, gli ascoltatori si appassioneranno a quella brutta musica. Ma quando devono comprare un biglietto e scegliere, le cose cambiano».
Se invece della Ballandi Multimedia, con cui realizzi L’importante è avere un piano ti avesse contattato Sky per fare il giudice di X Factor?
«Risposta facile: avrei declinato l’invito. Non mi piacciono le classifiche e quel tipo di competizione ricorda le guerre. Inoltre non trovo giusto che il mio gusto personale possa rovinare la carriera a qualche ragazzo alle prime armi».
Le tue prime armi…
«A sei anni ho cominciato a suonare. Volevo essere Adriano Celentano».
Ti esercitavi anche nei passi molleggiati?
«Altroché! Cantavo in playback davanti allo specchio il suo repertorio rivisitato. A scuola facevo imitazioni: i professori, Mike Bongiorno… Durante la recita di prima media ero presentatore, attore e musicista».
Hai sempre suonato il pianoforte?
«Sì, lo scelsi perché lasciava libera la bocca per cantare».
La leggenda narra che il primo disco che hai acquistato fosse di Nilla Pizzi.
«Poi sono passato a Renato Carosone. A dodici anni scrissi una lettera a Carosone, accompagnata da una cassetta in cui cantavo i suoi successi. Mi rispose consigliandomi di studiare il blues. Dopo aver ascoltato un disco di Charlie Parker decisi che la mia musica doveva essere il jazz. In quel periodo frequentavo il polverosissimo conservatorio di Firenze, da bravo bimbo buono… ma appena potevo mi infilavo in una scuola di improvvisazione. Da adolescente, poi, ho cominciato a suonare nei locali. Qualche volta pure ai matrimoni».
Ti percepivi già come un musicista?
«Mai pensato di fare altro».
Il primo stipendio vero?
«Nel 1993, come turnista per i concerti di Raf. Suonavo le tastiere. Un’esperienza che… se la conosci la eviti».
Non esagerare.
«Mica per colpa di Raf. Mi spiego: la rigidità della vita da turnista, che è costretto a ripetere tutte le sere le stesse canzoni con le stesse scalette, assomigliava molto alla routine del conservatorio da cui stavo scappando. Nel 1996 ci fu una svolta».
Racconta.
«Stavo per accettare una tournée molto lunga con Jovanotti. Enrico Rava, trombettista e compositore jazz, mi chiamò e mi disse: “Hai 22 anni, non hai nessuno da mantenere, quella di Jovanotti non è la tua musica, vieni a suonare con me”. Per me era come se fosse arrivata la chiamata della Madonna. Lo seguii».
Ora fai spettacoli rocamboleschi: con dentro jazz, imitazioni, parodie…
«In realtà difficilmente durante una stagione faccio un solo tipo di spettacolo. La regola è: non mi devo annoiare. Lo show non può mai essere lo stesso della sera prima. Immagino me stesso in mezzo al pubblico e non voglio annoiarmi. Dunque la scaletta non c’è, mi tengo sempre la libertà di fare quel che mi viene in mente sul momento».
In tv sarai costretto a seguire una scaletta.
«Eh sì, ma il format è molto movimentato, non ci sono rubriche fisse, se non un video della buona notte realizzato con Valentina Cenni».
È vero che nel progettare la trasmissione ti hanno lasciato mano libera?
«Ho fatto il possibile per non tornare in tv. Quando Bibi Ballandi mi ha chiamato per propormi la nuova produzione ho alzato più possibile il tiro delle pretese, per vedere se aveva intenzioni serie. Lui mi ha concesso piena libertà. Io e i miei ospiti giocheremo molto con la musica».
A cena col nemico?
«Nemici non ne ho. Ci sono persone che non mi piacciono, ma la vita è troppo breve per sprecare tempo andandoci a cena».
Hai un clan di amici?
«Ne cito uno antico: Mirko Guerrini, suona il sax. Era il mio compagno di banco del liceo, ora vive in Australia».
Il film preferito?
«Attila Marcel, il protagonista è un pianista».
La canzone?
«Volare».
Il libro?
«Tutto è uno di Michael Talbot. È un volume per caproni come me: un riassuntone di fisica quantistica che mi ha aperto gli occhi e cambiato la vita».
Sai quanto costa un pacco di pasta?
«Quella che compro io tanto: è quella di farro o d’avena».
I confini della Libia?
«Algeria, Sudan…».
Conosci l’articolo 70 della Costituzione?
«No».
Al momento dice che la funzione legislativa è esercitata dalle due Camere. Che cosa voterai al referendum del 4 dicembre?
«Non voto, tanto poi decidono loro, in alto, se il referendum è valido o no».
Una volta hai criticato l’articolo 1 della Costituzione perché esalta il lavoro.
«Questa cosa che per campare dobbiamo lavorare otto ore al giorno è un’idea indotta. L’esaltazione di una schiavitù. Ci siamo adattati. Diciamolo: bisogna aspirare a far cose belle, seguire la propria vocazione. Poi certo se ti reincarni in uno che vive in un quartiere malandato, con il babbo tossicodipendente e gli amici che sparano si vede che sei lì per imparare qualcosa. Il karma ti sta portando altrove».
Credi nella reincarnazione?
«Non ho le prove, però mi sembra più plausibile del paradiso».

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