Sebastiano Ardita (Sette – novembre 2011)

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Sebastiano Ardita ha 45 anni, da venti fa il magistrato e da nove è il direttore dell’Ufficio detenuti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). Lo incontro nel suo appartamento a pochi passi da un carcere romano. Quando gli chiedo in che condizioni si trovino i detenuti in Italia, cita il presidente Napolitano: «La questione del sovraffollamento nelle carceri è un tema di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile». Chiedo: «L’ultimo indulto non ha prodotto alcun effetto?». Replica: «Con l’ultimo indulto sono usciti dei criminali veri e sono rimasti dentro i ladri di merendine».
Ardita è un baluardo dei diritti dei detenuti. Vorrebbe fracassare il muro di indifferenza nei confronti delle sorti dei condannati che vivono dietro le sbarre. Srotola qualche dato: «Ogni anno transitano in carcere circa 90.000 persone. È un pezzo di tessuto sociale. Rieducare un detenuto e trattarlo a norma di Costituzione è un investimento sociale non solo necessario, ma anche conveniente». Qualche mese fa Ardita ha diffuso una circolare che ha fatto innervosire i sostenitori dello sceriffismo carcerario. Che cosa c’era scritto? Che i figli degli immigrati che vanno a trovare i genitori in carcere non possono essere acciuffati&espulsi se sono clandestini. Perché il colloquio è un diritto individuale.
Ardita è considerato uno dei massimi esperti di 41 bis, l’insieme delle durezze riservate ai terroristi e ai mafiosi dietro le sbarre. Nell’aprile del 2006 fu lui ad accogliere il boss mafioso Bernardo Provenzano nel carcere di Terni. Lo racconta nelle pagine del suo libro (Ricatto allo Stato, Sperling&Kupfer). La scena del faccia a faccia tra l’uomo dello Stato e “l’ultimo padrino” è western puro. Provenzano: «Adesso la mia vita è nelle mani di Dio e degli uomini che hanno il potere». Ardita: «La sua vita è nelle mani della legge. E noi non conosciamo nessuno che abbia un potere che sta al di sopra della legge».
A proposito di rispetto della legge, Ardita ha seguito anche l’indagine amministrativa sul caso di Stefano Cucchi, il ragazzo morto due anni fa nel carcere di Regina Coeli, a Roma. Questa intervista si svolge nei giorni in cui si apre il processo agli agenti accusati di maltrattamenti e violenze sui detenuti nella prigione di Asti. Partiamo da qui.
Violenze, maltrattamenti, per non parlare dei suicidi, che sono circa cinquanta all’anno. Il carcere in Italia è un inferno?
«No. Anche perché si è formata una nuova generazione di dirigenti carcerari che hanno un alto senso costituzionale del loro ruolo».
Le violenze ci sono.
«E vanno perseguite. Lo Stato non si può vendicare. Il carcere è già un luogo in cui lo Stato manifesta la sua forza. Il compito delle istituzioni dovrebbe essere quello di far reinnamorare della Legge i detenuti. Un risultato che non si può ottenere se non si è credibili».
Ci si può innamorare della Legge in un carcere sovraffollato, dormendo in spazi risicatissimi, su un letto a castello di quattro piani col naso a dieci centimetri dal soffitto?
«Che ci siano difficoltà strutturali è evidente».
Chi si occupa di detenzioni sostiene che finire in carcere sia un terno al Lotto: a Bollate quasi un paradiso, a Poggioreale un girone dantesco.
«Sì però, se ci giriamo intorno e guardiamo gli altri Paesi, non siamo messi così male. Il ministro degli Esteri romeno ci ha detto che l’esportazione di criminalità romena in Italia è dovuta anche al nostro sistema carcerario garantista».
Ottimo. Ci sono circa 66.000 detenuti e 45.000 posti letto. Come si esce dall’emergenza?
«Bisogna cambiare il processo, modificare il sistema di detenzione e costruire nuove carceri».
Il processo…
«Eliminerei uno dei gradi di giudizio. Per evitare storie come quella del detenuto Orazio».
Ce la racconti.
«Arrestato per un furto d’auto, rilasciato in attesa di giudizio e riarrestato dieci anni dopo a fine processo, quando lui si era già costruito un’altra vita. Quando l’ho incontrato in carcere mi ha detto: “Ho perso tutto e mi avete rimesso in contatto con la malavita, non è facile resistere…”. Capisce?».
Il sistema di detenzione…
«Il carcere oggi rischia di essere una perversione istituzionale: il luogo di raccolta degli emarginati e il terminale del fallimento degli interventi sociali».
Si spieghi meglio.
«La povertà, il disagio mentale, la tossicodipendenza esistono… Quando i sistemi di controllo ordinario, come i Sert o i dipartimenti di salute mentale, falliscono, l’ultima ratio diventa il carcere. Invece, in prigione ci dovrebbero finire solo i delinquenti veri!».
Delinquenti veri. Lei nel suo libro Ricatto allo Stato dice che l’unico carcere che funziona è quello per i mafiosi, con il 41 bis.
«Funziona. È stato reso più efficace e intelligente di prima. Ma il 41 bis è comunque un regime davvero duro. La restrizione degli spazi del detenuto è molto forte».
Il 41 bis è stato o no, oggetto di trattativa tra Stato e mafia?
«Questo lo sta verificando la procura di Palermo. Ma credo proprio di sì. Facendo una premessa: non si può guardare il biennio 1992/1993 con gli occhiali del 2011».
Nel periodo delle stragi mafiose il 41 bis subì delle modifiche. Simili ai desiderata dei boss.
«Bisogna capire se la scelta di chi ci governava fu indipendente o dipendente dalle richieste mafiose. È comunque un fatto grave. Giovanni Conso in Commissione antimafia, l’anno scorso, si è offerto come capro espiatorio: ha detto che nel 1993 decise di non prorogare il 41 bis per veder frenare la minaccia di altre stragi, ma non in un’ottica di pacificazione».
Lei ci crede?
«C’è una domanda più importante a cui si deve ancora dare risposta: perché la mafia prese quella china stragista che poi ha portato inevitabilmente al rafforzamento dei meccanismi di prevenzione anti-mafia? È lì che bisogna indagare. E a Palermo lo stanno facendo».
Indagini. Lei è stato pubblico ministero. Dopo nove anni tra celle e questurini non le mancano le indagini?
«A gennaio torno in magistratura».
Destinazione?
«Mi piacerebbe la Sicilia. Sono catanese».
Lei quando è entrato in magistratura?
«Ho fatto il concorso appena laureato, a 22 anni. L’ho vinto e nel 1991 ero magistrato».
Perché ha scelto di fare il pubblico ministero?
«Mio padre era avvocato civilista. Un artigiano del mestiere. Finito il liceo sono entrato nei Carabinieri. Da tenente di complemento venni mandato in Calabria. Ero in servizio nel tribunale di Palmi. Assistendo a ore e ore di processi capii presto qual era il mestiere più interessante: il pm, appunto».
Il primo incarico da pm?
«A Catania. Presi servizio nel ’92. In un periodo terrificante. Dopo la morte di Borsellino, negli uffici giudiziari c’era la sensazione che potesse succedere qualsiasi cosa. Io ero il tredicesimo sostituto procuratore, il più giovane».
Ricorda il suo primo processo?
«Tangenti sui cartelloni pubblicitari. Per molti anni mi sono occupato della Tangentopoli catanese. In quel periodo c’era un’ala del carcere Piazza Lanza a Catania che era dedicata solo ai tangentisti».
Ardita, un Di Pietro etneo?
«Di Pietro lo andai a trovare nel corso di un’indagine. I miei modelli però erano Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo. Miti veri».
Lei ha fatto arrestare anche dei politici. A causa delle sue indagini finirono in carcere i democristiani Nino Drago e Rino Nicolosi, e il socialista Salvo Andò.
«Il costruttore Francesco Finocchiaro ci rivelò un sistema tangentizio capillare… Ma per la lunghezza dei processi alcune accuse finirono in prescrizione».
In seguito durante un’inchiesta sulla sanità catanese venne arrestato anche l’attuale presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo.
«Già. Alla fine non fu condannato perché l’ipotesi di reato venne derubricata in finanziamento ai partiti».
Se non sbaglio la sua ultima inchiesta sugli appalti toccò anche Stefano Cusumano, allora sottosegretario, e Giuseppe Firrarello, ora senatore del Pdl. Ha mai ricevuto attacchi politici per la sua azione di magistrato?
«Mi hanno dato del giudice comunista e del giudice fascista, a seconda di chi finiva sotto inchiesta».
Lei è comunista? O fascista?
«Sono di formazione cattolica. Un reazionario progressista…».
Lei è favorevole alla separazione delle carriere?
«No. Io sono come sono perché i magistrati italiani vengono formati così: difesa della legge e degli interessi dello Stato senza sconti a nessuno, ricerca della verità, tutela della libertà dei cittadini… Vale per giudici e pm. Un modello diverso avrebbe solo effetti peggiorativi, formerebbe un’accusa che ha come unico scopo quello di incastrare gli indagati».
Ogni tanto sembra che sia già così.
«Perché nessuno è perfetto».
Le leggi ad personam…
«La domanda successiva?».
A cena col nemico?
«Luigi Manconi. È un garantista libertario che stimo molto».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Potrei scrivere un libro sui sensi di colpa che ho nei confronti della mia famiglia».
Che cosa guarda in tv?
«Tutto. Talk show, tg… Tra i miei giornalisti preferiti c’è Antonello Piroso. Mi pare non fazioso».
Il film preferito?
«Il Cacciatore con Robert De Niro».
I film e le serie tv sulla criminalità e sulla mafia creano sempre polemiche: La piovra, Il capo dei capi…
«Per un giovane istruito sono semplici prodotti di fantasia. Ma per chi non va a scuola e magari vive in una cittadina meridionale, c’è il rischio di creare fenomeni di emulazione. Per molti ragazzini il boss è un mito. A Catania, fino a dieci anni fa, l’inafferrabilità di Nitto Santapaola purtroppo era leggendaria».
Il libro?
«I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij. In ogni pagina c’è una domanda sulla vita, una risposta e il suo contrario. La dimensione religiosa dell’esistenza per me è un punto fermo».
La canzone?
«Romeo and Juliet dei Dire Straits, perché tutte le cose proibite hanno sempre un certo fascino».
Conosce l’articolo 3 della Costituzione?
«Ci mancherebbe altro. È il principio di uguaglianza».
Sa quanto costa un pacco di pasta?
«Al discount lo trovi anche a 45 centesimi».
Conosce i confini della Libia?
«Il Ciad, l’Egitto, la Tunisia…».
Che effetto le ha fatto vedere le immagini della cattura e dell’uccisione di Gheddafi?
«Dopo tutto quello che ci siamo detti, secondo lei che effetto mi ha fatto vedere massacrata una persona sottratta a ogni forma di giudizio?».    
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Categorie : interviste
Commenti
Alessandro 21 ottobre 2014

Lei ė un pm da ammirare…

Emanuela 18 febbraio 2015

Oltre ad essere una persona da ammirare per ciò che ha fatto,merira ancor di più essere stimato per la splendida persona che è al di fuori del lavoro.. una persona umile, molto distinta, che al contrario di ciò che può apparire”molto preso dal suo lavoro”ha sempre a cuore il pensiero anche di chi lo accompagna ogni giorno nel suo duro percorso di vita.

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