Paola Antonelli (Sette – ottobre 2010)

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Il settimanale Time qualche anno fa l’ha inserita in un’élite di cervelli visionari. Il New York Times ha etichettato la sua mostra dedicata alla Elastic Mind definendola “rivoluzionaria”. Ed è una conferenziera ricercata in tutto il mondo, dal gotha di Davos in giù. Paola Antonelli, 47 anni, è la Senior Curator del dipartimento Design e Architettura del Moma, il tempio newyorkese dell’arte. Oltre ai big del disegno industriale, ha messo in mostra bustine da tè ed elaborazioni nanotecnologiche, la chiocciola di Internet (@) e l’immagine di uno spermatozoo trafitto geneticamente da una nota musicale (ogni eiaculazione una sonata). Si è data una missione impegnativa: far capire al mondo che i designer sono gli intellettuali universali del Terzo millennio e che il design non è solo una sedia ben confezionata.
L’intervista si svolge via Skype. L’immagine di Antonelli seduta nel suo studio gonfio di libri e di cataloghi è poco nitida. Quel che dice, invece, è chiarissimo. Quando le chiedo se c’è la possibilità di vederla rientrare in Italia, prima temporeggia con un “mai dire mai” e poi mi fa capire che il suo è uno di quei casi di espatrio felice che non lascia troppi margini al piagnisteo sui cervelli in fuga da riportare a casa. Partiamo da qui.
Ti sono mai arrivate proposte di lavoro dall’Italia?
«Certo. Ma sempre per ruoli al di sotto del mio titolo e delle mie capacità. Eheh…».
Perché ridi?
«Diciamolo: in Italia la mia è una generazione persa».
In che senso?
«Non ha possibilità di affiorare. La generazione prima, quella dei sessantenni, non molla l’osso. Hanno messo un tappo».
Perché dovrebbero mollare l’osso? Dovrebbero essere i trenta/quarantenni a conquistarsi i loro spazi, no?
«Sì. Ma chi ha ruoli di responsabilità dovrebbe circondarsi di persone talentuose, anche se queste mirano a scipparti l’incarico».
Non succede?
«Non vedo molto coraggio».
Prendi con te anche chi sai che aspira a sfilarti la poltrona?
«Certo. E le persone con cui ho lavorato, assistenti e collaboratori temporanei, quando ne avranno l’occasione saranno pronti a sostituirmi».
Se fossi rimasta in Italia…
«Non avrei mai raggiunto tutti questi traguardi professionali. Per motivi di età e di sesso: nessuno mi avrebbe nominato curatrice a trent’anni, come è successo al Moma, e malgrado le mille conquiste, in Italia la disparità tra uomini e donne è ancora assurdamente tangibile».
Consiglieresti l’espatrio a un giovane italiano?
«Certo. Almeno temporaneo».
L’espatrio…
«…apre la testa, dà prospettive e ti chiarisce le idee sulle ragioni per cui l’Italia è un Paese unico con molti lati sublimi».
Dove però non torneresti.
«Posso essere sincera? Tutte le proposte che ho ricevuto, non solo dall’Italia, non mi davano la visibilità e il potere che ho al Moma. Qui se alzo il telefono raggiungo chiunque, sempre. Posso soddisfare ogni mia curiosità. È il paradiso. E poi posso provare a sgretolare il pregiudizio per cui il design è solo l’arte del costruire belle sedie».
Che cosa altro è, scusa?
«I designer sono sorgenti di idee. Hanno la mente elastica».
Su questo tema hai allestito una mostra: Design and the Elastic Mind.
«In un mondo che vive continue rivoluzioni, tecnologiche e culturali, l’uomo deve trasformare in elasticità la sua ancestrale adattabilità. E l’elasticità è una caratteristica dei designer contemporanei: il designer prende la rivoluzione e la rende accessibile tutti i giorni. Quello che separa gli scienziati dai designer non è l’attenzione dei secondi alla forma o alla bellezza degli oggetti, ma l’intenzione di fare in modo che le scoperte tecnico-scientifiche facciano parte della vita di tutti i giorni».
Qual è l’oggetto che più ha rivoluzionato la vita delle persone negli ultimi cinque anni?
«Quando rifletto sulla vita delle persone, oggi penso alla comunicazione. Quindi direi l’iPhone».
Il pezzo di arredamento che hai in casa e a cui non rinunceresti mai?
«Un vaso ultrapacchiano che mi regalò mio padre. Me lo diede dicendomi: “Sei circondata da troppo buon design”».
Il primo oggetto di design che hai comprato?
«Una tuta in lycra di Fiorucci».
Pensavo che mi dicessi una sedia di Philippe Starck o qualcosa di simile.
«Sin da quando ho arredato la mia prima casa non ho mai considerato i pezzi di design come pezzi di design. Era arredo di buon gusto».
Arredo caro, però.
«Una volta il design non era così caro».
Ora ci sono librerie e mobili che vengono venduti a milioni di euro: l’art design.
«Peter Saville, famoso grafico inglese, ha detto che l’art design è arte light. Come la Coca-Cola. Condivido».
Al Moma tu hai organizzato una mostra di Ron Arad, capostipite dell’art design.
«Volevo rendere merito alla sua ricerca, ma anche chiudere il capitolo. Quando Marc Newson nella galleria Gagosian espone una libreria in marmo di Carrara che viene messa in vendita a un milione di euro, dove siamo? Per prezzo e fruibilità, non nel campo del design, direi».
Meglio una libreria di Antonio Citterio?
«Sono cose diverse. Ma se il design non vende, muore. Senza Citterio staremmo tutti a gambe all’aria».
Citterio è ospitato nella collezione del Moma. Chi è un giovane italiano che si meriterebbe di affiancarlo?
«Elio Caccavale. Un napoletano che vive a Londra. Eccezionale».
Il prossimo oggetto che entrerà in collezione?
«Il prossimo ingresso non sarà di un oggetto. Stiamo lavorando per mettere in collezione ventisette caratteri tipografici digitali. Quelli usati da tutti, tutti i giorni, in tutto il mondo».
Tu hai mai disegnato o inventato un pezzo di design?
«No, sono ferma alle piccole costruzioni col Das, di quando ero bambina».
Raccontami la tua infanzia.
«Sono nata a Sassari, ho vissuto qualche anno a Ferrara e poi ci siamo trasferiti a Milano».
Scuole?
«Ho trascorso la mia adolescenza meneghina nel Collegio delle Fanciulle. Accanto c’era il liceo Leonardo, roccaforte del Movimento studentesco. Durante le occupazioni ci sfottevano col megafono: “Vergineeelle”».
Come hai vissuto la Milano degli Anni di Piombo?
«In maniera abbastanza defilata. A scuola portavamo il grembiule. Era un’oasi di pace. Appena uscivi rischiavi di finire in qualche zuffa tra sanbabilini di ultradestra e leonardini di ultrasinistra. Quel clima di scontro che si respirava credo che abbia comunque contribuito alla mia formazione. E poi ho cominciato presto a lavorare».
Dove?
«A diciott’anni già collaboravo con le pagine di costume del Giornale di Montanelli. E con lo staff delle pubbliche relazioni di Armani. Ho preso tutto il meglio che Milano mi poteva dare».
L’università?
«Uscita da scuola ero piena di me. Scelsi il corso più difficile: Economia alla Bocconi. Ma dopo due anni lasciai per passare ad Architettura, al Politecnico».
La prima mostra che hai curato?
«Un’esposizione sulla civiltà delle macchine con Pierluigi Cerri, alla fine degli anni Ottanta. Contemporaneamente collaboravo con le riviste Domus e Abitare».
Negli Stati Uniti come ci arrivi?
«La prima volta, a Los Angeles, inseguendo un amore. Poi ho cominciato a insegnare alla Ucla. A quel punto è arrivata la proposta di andare al Moma come curatrice. Era il 1993».
L’italianità ti ha aiutato?
«Dall’Italia mi sono portata la dimestichezza col design. Che a Milano è una cosa normale e a New York è una rarità. Gli americani sul design hanno una specie di complesso di inferiorità rispetto all’Italia».
Davvero?
«Sì. Ma è un complesso simpatico. Se lo concedono perché considerano l’Italia irrilevante e innocua dal punto di vista geopolitico».
Tu segui la politica italiana?
«No. E considero un freno la presenza della politica nelle vicende museali italiane».
I politici newyorkesi non fanno pressioni per piazzare i manager amici nei musei?
«Scherzi? Qui tutto è iniziativa privata. E persino i finanziatori si guardano bene dal fare pressioni indebite».
Da newyorkese d’adozione: la moschea a Ground Zero va costruita o no?
«Assolutamente sì. La costruzione della moschea, simbolo di apertura, è un modo per rimarginare la ferita dell’11 settembre».
A cena col nemico?
«Non ho nemici così interessanti da cenarci. E poi considero nemico solo chi mi tradisce. Quindi il pane insieme non ce lo spezzo».
Hai un clan di amici?
«Una su tutti: Lisa Gabor, che fa la direttrice della strategia creativa di Island Outpost, un super resort giamaicano».
Qual è la scelta che ti ha cambiato la vita?
«Passare da Economia ad Architettura».
L’errore più grande che hai fatto?
«Non ricordo errori enormi. E tendenzialmente non ho rimpianti».
Che cosa guardi in tv?
«Intanto c’è da dire che guardo molta tv».
Anche quella italiana?
«Quella no. Guardo le serie, che spesso sono meglio del cinema. La mia ultima ossessione è stata Spooks, sull’MI5, i servizi segreti inglesi. Una meraviglia. La domenica mi capita di vederne quattro episodi di fila».
Il film?
«Blade Runner, ci sono scene indimenticabili».
La canzone?
«Here comes the sun dei Beatles. Mi rende felice».
Il libro?
«The shock doctrine, l’ultimo di Naomi Klein. Lo sto finendo ora. Leggo più saggi che narrativa».
Sai quanto costa un pacco di pasta?
«Certo, faccio la spesa. Costa cinque dollari».
Sai chi è il ministro dell’Interno in Italia?
«No, lo ammetto. Che figura!».
Che cosa è rappresentato sulla banconota da un dollaro?
«Washington. Ma io preferisco i Benjamins…».
Ci credo, sono le banconote da cento dollari, con sopra Benjamin Franklin.
«Ma no. Lo dico perché Puff Daddy gli ha dedicato una canzone pazzesca».

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Categorie : interviste
Commenti
Casimiro Mondino 15 ottobre 2010

Da trent’anni lavoro nel e per il design e adesso capisco perchè, a parte le piacevoli definizioni che se ne danno, il design è morto.

Claudia Nebuloni 26 gennaio 2012

leggerti e vederti così in alto fa un po’ paura e se ripenso alla Paola nel nostro giardino di casa non posso fare altro che inchinarmi e farti una valanga di complimenti. Chissà forse un giorno a NY, un abbraccio da chi invece non ha fatto così tanta strada

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