Pierluigi Battista (Sette – gennaio 2011)

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Pierluigi Battista, 55 anni, giornalista, firma ed ex vicedirettore del Corriere (denunciamo subito il conflitto di interessi), ha appena scritto un libro ultra polemico: Lettera a un amico antisionista (Rizzoli). Lo incontro in un hotel romano, in centro. Durante le tre ore che trascorriamo insieme gli arrivano quattro inviti tra radio e tv. Gli chiedono di intervenire sulla bunga-crisi. Sbuffa. «Sai qual è la verità? Ormai provo disgusto per le cose italiane. Ho scritto la lettera anche per questo. Per parlare di temi un po’ più alti: la libertà, i diritti… A proposito: ti è piaciuta?». Rispondo con la domanda che mi sono fatto dopo aver letto queste cento pagine gonfie di citazioni e aneddoti sulla vita di Israele: ma Battista con chi ce l’ha? L’intervista, quindi, comincia così.
Scusa, ma con chi ce l’hai? A parte Saramago e Tahar Ben Jelloun, che citi, chi sono in Italia gli amici antisionisti a cui ti rivolgi?
«Guarda che di nomi nel libro ne faccio molti».
Parli di Sergio Romano e della sua Lettera a un amico ebreo, spiegando però che il suo è un antisionismo figlio di un errore culturale. Altri esempi?
«Eugenio Scalfari, nel 1967, non ostacolò l’estromissione dell’ebreo Arrigo Benedetti dall’Espresso».
Parliamo di quaranta anni fa. E poi Benedetti se ne andò per dissenso con la linea non filo-israeliana del settimanale.
«Pensi che sia possibile che il direttore Ezio Mauro lasci Repubblica perché non condivide la linea del giornale sulla Cecenia?».
Altri nomi?
«Barbara Spinelli, quando era alla Stampa, ha scritto che gli ebrei (non gli israeliani eh) dovevano recitare un mea culpa per i presunti crimini di Israele. E poi ovviamente non ho citato i casi folcloristici come quello di Gianni Vattimo che rivaluta I protocolli dei Savi di Sion. Io mi rivolgo a quelli che riservano a Israele un trattamento speciale. Che criticano ogni provvedimento dello Stato di Israele, uno Stato liberal-democratico, ma non si mobilitano per le nefandezze della Cina o dell’Iran».
Sarà perché la Cina e l’Iran non sono considerati Paesi democratici?
«Già. Ma c’è una dismisura tra i boicottaggi e le critiche severissime rivolte a Israele e quelle rivolte ad autentici regimi. Ci sono troppi polemisti e politici affetti da “emiplagia intellettuale”».
Che cosa sarebbe?
«Il furore unidirezionale che separa emotivamente ciò che riguarda Israele da ciò che accade nel resto del mondo: l’indignazione per l’operazione israeliana “Piombo fuso” contro Gaza e l’indifferenza per le forche del regime iraniano».
Anti antisionismo. Ma tu sei d’accordo con la formula “due popoli, due Stati”?
«Certo. Storicamente però sono i palestinesi ad aver affossato le trattative. Nel 2000, a Camp David, Arafat fece saltare un accordo che voleva dire la pace. La pace. Non ce lo scordiamo».
Parliamo del presente. Obama, per aprire un nuovo spiraglio, aveva chiesto agli israeliani di interrompere la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania. Il governo Netanyahu si è rifiutato.
«È stato un errore. Ma guarda che io di critiche ai governi israeliani ne faccio molte nel libro».
Solo nelle pagine finali. Quando e come le legittime critiche ai governi israeliani secondo te diventano antisionismo?
«Quando non sono accompagnate dal presupposto che lo Stato di Israele ha ragione di esistere».
C’è bisogno di questo presupposto?
«Certo. Dal momento che Israele è circondato da Paesi che lo vogliono distruggere. Esiste un doppio binario: il borghese liberal non direbbe mai nulla contro gli ebrei della Shoah, ma non ama gli ebrei in armi».
Mi pare legittimo: una cosa sono le persecuzioni subite da un popolo, un’altra le operazioni militari di uno Stato.
«Nessuno Stato democratico al mondo oggi è così minacciato».
Nessuno Stato democratico ha insediamenti di coloni così massicci fuori dai propri confini.
«Ti risulta che l’Inghilterra abbia subito lo stesso trattamento di Israele per la sua azione colonial-imperialista nei confronti degli irlandesi? E poi ripeto: gli amici antisionisti sono quelli che perdono di vista le minacce affrontate da Israele. Si distraggono, come sta accadendo ora: non si parla abbastanza del nucleare antisemita di Hitler/Ahmadinejad o dell’attuale riarmo di Hezbollah. A proposito, ti ricordi la passeggiata di D’Alema a braccetto con l’esponente di Hezbollah?».
In quel periodo l’Italia stava per inviare truppe in Libano.
«Sono cose che non si fanno e basta. È come andare a passeggio con Goering».
Ricordi un episodio che ti ha fatto scattare questo spirito anti antisionismo?
«Potrebbe essere uno scontro adolescenziale che ho avuto con mio padre».
Racconta.
«Lui era stato un repubblichino, poi avvocato di Almirante, dell’ala filo-sionista del Msi. Io, invece, ai tempi del liceo militavo in un gruppetto marxista-leninista: per noi Arafat era un moderato. Mio padre, all’ennesimo volantino anti-israeliano che gli portavo in casa, mi disse: “Non vi è bastato quello che hanno passato gli ebrei?”. Aveva ragione. In quegli anni le radio egiziane mandavano canzoni che dicevano: “Sgozza, sgozza l’ebreo”».
Per quanti anni hai fatto politica?
«Pochi. Nel 1976 cominciai a votare radicale e l’anno dopo, per rompere, partii militare».
È vero che da ragazzo volevi fare il critico cinematografico?
«Sì. C’erano giorni in cui andavo al cinema anche tre volte. Tenevo uno schedario molto dettagliato».
Il primo articolo?
«La recensione di un libro per il Manifesto. In quel periodo mi dividevo tra i corsi universitari, qualche collaborazione e il Centro culturale Mondoperaio voluto da Claudio Martelli e diretto da Paolo Flores D’Arcais. A inizio anni Ottanta, poi, partecipai alla nascita della rivista Pagina con Mieli, Mughini, Chiaberge, Galli della Loggia e Aldo Canale… Anni meravigliosi. Il 1984 lo trascorsi leggendo la collezione completa dell’Espresso».
A che scopo?
«Il caporedattore Mieli aveva chiesto a me e a Giuliano Ferrara di schedare la collezione e selezionare i pezzi migliori per il trentennale della rivista. Scrissi anche qualche pezzo sull’Espresso. Poi nel 1985 mi proposero di entrare alla Laterza, come redattore. Accettai».
La tua prima assunzione in un giornale?
«Il praticantato lo ottenni nel 1988 quando entrai nella redazione di Storia illustrata. Due anni dopo Mieli mi chiamò alla Stampa: lì mi ritrovai con un formidabile concentrato di talenti. Anche abbastanza giovani: Ceccarelli, Maria Teresa Meli, Gramellini, Bianconi, Minzolini, Romagnoli… Ora è impensabile che in un quotidiano si crei un gruppo così».
Colpa dei direttori?
«No. Non c’è Marchionne».
Come, scusa?
«È tutto congelato dalla crisi. E i sindacati fanno da organo di tutela di una classe anagrafica».
Quale?
«La mia. La rivoluzione andrebbe fatta contro la mia generazione, non contro la Gelmini. I garantiti tengono fuori i giovani precari».
Lo sai che on line circola il saggetto di uno storico, Claudio Giunta, intitolato Pierluigi Battista preso sul serio.
«Che cosa è?».
Una stroncatura feroce del tuo penultimo libro I conformisti. Un esempio: viene definito “puerile” il sillogismo per cui visto che gli intellettuali italiani di sinistra aderirono al comunismo e il comunismo era l’Urss, allora gli intellettuali sono colpevoli dei crimini sovietici.
«È un sillogismo che non ho mai scritto. Ma… alla fine lo condivido. Le idee hanno un peso».
Anche tu sei stato comunista.
«E infatti mi vergogno. Ero un ragazzino brufoloso e cazzone. Ma almeno non andavo a Berlino Est spesato come facevano molti dirigenti della Fgci. E ora non vado certo a commuovermi davanti alla mostra celebrativa del Pci, aperta in questi giorni. Perché hanno organizzato una mostra senza nessun elemento critico? Se il Pci non aveva punti critici perché gli hanno cambiato nome? Che avranno da celebrare?».
Le battaglie sociali e civili dei comunisti italiani.
«Quelle ci sono state in tutta Europa senza bisogno dei comunisti».
Altre critiche. Travaglio… Ti chiama “orecchiante” o “CerchioBattista”.
«Non essendoci nulla di personale, immagino che dietro ci sia un contrasto culturale di fondo».
Ti ha citato in 88 dei suoi articoli (fonte www.camera.it). Ti rimprovera soprattutto l’imprecisione dei tuoi argomenti.
«Tra i nostri due modelli culturali preferisco il mio: leggo romanzi, vado al cinema. Lui passa la vita tra i verbali giudiziari».
Sulla giustizia è piuttosto informato.
«Di più. È maniacale».
Sostiene che scrivi di processi senza documentarti.
«Io coltivo dubbi sulle vicende giudiziarie, sui facili colpevolismi. Tutto qui».
A proposito. Chi governerà l’Italia dopo Berlusconi?
«Il caos. L’anarchia feudale».
Un nome che non ti dispiacerebbe?
«Mi iscriverei al Pd domani se il lea-der fosse Sergio Chiamparino, un riformista sobrio e moderno».
Vendola?
«Non ce lo vedo con la sua narrazione e i suoi sogni a conquistare i voti delle partite Iva del Veneto».
Fini?
«Era uno dei possibili eredi di Berlusconi. Ma è stato cacciato per dissenso dal Pdl. Solo i partiti comunisti cacciavano i dissidenti come ha fatto il Pdl».
A cena col nemico?
«Corrado Guzzanti. Ma non è un nemico».
Allora perché fai il suo nome?
«È il comico più bravo in circolazione. Straordinario. Ogni tanto mi delude e si lascia tentare dalle vocine conformiste di sinistra».
Guzzanti è di sinistra.
«Ma non è conformista. Invece durante Vieni via con me ha recitato un elenchetto che sembrava scritto dagli autori di Fazio».
Non hai apprezzato Vieni via con me?
«Una pappa indigeribile e prevedibile per far sentire gli italiani più buoni».
Che cosa guardi in tv?
«SkyTg24. Mi annoiano molto i talkshow politici. Anche quelli a cui spesso partecipo».
Il tuo film preferito?
«Un tranquillo weekend di paura. Con la natura incontaminata che diventa un teatro degli orrori».
Il libro?
«Non vorrei fare la figura del buffone… Direi la tetralogia Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann».
La canzone?
«L’opera omnia di Lucio Battisti e il finale ossessivo di Hey Jude dei Beatles».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Non ne ho idea».
Sai che cosa è Twitter?
«Sì, ma preferisco Facebook. È una finestra su un mondo. Un termometro».
L’articolo 139 della Costituzione?
«È quello che non può torna’ la Monarchia».
All’incirca. I confini della Tunisia?
«Il mare… c’è. Poi il Marocco… No, aspetta… Algeria e Libia. Se me lo dicevi mi preparavo meglio però».
www.vittoriozincone.it
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