Benedetta Arese Lucini (Sette – giugno 2015)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 5 giugno 2015)
L’hanno minacciata. Le hanno fatto trovare un cartello molto galante con sopra scritto “puttana” davanti all’ingresso di casa. E lei da qualche tempo evita di circolare da sola la sera. Benedetta Arese Lucini, 31 anni, è la country manager di Uber in Italia. Per i tassisti è il nemico pubblico numero uno, per gli altri è la donna simbolo della cosiddetta share economy in Italia. Uber, ovvero cool, figo-fico, è l’app per telefonini con cui trovi un passaggio in città: con UberBlack hai a disposizione macchine di rappresentanza, con UberPop l’auto di un comune mortale che ha deciso di arrotondare mettendosi a fare il tassista per caso, a prezzi stracciati. L’app è attiva in trecento città del Pianeta. La casa madre è a San Francisco. E lì si trova il boss inventore Travis Kalanick, la cui società intasca circa il 20% per ogni corsa. Il resto va ai driver, agli autisti.
Arese Lucini è una globetrotter dell’economia 2.0: ha cominciato nelle banche d’affari londinesi, ha respirato il vento digitale della California e surfato sulle startup della Malesia. Infila una parola inglese ogni due: questa intervista è una big picture, la sua famiglia è tech oriented e i consumatori attenti sono price sensitive. La incontro nel giorno in cui il Tribunale di Milano ha accolto la richiesta delle cooperative dei taxi di sospendere UberPop per concorrenza sleale. La immagino preoccupata e abbacchiata. La trovo spavalda e iperattiva. Quando le chiedo se questa decisione dei giudici meneghini non sia la pietra tombale sulla sua avventura, fa uno sguardo come a dire “non si ferma il vento con le mani”. UberPop non si ritira dalla lotta. Al momento di salutarci Arese Lucini prende il telefono, digita un paio di clic e dopo cinque minuti arriva un signore del Bangladesh su un’utilitaria azzurrina che la porta all’appuntamento successivo. Spiega: «Sono settimane che studiamo la strategia da attuare. La sospensione dell’app è cautelare. Ricorreremo in appello. E sono convinta che la decisione sia solo temporanea. Noi vogliamo portare la mobilità del futuro. Abbiamo una visione long term, a lungo termine».
L’obiettivo finale?
«Quello di tutta la share economy: usare un bene di consumo in modo più efficiente. In questo caso l’automobile. Nel futuro le persone non diranno più “prendo la mia auto”, ma “uso Uber, Blablacar, CarToGo, Enjoy ecc.”».
Aspettando quel futuro i vostri driver di UberPop si muovono per le città clandestinamente e il Tribunale di Milano vi ha praticamente messo fuori legge. Siete pirati.
«Non siamo fuori legge e non siamo pirati. Siamo non-regolamentati. Siamo pionieri. Ed è il destino di tutti gli innovatori. Travis Kalanick ha capito di aver aggredito un mercato quando sono arrivati i primi warning a Uber da parte dell’amministrazione di San Francisco. A quel punto si è messo a studiare».
Studiare come aggirare la legge?
«No, come agire rispettandola. La differenza tra gli Stati Uniti e l’Italia è che lì le amministrazioni sono customer oriented: quando arriva una novità utile ai consumatori, la analizzano e cercano di capire come inserirla in un mercato. Qui la prima cosa che si fa è bloccarla. Manca il diritto di innovare».
Qui avete scalfito gli interessi ultraradicati dei tassisti.
«Ma non è vero. Uber è complementare ai tassisti. Abbiamo picchi di traffico nella fascia oraria tra le 19 e l’una di notte. Ma andiamo bene fino alle 3. La sera facciamo più concorrenza agli autobus che ai taxi».
I tassisti dicono: noi spendiamo in corsi di formazione e abbiamo una licenza, gli autisti di UberPop non danno garanzie di sicurezza.
«Una persona che fa un corso di formazione ti dà più sicurezza? Mi risulta che tra i tassisti romani e napoletani ci sia qualche pregiudicato. La sicurezza è data dalla trasparenza: i nostri autisti forniscono casellario giudiziario, carta di credito, documenti di ogni tipo. Devono avere ventuno anni e almeno 15 punti sulla patente. Sono requisiti che in Italia ci siamo autoimposti. Negli Stati Uniti hanno creato le Transport Network Companies: app che facilitano il lavoro di alcune categorie, alternative ai taxi e ai noleggi con conducente (Ncc), e che devono garantire requisiti simili. Mi piacerebbe che anche in Europa venisse introdotto un mercato dei trasporti più unregulated, liberalizzato, dove ci sono regole da rispettare e non licenze blindate».
Le licenze dei tassisti. C’è chi investe decine di migliaia di euro per averne una.
«Le licenze comunali sono una follia, soprattutto in città sempre più metropolitane. All’atto del rilascio da parte del Comune sono gratuite, ma poi la compravendita spesso avviene in parte in nero».
Ci sono migliaia di persone che hanno questo pezzo di carta che con l’arrivo di UberPop rischia di perdere tutto il suo valore.
«Si chiama rischio di impresa. Il tassista è un imprenditore. Non può pensare di avere lo stipendio garantito o una liquidazione solo perché ha una licenza. Se vuoi uno stipendio garantito vai a guidare un autobus come dipendente comunale. Se fai impresa ti assumi un rischio».
Voi rischiate di chiudere. Lei quando ha capito che in Italia avrebbe trovato guai e resistenze?
«Il giorno stesso della presentazione di Uber a Milano. Alcuni tassisti si sono presentati in piazza Diaz per contestarci. Il capo di Uber Europa disse: “Cavoli, ci hanno messo poco ad accorgersi di noi. Negli altri Paesi ci mettono un annetto”».
Le cooperative dei taxi accusano: Uber paga le tasse in Olanda.
«La sede europea è lì. I driver pagano le tasse in Italia. Ed è surreale che i tassisti attacchino Uber su questo argomento. Quante corse dei taxi non vengono dichiarate?».
Lei come è arrivata a lavorare per Uber?
«Mi hanno contatta i launchers attraverso Linkedin e dopo che gli avevano fatto il mio nome alcuni ragazzi di un co-working».
Scusi, chi sono i launchers?
«Sono un gruppo di persone che viene mandato in un Paese per aprire l’attività di Uber».
L’avanguardia delle truppe aliene che sondano un pianeta per decidere se conquistarlo.
«Ahahah. In Italia l’app di Uber era già stata scaricata da 40.000 persone prima che cominciasse il servizio. Ho fatto sei colloqui e quattro prove. Durante l’ultima ho dovuto presentare a Travis un piano strategico per lo sviluppo di Uber a Milano».
Lei che studi ha fatto?
«Mio padre è ingegnere, ho una sorella fisica, mia madre e l’altra sorella hanno studiato matematica. Un bel gruppo di nerd. Io ho frequentato Economia alla Bocconi e sono l’asina della famiglia. Dopo un semestre in un ateneo di Santa Barbara, in California, ho deciso che avrei lasciato l’Italia. Ci sono tornata per Uber dopo molti anni trascorsi nella City, negli Stati Uniti e nel Sudest Asiatico».
Si aspettava una reazione così dura da parte dei tassisti italiani?
«Mi aspettavo una reazione forte. Ma nel resto del mondo se la prendono con l’azienda. Qui hanno attaccato me, con insulti sessisti. Questo è inaccettabile».
A cena col nemico?
«Con Loreno Bittarelli».
È il leader della cooperativa romana 3570.
«È il simbolo di una intransigenza».
Aprirete UberPop anche a Roma?
«Con UberBlack siamo già presenti. E soprattutto nelle periferie capitoline c’è un grandissimo bisogno di servizi come Uber vista la carenza di taxi…».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Metto il lavoro prima di tutto. Prima della famiglia e delle amicizie».
Quante ore lavora al giorno?
«Di media quattordici. Dormo quattro ore a notte. Mi sveglio presto e quando riesco la mattina corro o nuoto un’oretta. L’unica pausa che mi concedo è per fare un po’ di Bikram yoga. Ho cominciato dopo un viaggio in India».
Che cosa guarda in tv?
«Non ho la televisione. Guardo sul computer Netflix».
Il provider di film e serie tv on demand statunitense? Ma in Italia ancora non c’è!
«Esistono tecniche per cambiare il proprio Ip. Pago i contenuti regolarmente, eh».
La serie preferita?
«House of cards con la grande Robin Wright».
Il film?
«La vita è bella. L’ho visto mille volte».
Il libro?
«Shantaram di Gregory Roberts».
La canzone?
«Californication dei Red Hot Chili Peppers».
Sa quanto costa un litro di benzina?
«No. Anche perché non ho l’automobile».
Conosce l’articolo 41 della Costituzione?
«Certo, è quello sulla libertà di impresa».
Dice anche che l’impresa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale.
«Giusto. E infatti Uber è utilissima alla società».
Il premier Matteo Renzi dopo aver provato Uber a New York disse: “È un servizio straordinario”».
«In realtà, a parte questo commento non conosco la sua posizione su Uber. Quello di Renzi è un governo progressista che dice di voler puntare sul digitale. Se è così, prima o poi dovrà prendere posizione tra servizi tradizionali e innovazione».

Categorie : interviste
Commenti
armando lucidi 7 giugno 2015

da oggi sarò “non regolamentato” anche io, sarò pioniere: non pagherò più le cartelle di equitalia, visto che non usufruisco dei servizi sociali.

antonio 7 giugno 2015

Dottoressa ma a chi vuole prendete in giro ,voi non siete ne car sharing ne car poolling voi siete solo dei meschini speculatori che state approfittando della crisi economica x illudere migliaia di disperati di dargli un posto di lavoro creando in effetti un esercito di poveri precarizzati tutti in nero pkè li mascherate come rimborsi e pure il giudice Espero in concorrenza sleali come la vostra ve l ha spiegato bene o a forza di stare in America si è dimenticata l italiano? ??se vuole gliela faccio tradurre;innovatori della truffa tecnologica tramite app che chiedono il pizzo agli abusivi bella innovazione hai capito gli Ameri CANI cmq vi aspettiamo a Napoli vi prepariamo il comitato di benvenuto

Gianluca 7 giugno 2015

TANTE BELLE PAROLE…MA….SOSTENERE UN SERVIZIO ILLEGALE NON È UN GRAN BELLA COSA!!! CI SONO DELLE REGOLE E DELLE LEGGI…E ALMENO FINCHÉ QUESTE ESISTERANNO. …TACI!!!!! ABUSIVA!!!!!

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