Patrizia Asproni (Sette – dicembre 2014)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, il 5 dicembre 2014).
Patrizia Asproni, nuorese, ha 55 anni e una mole notevole di incarichi. Presiede fondazioni e associazioni varie: “Industria e cultura”, Confcultura e “Torino Musei”, da cui dipendono anche la Gam (Galleria di arte moderna e contemporanea) e Palazzo Madama. Sulla scrivania del suo ufficio ci sono i file ancora freschi della mostra sul pittore pop Roy Lichtenstein, e quelli di Artissima, la fiera sabauda di arte contemporanea.
Asproni si autodefinisce una “secchiona creativa”. Il suo Leitmotiv è: «Bisogna mettere in contatto i codici». Chiedo spiegazioni. Replica: «Nel mondo dei beni culturali succede spesso che entrino in contatto codici e linguaggi che non riescono a parlare tra loro». Un esempio? «Privato e pubblico. Se vogliamo salvare e valorizzare il patrimonio culturale diffuso che punteggia tutto il territorio nazionale, questi due mondi devono comunicare tra loro».
Il ministro Franceschini ha appena varato l’Art bonus: i privati ora hanno detrazioni fiscali fino al 65% per i loro investimenti in cultura.
«Franceschini avrebbe potuto essere più audace proponendo una defiscalizzazione del 100%, come negli Stati Uniti».
Esagerata.
«E poi andrebbe risolto al più presto il gigantesco problema burocratico che si nasconde dietro l’Art bonus. Il decreto è incomprensibile, per decifrarlo servirebbe un traduttore. L’ho pure fatto notare al ministro».
E lui che cosa le ha risposto?
«Che gli imprenditori hanno il commercialista».
Come dargli torto?
«Non dovrebbe essere così. Chi vuole investire dovrebbe soprattutto entusiasmarsi, non ricorrere al commercialista. A me è capitato spesso di avere a che fare con imprenditori che dicevano: “C’è una pieve diroccata vicino casa. Se me la danno in gestione la restauro”. Ma poi non riuscivano a orientarsi nel burocratese. Oppure dall’altra parte c’era una Soprintendenza che storceva il naso o sfoggiava espressioni tipo “qualora le pungesse vaghezza di elargire libera erogazione…”. Ovvio che così non si procede».
Servono nuove leggi?
«No. Le leggi ci sono».
Lo Stato dovrebbe investire di più?
«Lo Stato non potrà mai avere abbastanza soldi per tutelare e valorizzare tutto il nostro patrimonio. Neanche se investissimo in cultura quanto fanno la Francia e la Germania. Si deve lavorare con i privati».
Anche lei come Renzi non ama i burocrati e i soprintendenti?
«Sono convinta che abbiano un ruolo fondamentale, ma troppo spesso vedono come un’ingerenza fastidiosa anche il solo affacciarsi dei privati su un bene pubblico».
I soprintendenti sono il baluardo della tutela. Sono quelli che impediscono ai privati di organizzare un rave party nei Fori Imperiali.
«Giusto. Ma lei preferisce un casale storico, magari affrescato, che pian piano diventa un rudere cadente e crolla, o un casale ristrutturato dato in concessione, anche per cinquant’anni, a un imprenditore che ne fa un resort? Io preferisco la seconda soluzione. In Italia è difficilissimo. Quando non è lo Stato a mettersi di traverso arrivano i comitati cittadini, o qualche consigliere regionale in vena di “interrogazioni” o un grillino che grida alla svendita del Patrimonio».
Lei è favorevole alla svendita del Patrimonio?
«Ma quale svendita? Io parlo di concessioni, su cui lo Stato deve vigilare in modo intelligente».
James Pallotta, il presidente della Roma, ha proposto di giocare una partita di calcio dentro il Colosseo.
«Non esageriamo. Bisogna avere anche buon senso. Ma quando Nippon Tv ha dato al Vaticano i soldi per restaurare la Cappella Sistina ha preteso di gestirne per cinque anni i diritti d’immagine».
Feste nei musei, cene sui ponti storici…
«Sono favorevole. Lo fanno in tutto il mondo. A Torino, nei musei legati alla Fondazione che presiedo abbiamo tariffari precisi».
Antonio Paolucci, attuale direttore dei Musei Vaticani, sostiene che il museo debba essere un luogo di sedimentazione culturale e di incivilimento della cittadinanza.
«Giusto. Noi per attirare anche i ragazzi nei musei e per fargli capire che non sono luoghi noiosi di proibizione, abbiamo introdotto app per gli smartphone, il wifi e permettiamo di fare foto così che le possano condividere con gli amici».
Operazione museo amico?
«Mi piacerebbe che gli straordinari musei italiani venissero percepiti come una rete di singularity university: luoghi dove i geni del passato hanno lasciato le loro idee da trasmettere ai visitatori».
Un bel proposito. Ma oggi molti musei italiani sono inospitali, hanno orari ridotti, non hanno un bookshop
«Ci dobbiamo adeguare agli standard museali moderni, ovvio, ma dobbiamo trovare anche un nostro equilibrio».
In che senso?
«Stiamo uscendo dal congelamento del nostro patrimonio e guardiamo affannosamente ai modelli esteri di gestione. In realtà il modello tutto “bar, bookshop e kindergarten” non può e non deve essere esteso a tutti i siti culturali. Le faccio un esempio: qualche mese fa ho portato alcuni amici accademici a Piscina mirabilis, cattedrale sotterranea vicino Napoli. La custode ci ha accolto in ciabatte e con in mano il mestolo con cui stava cucinando il sugo. Ho detto ai miei amici: “Certo, se qui ci fosse una biglietteria seria e un bookshop…”. Loro mi hanno stoppata: “Sei pazza? Un posto così per noi è impagabile”».
L’esotismo un po’ sgarrupato fa impazzire i turisti elitari. Da quanto tempo non va al Colosseo?
«Da qualche mese».
Il suq sotto all’anfiteatro, i centurioni sbracati che si fanno fotografare…
«Ovviamente il turismo di massa avrebbe bisogno di servizi ben più decorosi. Lì si potrebbe cominciare dando una patente ai centurioni. Potrebbero diventare delle brave guide, degli intrattenitori culturali».
Qual è il museo più bello del mondo?
«Quello di Taipei: milioni di reperti raffinatissimi».
Il suo preferito in Italia?
«La Specola a Firenze. Ha un fascino pazzesco. È il museo di scienze naturali più antico d’Europa».
Lei quando ha cominciato a occuparsi di arte?
«Professionalmente? Tardi».
Che studi ha fatto?
«Lingue. Volevo viaggiare. A diciotto anni sono partita da Nuoro e non mi sono più fermata».
Prima tappa?
«Firenze, Pisa, Konstanz in Germania. Lì c’è stato uno shock».
Perché?
«L’università era molto diversa da quella italiana. C’erano biblioteche stupende, piscine, dormitori misti che sembravano “comuni”. I ragazzi durante le lezioni lavoravano a maglia…».
Dopo Konstanz…
«La Sorbona a Parigi, poi Berlino e Londra».
Il primo lavoro?
«Parliamo di ere geologiche fa. Nel 1984 ho inventato una specie di Car Sharing europeo. Si chiamava Agenzia Autostop».
Come funzionava?
«Mettevo in contatto le persone che avevano bisogno di un passaggio con guidatori solitari».
Come si arriva dall’autostop ai musei?
«Passando per un’idea che mi venne alla fine degli anni Ottanta. Proposi a La Repubblica di reclamizzare le nuove edizioni locali con un concorso letterario: i lettori dovevano scrivere un racconto su una cartolina postale. Ne arrivarono migliaia e allora mi presero al marketing della testata. Dopo sette anni passai con le edizioni Giunti e mi dedicai al marketing e alla gestione museale».
A cena col nemico?
«Con Salvatore Settis. Abbiamo visioni molto distanti sulla tutela e sulla valorizzazione dei Beni culturali».
Che cosa guarda in tv?
«Guardo molti talkshow, leggo i tweet che li commentano e cambio canale a seconda dei commenti. Come i ragazzini».
Il film preferito?
«Blade Runner di Ridley Scott».
La canzone?
«La isla bonita di Madonna. Incredibile, eh?».
Il libro?
«Il potere del cane di Don Winslow».
Conosce i confini della Libia?
«Malgrado tutti i miei viaggi, non ho un’intelligenza dello spazio. Una volta sono partita da Roma per arrivare a un matrimonio in Puglia e sono passata da Siracusa».
Ottimo. Sa dove si trova La conversione di San Paolo di Caravaggio?
«No. Oddio che ignorante».
Nella chiesa romana di Santa Maria del Popolo. Siamo vicinissimi a una bocciatura. Conosce l’articolo 12 della Costituzione?
«No e non vorrei rispondere come quella ragazzina di Firenze a cui un giornalista chiese se conosceva l’articolo 7 della Costituzione e lei, con un certo orgoglio, rispose… Non rubare».

Categorie : interviste
Commenti
Livia Velani 7 dicembre 2014

Brava! Speriamo siano giunti i tempi giusti! La crisi come disse Einstein e un’opportunità . Ho passato ca. Quarant’anni come storico dell’arte nelMibac e ho sempre sognato questo sono stati anni di vera sofferenza. Forza e auguri!!!

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