Roberto Bolle (Sette – Ottobre 2016)

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(Intervista di copertina pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 21 ottobre 2016).
Milano. Appuntamento nella saletta rossa del Teatro alla Scala. Arredo baroccheggiante: un quadro con dama parruccata, divani e cornici con stucchi dorati e un pianoforte a coda. Roberto Bolle arriva e si siede per terra. Occhi blu, tuta blu, gilet di piumino blu e dopo-sci blu. Intuisce la mia curiosità per le calzature alpine e sorride: «Così evito che i piedi si raffreddino». Durante l’intervista non sta fermo un secondo. Parla facendo stretching, intreccia polpacci e braccia, si accomoda in spaccata, scivola con la schiena su un cilindretto di gomma: «Massaggio i muscoli». Solo quando le domande diventano troppo personali si ferma e si rannicchia. Nota per le fan e per i fan che non lo hanno mai visto dal vivo: ha l’aspetto di un ventenne e fisicamente è quanto di più vicino si possa immaginare a un bronzo di Riace. Ma con i capelli di Superman.
Qualche sera fa quattro milioni di telespettatori sono rimasti incollati su Rai1 per assistere al suo La mia danza libera: Bolle che piroetta con le altre star del balletto. Bolle che duetta con un Jovanotti swing. Bolle, in piedi davanti a uno specchio, che agguanta la propria gamba sinistra, la solleva fino a farla aderire all’orecchio, e comincia a zompettare su se stesso sulle note del Ballo del qua-qua, suonate da Stefano Bollani. Bolle che acchiappa volteggiando Virginia Raffaele, travestita da Carla Fracci. Lei gli sfiora il quadricipite: «Che coscia gloriosa!». Commenti unanimi sulla trasmissione: è il trionfo dell’arte. Bolle gongola: «Non credo che si fosse mai visto nulla di simile in prima serata su una tv nazionale. È stata un’esperienza di rottura e di cambiamento. Il servizio pubblico dovrebbe avere questo obiettivo: far conoscere al grande pubblico la bellezza e la cultura!».
Sguardo fanciullesco, un po’ di cadenza meneghin-piemontarda, Bolle è étoile della Scala e principal dancer dell’American Ballet Theatre. Si è esibito per Giovanni Paolo II sul sagrato di San Pietro e ha conquistato le platee di tutto il pianeta. Sarà un fumetto, nel progetto per ragazzi La gioia di danzare, e l’anno scorso ha pure diretto un docu-film: La fabbrica dei sogni. È cresciuto in provincia di Vercelli, ma vive tra Milano e New York. Ha due gruppi di fan: le Divine (che lo chiamano “il Divino”) e i Bollerini.
Essere Roberto Bolle. Avere quarantuno anni e mantenersi star in una delle discipline artistiche più competitive del mondo. Le capita di vedere giovincelli che si esibiscono in virtuosismi inarrivabili?
«Sì. Il russo Daniil Simkin e il cubano Osiel Gouneo, che partecipano spesso allo spettacolo Roberto Bolle and Friends, azzardano salti in aria multipli rivoltati davvero sorprendenti».
Un po’ di invidia? Dopo averli visti ci prova anche lei?
«No, no. Non potrei mai. Fortunatamente la nostra arte non è una gara a chi fa più piroette. Lascio quei guizzi ai più giovani e mi concentro sulla pulizia del gesto, sull’eleganza dell’esecuzione, sull’espressività, che non è scontata ed è necessaria per creare un canale energetico con il pubblico. Per molti anni mi sono illuso di entrare nei sentimenti degli spettatori con la sola tecnica. Mi sono accorto che crescendo come uomo e maturando ho cominciato a liberare emozioni più forti. Dopo l’infortunio poi è cambiato qualcosa».
Quale infortunio?
«Alla schiena. Una brutta caduta. È successo circa sei anni fa. Temevo di non poter tornare a interpretare più certi ruoli in certi teatri. Ho lottato e sofferto. È proprio quando combatti contro tanto dolore e metti ogni piccola parte del tuo essere su un obiettivo, che poi riesci a esprimerti come non mai».
Lei si allena tutti i giorni?
«Tutti, sì. Apro spesso gli allenamenti con un “saluto al sole”, preso dall’Ashtanga Yoga. Solo quando non c’è uno spettacolo in vista mi regalo una giornata settimanale di riposo. Se voglio mantenere certi livelli di performance, non posso concedermi nulla. Devo curare il sonno, l’alimentazione…».
Niente bagordi?
«Raramente. Ma insomma… L’ultima volta che ho fatto nottata è stata a marzo, per il compleanno di un amico milanese. Ho bisogno di riposo e sul cibo…».
Si nutre di bacche?
«Durante gli allenamenti frutta secca e banane. Per i pasti: pesce, miglio, quinoa e amaranto».
Un bel piatto di pasta alla Carbonara?
«Ahahah. Scherza?».
Bolle ai fornelli.
«Produco grandi insalate».
Alcol?
«Niente alcol, niente fumo e niente droghe. Al massimo può capitare un bicchiere di vino».
Bolle e i socialnetwork.
«Frequento Twitter».
Qualche anno fa il web si ribellò a un suo cinguettio sui senzatetto e il degrado di Napoli.
«Ero stato male interpretato. Ora ricevo soprattutto commenti positivi».
Maurizio Crozza ha creato il personaggio Napalm51, un insultatore seriale del web. Di Naplm51 è sempre più piena la Rete. L’Italia si sta abbrutendo o, più semplicemente, oggi tutti i bruti hanno una voce?
«Credo più nella seconda ipotesi. Io in ogni caso so di essere un privilegiato, perché vivo in un contesto un po’ staccato dalla realtà: curiamo l’armonia, coltiviamo e nutriamo le nostre anime con la bellezza. Trascorriamo ore concentrati su dettagli estetici e gesti minimi. Siamo fortunati».
Lei quando ha cominciato a danzare?
«Da piccolissimo, davanti alla tv. Guardando Fantastico. Cicale di Heather Parisi è alla base del percorso espressivo di quel tempo. Il mito, però, era Michael Jackson. Mentre frequentavo le elementari mi sono iscritto a una scuola di danza».
Effetto Billy Elliot, con tanto di sfottò crudele degli amichetti maschi?
«No, anche perché ero riservato e non raccontavo a nessuno della danza. Ero anche scout come molti miei coetanei. Certo, entrare nella sala delle lezioni e vedere che c’erano solo bambine fu una piccola delusione».
I bambini e la danza. Da subito allenamenti spacca ossa?
«No, all’inizio, c’era solo il piacere di ballare. La competizione e gli allenamenti estremi sono arrivati quando mi sono trasferito a Milano, a 10/11 anni».
Chi le consigliò di partire?
«Mia madre, dopo aver parlato delle mie potenzialità con alcuni amici, mi chiese se volevo provare a frequentare la scuola della Scala. Mi ritrovai a vivere a Milano, da solo, in una stanzetta affittata da un’anziana signora. Il distacco dalla famiglia fu pesante».
Immagino i pianti.
«Già. A un certo punto ho pensato di non farcela. Mamma lo capì e per sicurezza, alla fine della terza media, mi iscrisse anche a un liceo di Vercelli. Così avrei potuto scegliere di tornare a casa».
Un ragazzino, da solo, nella Milano da bere di fine Anni 80.
«Avrei potuto fare quel che volevo. Ma ero piuttosto disciplinato».
È vero che durante un allenamento venne notato dal leggendario Rudolf Nureyev?
«Sì, a quindici anni. Mi aveva puntato durante una lezione. Poi un giorno che ero rimasto da solo nella sala da ballo dopo una prova, arrivò lui con il suo assistente e mi chiese di fargli vedere che cosa sapevo fare».
Lei si esibì in un pezzo particolare?
«No, non ero così bravo da proporre una variazione. Mi misi alla sbarra. Lui mi osservava. Si avvicinò un paio di volte per correggermi. Quando pensavo di aver finito, mi chiese di ricominciare. Ero distrutto. Alla fine mi propose il ruolo di Tadzio nel balletto Morte a Venezia».
Cominciò a saltare di gioia per i corridoi della Scala?
«In realtà quell’incontro è rimasto segreto per molto tempo. Avevo paura di raccontarlo ai miei compagni. Non ne parlai nemmeno con i miei genitori. Lo vennero a sapere solo quando la scuola gli comunicò l’offerta del manager di Nureyev per Morte a Venezia».
Morte a Venezia è stato il suo esordio in teatro?
«Non partecipai a quello spettacolo».
Perché?
«La scuola non mi diede il permesso».
Una crudeltà.
«La decisione passò sopra la mia testa. Pensavano che fossi troppo giovane e che avrei saltato troppe settimane di lezione».
Qualche anno dopo lei si è vendicato: a 23 anni ha lasciato la Scala.
«Nessuna vendetta, anzi. Quando ho deciso di andarmene la Scala mi offrì la possibilità di collaborare per almeno tre anni».
Un paracadute.
«Qualcosa di simile. Ma lasciai comunque il certo per l’incerto. Alla Scala avevo un contratto a tempo indeterminato, tredicesima, ferie, uno stipendio da due milioni e trecentomila lire, che non erano pochi. Andarmene è stata la scelta che mi ha cambiato la vita: mi sono regalato la possibilità di ballare in tutti i teatri del mondo senza dover chiedere il permesso a nessuno. Da quel momento ho smesso di accettare ruoli che non volevo fortemente».
I suoi ruoli preferiti?
«Onegin o Romeo. I personaggi che vengono dalla grande letteratura sono meravigliosi. Leggendo e rileggendo i capolavori di Aleksandr Puškin e di William Shakespeare trovi sempre nuovi motivi di ispirazione».
Qual è la performance per cui vorrebbe essere ricordato?
«Un Romeo del 2007 al Metropolitan Opera House di New York. Fu l’addio alle scene di Alessandra Ferri e il mio esordio con l’American Ballet. Un livello tecnico ed emotivo irripetibili».
A quando fa risalire la sua trasformazione da ballerino a personaggio dello showbusiness?
«La mia prima volta nazional-popolare è stata a Sanremo, nel 2004 con Simona Ventura: da quel momento la stampa ha cominciato a interessarsi un po’ di più alla mia persona».
Anche nel febbraio 2016 è stato al Festival di Sanremo.
«E dopo quell’apparizione è arrivata la proposta per una trasmissione da protagonista. All’inizio doveva essere una seconda serata estiva ambientata nella Reggia di Caserta, poi si è trasformata in una super prima serata di Rai1 con Jovanotti, Bollani, Virginia Raffaele…».
Lei ha un clan di amici?
«Tra quelli di New York cito Marco, coreografo, un punto di riferimento. Tra quelli di Milano… Cristiano, direttore di Christie’s Italia. Con lui ho fatto molti viaggi».
Il viaggio dei sogni?
«In Sud America, dove sono stato pochissimo».
Il film preferito?
«Quest’anno ho molto amato Jeeg Robot e Perfetti sconosciuti».
La canzone?
«Bridge Over Troubled Water di Simon and Garfunkel. L’ho anche ballata».
Il libro?
«Tra impegni multipli e utilizzo dei social, leggo molto meno di prima. Diciamo Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar».
Che cosa guarda in tivvù?
«A New York non ho il televisore. Qui seguo Che tempo che fa, Ottoemezzo, ogni tanto In mezz’ora…».
Tutte trasmissioni con dentro un po’ di politica. È mai stato iscritto a un partito?
«No». Che cosa voterà al referendum costituzionale del 4 dicembre? «Preferirei non rispondere e restare fuori dalle lotte e dalle fazioni. Il mio ruolo in questo Paese non è quello di suggerire agli altri un’orientamento politico».
Nel 2009, il presidente dell’Arcigay provò a forzare un suo presunto coming out, probabilmente proprio per fare di lei un testimonial politico. Lei ci rimase male e scrisse una lettera di protesta.
«Perché sono cose intime. Che toccano aspetti talmente delicati, da poter stravolgere la sfera personale e famigliare. È un po’ una violenza cercare di forzare qualcuno a parlare di questi argomenti».
Quarantuno anni. Molto lavoro. Molte trasferte. Le viene mai voglia di diventare padre?
«No. Ci ho riflettuto. Osservando i miei coetanei con figli il pensiero viene… Ma no, in questo momento non ho un desiderio di paternità. Magari mi verrà quando mi metterò a insegnare o quando dirigerò la compagnia di ballo della Scala».

Vittorio Zincone
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