Enrico Bertolino (Sette – gennaio 2012)

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La città di Milano come centro comico di gravità permanente. Il dialetto milanese come trincea identitaria. E l’interismo come cifra malinconico-esistenziale. Enrico Bertolino, 51 anni, consulente per la formazione aziendale e attore comico, è appena tornato su Raitre con il suo Glob e ha appena dato alle stampe Pirla con me: un libro/guida per capire e per affrontare la “capitale morale”.
L’intervista si svolge via Skype. Bertolino è collegato dal suo studio, nel quartiere Isola. Parla a mitraglia. Ogni tanto gli parte in automatico qualche pezzo di sketch vernacolato “stagh adree”… “scoltuma mì… dam a trà” o srotola qualche riga dell’ultima fatica letteraria. Sulla fretta dei milanesi: «A Milano avere tempo è come avere la Multipla. Ti scherniscono anche i viados di via Cenisio». Sugli immigrati: «Arrivano a frotte per fare lavori che agli italiani non interessano più, tipo andare al Salone del Mobile». Sui party: «A quelli degli stilisti, è molto trendy servire per cena una flebo di glucosio». Sulla città al tempo di Pisapia: «Ci sono così tanti cantieri che hanno dovuto importare pensionati extracomunitari per metterli a guardare i lavori passeggiando con le mani dietro la schiena e a rompere le balle agli operai».
Quando gli chiedo che cosa pensi davvero della nuova amministrazione Pisapia, a sorpresa, la stroncatura è immediata: «Io vorrei meno modello Milanhattan e più modello Copenhagen. Meno verde verticale e più verde orizzontale. Invece non vedo grandi novità». Gli faccio notare che una volta ha detto di non amare il modello ambientalista retorico di Celentano e di preferire quello gaudente di Gaber. Replica: «È vero. Non amo la retorica del ritorno ai cavalli e al calesse. E preferisco la città viva, piena di vetrine e di negozi… Stimo Pisapia, l’ho votato e so che ha ereditato un cerino scomodo da tenere in mano, ma anche ora che c’è lui i palazzinari, famelici, continuano a costruire senza troppo criterio, come ai tempi della Moratti e di Berlusconi».
Si dice che a voi comici manchi molto il premier Silvio.
«Siamo reciprocamente orfani. A lui manca il nostro sfottò continuo che gli permetteva di vittimeggiare. A noi manca quel suo saper sfoderare cazzate appena uscito da Arcore, anche al congresso di Federcasalinghe. Ma ci abitueremo. Ci adatteremo. Come stanno facendo gli italiani con i tagli di Monti. Mazzate in serenità: la benzina arriva a un euro e ottanta? Che ci frega? Tanto noi continuiamo a mettere nel serbatoio sempre e solo 20 euro».
La satira al tempo di Monti.
«A volte viene spontanea».
In che senso?
«Il blitz ad Abano Terme con i contribuenti pescati nel fango è un’immagine da Commedia dantesca: il girone degli evasori lussuriosi. E “Si dimette Malinconico” più che un titolo di giornale sembra una battuta. Dopodiché, come dice Stefano Bartezzaghi, la natura del governo è cambiata con un colpo d’anagramma: da brioso a sobrio. Monti è il tecnico che arriva col camion dello spurgo. Quando avrà finito, qualcuno gli dirà: “Guardi che lei non è stato eletto”».
Torneranno i politici.
«A far danni. L’arrivo della sinistra sarà tristissimo».
Bertolino, ma tu sei sempre stato di sinistra. Area Enrico Letta.
«Enrico, anche se è milanista, è un amico e io sono da sempre nel think tank VeDrò. Ma, insomma…».
La sinistra non è più la tua casa politica?
«Sono in affitto».
Deluso?
«Ormai la sinistra mi intenerisce. La adotterei. Ma a distanza».
Non ti piacciono i leader? Bersani… D’Alema…
«Sono inamovibili. Arriva Vendola e lo mandano via. Arriva Di Pietro e non va bene perché sa troppo di caciotta… La sinistra radica chic».
Si dice radical chic.
«No, no: radica chic. Perché è come i cruscotti in radica delle vecchie Jaguar. Fa piacere guardarli e sfiorarli. Ma poi ti accorgi che non servono a nulla».
Non è che sei così spietato con la sinistra perché l’anno scorso ti hanno mandato via dalla Rai?
«A parte che ora in Rai ci sono ritornato, ma poi io non sono uno che grida alla censura. Rispetto le scelte degli editori».
Quando tagliarono Glob uscirono articoli che titolavano: “Epurato”.
«Esagerazioni. Non mie. Io non mi incatenerei mai al cavallo della Rai per gridare al complotto. Anche perché mi ritroverebbero lì dimenticato e ossidato dieci anni dopo. Non è un caso che io non abbia mai smesso di fare il consulente per la formazione aziendale. Non voglio finire a ballare sotto qualche stella o a fare l’ospite in qualche Isola. Non che ci sia nulla di male, eh. In tv c’è poco da fare gli snob, ma per ora… Poi si vedrà».
Un consulente per la formazione come diventa comico?
«Per caso, ovviamente».
Certo. Raccontami la tua storia.
«Sono nato a Milano e ho vissuto l’infanzia per strada. Tipo ragazzo della via Pál».
Che studi hai fatto?
«Istituto tecnico. Anni Settanta».
Anni duri. Facevi politica?
«Ho frequentato per un po’ i giovani del Pci. Poi i ragazzi di San Babila».
Voltagabbana. A San Babila c’erano quelli di destra.
«C’erano anche dei delinquenti. Ma io andavo lì a tacchinare, a beccare. Le ragazze di sinistra giravano coi maglioni peruviani, quelle di destra con le calze con la riga e i tacchi. Secondo te quali erano più attraenti?».
Università?
«Diploma di laurea in Economia e turismo alla Bocconi. Per un po’ sono stato perito turistico. Poi sono entrato in banca».
Di che cosa ti occupavi?
«Ero dealer in sala cambi».
Quanto sei rimasto in banca?
«Undici anni. Uno dei quali a Londra. Lì all’inizio mangiavo solo fish and chips perché non sapevo ordinare altro. A metà anni Novanta ho lasciato la banca e ho cominciato a fare formazione aziendale».
Quando hai incrociato il mondo dello spettacolo?
«Mentre ero in banca mi divertivo a fare cabaret. Per sette anni sono stato “scalda pubblico” al Cà Bianca, un locale milanese: performance da dieci minuti, prima che arrivasse l’attrazione della serata. Con me c’erano anche Ale e Franz, il Mago Forest, Raul Cremona…».
La prima apparizione in tv?
«Nel Seven Show, su Italia7».
Poi Ciro, Facciamo cabaret, Mai dire gol, Zelig.
«In realtà all’inizio l’autore Gino Vignali non mi riteneva idoneo per Zelig. Mi disse: “Non hai la faccia da comico. Dieci minuti te li facciamo fare, ma non sei abbastanza deforme”. Rimasi spiazzato. I dieci minuti però andarono bene. Quella sera nel teatro c’era anche Enzino Iacchetti che andò da Gino&Michele e gli disse: “Oh, questo fa ridere, eh”. Gli devo molto».
Tempi di crisi. Gestisci da solo i tuoi risparmi?
«No. Molti dei miei soldi finiscono nella onlus che ho fondato con la mia compagna Edna in Brasile: www.pititinga.org».
Di che cosa vi occupate?
«Abbiamo aperto asili, un primo soccorso medico, una scuola calcio Inter Campus e un campo intitolato a Giacinto Facchetti».
Già, sei ultra interista. Nella tua Inter ideale chi c’è: Guardiola o Mourinho?
«Mou. Mou. Ero a Madrid durante la finale di Champions League vinta dall’Inter. E ho pianto. Quella sera la mia natura interista è sgorgata in tutta la sua essenza».
In che senso?
«Mentre gioivo, già pensavo, un po’ triste: è finito un ciclo».
Da milanese, consegna i tuoi Ambrogini d’oro.
«Ne darei un altro al Cardinal Martini».
Troppo facile.
«Allora ai testimoni di Geova e ai ragazzi di Lotta comunista».
Perché?
«Perché ci credono. Se uno si fa tutti i palazzi della città, porta a porta, per farsi mandare aff… un premio se lo merita. Ultimo Ambrogino al signor Ettore, il lattaio della mia infanzia».
Aveva un latte particolarmente fresco?
«No. Io vivevo nella stessa via dove è cresciuto Silvio Berlusconi. Ettore mi ha raccontato un aneddoto meraviglioso».
Racconta, ti prego.
«Il piccolo Silvio veniva mandato da mamma Rosa a prendere il latte. Un giorno però mamma Rosa si presentò da Ettore per protestare: “Ueh, Ettore, ma come mai il latte aumenta sempre? È arrivato a 60 centesimi (di lire)”. Ed Ettore: “Ma signora, il latte costa sempre 40 centesimi”. Capito? Berlusconi ha cominciato prestissimo…».
A cena col nemico?
«Col critico Aldo Grasso, che mi stronca da anni. E lo ha fatto anche la settimana scorsa. Il confronto creativo mi stimola».
Hai un clan di amici?
«Sì, ma li vedo poco: Andrea, che di mestiere fa gli anni sabbatici, perché ha già guadagnato abbastanza. E Vittorio, che stava con me alle elementari».
Qual è l’errore più grande che hai fatto?
«Accettare un contratto con Raidue per la trasmissione Festa di classe. In diretta. Freccero mi aveva detto: “Tu sei il nuovo Rinascimento televisivo”. In realtà non ero pronto. Dopo due puntate mi sostituirono con Pippo Franco».
Crozza da Floris. Tu dove vorresti fare un pezzo comico per introdurre un talk: da Vespa o da Lerner?
«La vera sfida sarebbe farlo da Vespa».
La scelta che ti ha cambiato la vita?
«Lasciare la banca. Il trauma più duro invece è quando mi sono rotto entrambi i gomiti».
Quando è successo?
«Me li sono fracassati nel ’97, mentre andavo a fare una serata. Mi saltarono un po’ di contratti e rimasi immobile per un bel periodo. Quando ti succedono cose così assurde ti cambia la scala dei valori».
Che cosa guardi in tv?
«History channel e i reality fatti bene come Master Chef».
Il film preferito?
«Arancia meccanica. Ha annunciato i tempi in cui viviamo».
La canzone?
«Essendo molto agitato mi rilasso con i Notturni di Chopin».
Il libro?
«Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar e La voce del destino di Marco Buticchi».
I confini dell’Egitto?
«La Tunisia?».
No. Il Sudan…
«No, il Sudan no, è più lontano».
Il Sudan confina con l’Egitto.
«Oddio, se Gino Strada viene a sapere che ho sbagliato… mi ha fatto per anni una testa così sull’impegno di Emergency in Sudan».
Conosci l’articolo 12 della Costituzione?
«No, conosco l’articolo 1».
Il 12 è quello sul Tricolore.
«Il Tricolore ho imparato ad apprezzarlo nella base Nato dove facevo il servizio militare. Il disco con la musica dell’alzabandiera si incantava e noi restavamo venti minuti immobili ad aspettare che il vessillo arrivasse in cima. Ora mi inorgoglisco ogni volta che la celebre signora veneziana lo espone alla finestra al passaggio dei cortei leghisti».
Sai che cos’è lo spread?
«È la supercazzola del 2012. Anzi, è il sarchiapone degli italiani: una bestia schifosa e misteriosa che ti fa scappare. Ricordi lo sketch di Walter Chiari? Ecco, lo spread morde, ha due-tre zampe… Per non parlare del becco…».
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