Paolo Baratta (Sette – marzo 2013)

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Su Wikipedia c’è scritto “politico”. In realtà Paolo Baratta, 73 anni, economista ed ex ministro con i governi Amato, Ciampi e Dini, è una specie di doge della cultura nazionale. È il presidentissimo della Biennale di Venezia, in carica dal 2008, dopo un primo mandato tra il 1998 e il 2001. Su qualsiasi argomento ha un dato e un’opinione informata. Lo incontro nel suo appartamento romano. I primi trenta minuti sono uno sfogo pacato. Contro l’amministrazione romana che tollera l’invasione del plateatico da parte dei ristoratori e degli ambulanti e non elabora un piano che riguardi i pendolari: «Lo sviluppo urbano di grande respiro da noi non esiste». E contro il marketing universitario che invece di formare gli italiani li inganna promettendo di insegnargli un mestiere: «Migliaia di laureati in comunicazione di massa che però non sanno che cosa comunicare». Elenca statistiche, srotola cifre.
Mi comunica con una certa fierezza che durante l’inaugurazione della 55ª Esposizione Internazionale d’Arte sarà riportato in luce il ciclo pittorico La Civiltà nuova di Galileo Chini, nel Padiglione Centrale ai Giardini. Quando gli chiedo se le varie Fondazioni che si sono piazzate a Venezia (Prada, Guggenheim, Pinault) danno fastidio alla sua Biennale, si inorgoglisce: «Fastidio? Noi siamo la portaerei, loro vivono perché ci siamo noi. Abbiamo scopi diversi. Ho parlato a lungo con Pinault. Se non sbaglio il valore della sua collezione, da quando è a Venezia, potrebbe essere aumentato fino a coprire il costo dell’operazione». Baratta definisce se stesso un imprenditore pubblico che cerca di fare cultura in modo innovativo. E dà alla parola “pubblico” un significato alto. Dice: «Voglio che la Biennale sia un luogo in cui gli artisti si incontrino, disinteressatamente. E voglio che il mondo venga qui sapendo che non imbrogliamo e che non vogliamo vendere una mercanzia». Partiamo da qui. Dall’arte come mercanzia.
Massimiliano Gioni, curatore della Biennale di quest’anno, proprio a Sette ha detto che si deve uscire dall’equazione “prezzo uguale qualità”.
«La sola utilità dell’arte deve essere quella di provocare ansia ermeneutica».
Può tradurre?
«È la voglia di andare oltre, attraverso l’esperienza visiva. Il tema centrale dell’arte contemporanea è dare forma alle idee. Quest’anno il curatore, invece di chiamare semplicemente degli artisti per soddisfare questa esigenza, costruirà un percorso prospettico. Sarà una mostra di ricerca. Lo scopo è quello di suscitare una riflessione sui singoli lavori e soddisfare due esigenze».
Quali?
«Quella dell’emozione visiva e quella di raccontare il mondo degli artisti e il modo in cui sono arrivati a esprimere quell’emozione. Si tratta di digerire l’arte contemporanea. Chi attraversa le Corderie, l’insieme delle sale della Biennale, arrivato in fondo deve sentirsi diverso».
Obiettivo ambizioso.
«Credo che le istituzioni culturali del Paese dovrebbero fare proprio questo: promuovere la conoscenza, far crescere la creatività. Per questo, rendere più vitali queste istituzioni dovrebbe essere una priorità».
Non è così?
«No. Il Paese è bloccato. Le istituzioni culturali, a partire dalle università e dalla formazione a tutti i livelli, prima hanno chiesto di essere salvate dagli arrugginiti meccanismi burocratici e poi si sono rifugiate nel corporativismo. Hanno interpretato l’autonomia come occasione per tutelare se stesse. Chiedono soldi. Protestano contro i tagli, ma non sempre aggiungono coraggio e innovazione».
Mi fa un esempio?
«Lo sa qual è la battaglia che stanno facendo oggi le Accademie di Belle Arti?».
Me lo dica lei.
«Lottano per essere equiparate a un corso di laurea».
Che cosa dovrebbero fare invece?
«Confrontarsi con il mondo. Ed essere autarchiche».
Le due cose sembrano in contraddizione.
«Non lo sono. Per colpa del fascismo la parola autarchia è diventata sinonimo di protezionismo miserabile. In realtà “autarchico” vuol dire che ho in me i poteri del mio operare. Gli istituti culturali dovrebbero lottare per avere degli Statuti che gli consentano di differenziarsi. Da questo punto di vista quello della Biennale è uno Statuto esemplare».
Perché?
«C’è un Cda, un presidente responsabile e una struttura amministrativa di eccellenza legata con un contratto di lavoro privato secondo criteri imprenditoriali. Lo sa che un Conservatorio italiano, se vuole chiamare un compositore estero per qualche mese, deve avvertirlo tre anni prima e sottoporre il suo nome a una commissione nazionale che ne deliberi la nomina? Le scuole d’arte dovrebbero vivere del contatto con il diverso. E invece da noi il diverso è tenuto a distanza. Non solo: mancano completamente i corpi intermedi tra le scuole e il mondo che vedrà gli studenti impegnati nelle loro attività».
Si spieghi meglio.
«Lo sa che in Italia ci sono 99.700 iscritti ai licei artistici? E 72.000 iscritti alle Facoltà di Architettura? Lo sa che ci sono 50 Conservatori? Ecco. Secondo lei, una volta usciti da queste scuole dove dovrebbero andare questi aspiranti artisti?».
Me lo dica lei.
«Ci dovrebbero essere luoghi in cui l’artista misura se stesso confrontandosi con gli altri artisti».
Non ci sono?
«No. C’è la terra di nessuno. E infatti bussano tutti alla porta della Biennale. Inviano opere, cortometraggi, progetti. Ma la Biennale è il luogo del confronto internazionale. Possibile che un povero artista italiano alle prime armi debba sperare che arrivi Vittorio Sgarbi e che lo porti alla Biennale snaturando le finalità della manifestazione?».
Ha in mente un’alternativa?
«Per esempio, rivitalizzare la Quadriennale».
È uno degli Enti a cui sono stati tagliati più fondi.
«È stato un errore. La Quadriennale era e dovrebbe essere il luogo in cui gli artisti italiani, regione per regione, si confrontano. Verificano se stessi mettendo le loro opere, i loro quadri e le loro installazioni a confronto con quelle degli altri».
Lei preferisce la pittura o le installazioni?
«Nell’arte contemporanea preferisco le installazioni».
L’installazione che l’ha emozionata di più?
«Ricordo una Biennale diretta da Harald Szeemann in cui rimasi impressionato dal lavoro di Joseph Beuys. E da alcune installazioni che si occupavano di un tema molto presente e fertile nella vita degli artisti: il fallimento».
In pittura preferisce l’astratto o il figurativo?
«L’astratto. Anche se il figurativo mi ricorda la cultura che mi ha accompagnato negli anni».
Qual è il pezzo che vorrebbe avere in casa?
«Oh, mamma mia! Les demoiselles d’Avignon».
Scelga: Maurizio Cattelan o Damien Hirst?
«Nessuno dei due. In entrambi ormai trovo un elemento di prevedibilità».
Nel cinema: Nanni Moretti o Alberto Sordi?
«Moretti con Habemus Papam è stato profetico. Ma scelgo Alberto Sordi».
Quentin Tarantino o Terrence Malick?
«Malick».
Tarantino è stato presidente della Giuria di Venezia.
«Non aggiungo altro».
Nell’architettura: Frank Gehry o Mario Botta?
«Gehry. Botta ha un’idea troppo protettiva dell’architettura: la casa come scudo. A tutti e due preferisco Kazuyo Sejima, che fa diventare trasparente il reale».
Massimiliano Fuksas o Renzo Piano?
«Piano come architetto. E Fuksas come artista».
Durante la sua prima presidenza della Biennale, lei affidò a Fuksas la cura della sezione architettura: finì con un litigio.
«Diciamo che Massimiliano voleva qualcosa che io non potevo dargli».
Due anni fa hanno provato a sfilarle la presidenza della Biennale.
«Avrà notato che non ho fatto polemiche. Non ho proprio aperto bocca. Fa parte della mia formazione: quando si parla di incarichi pubblici non ci si può agitare né per ottenerli, né per conservarli».
La sua formazione. Che studi ha fatto?
«Laurea in Ingegneria al Politecnico di Milano e poi in Economia a Cambridge».
Due lauree pesanti.
«A Milano facevo anche politica. Ero segretario milanese dell’Unione goliardica. Eravamo in pieno boom. Ma una volta laureato capii che volevo comprendere meglio come funzionava il sistema. E quindi sono partito per l’Inghilterra. Non ero solo: in quegli anni si trasferirono nelle università anglosassoni Luigi Spaventa, Marcello De Cecco, Michele Salvati, Giorgio La Malfa… Una volta rientrati era come se avessimo partecipato tutti a una scuola di alta amministrazione. Anche quando non eravamo d’accordo, ci siamo sempre riconosciuti».
Riconosciuti?
«Sì. Per lo zoccolo comune».
Temo di non capirla.
«Lo zoccolo comune: il livello di formazione, i valori, l’interesse pubblico come priorità. È lo zoccolo comune con cui si può misurare un interlocutore».
Grazie al suo zoccolo, lei a 28 anni era responsabile delle ricerche industriali dello Svimez, un centro studi sul Mezzogiorno.
«Mi chiamò l’economista Pasquale Saraceno. Era una di quelle istituzioni, che non ci sono più, in cui si studiava come “infrastrutturare” il Paese. Si lavorava per immaginare e disegnare il futuro».
A cena col nemico?
«Totò Riina. La persona più lontana che riesca a immaginare».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Il giorno dopo la mia laurea al Politecnico mi arrivarono ventisei proposte di lavoro dalle principali aziende italiane. Le rifiutai tutte e partii per Cambridge».
Che cosa guarda in tv?
«Le avventure del commissario Poirot».
Il film preferito?
«Mi piacciono molto le pellicole anni Trenta di Max Ophüls».
La canzone?
«Non è il mio pane… Forse quelle di Mina».
Il libro?
«Escludendo Guerra e pace, troppo scontato, e Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe su cui torno spesso, direi Teoria dei sentimenti morali di Adam Smith».
Come mai?
«Perché cerca di interpretare i comportamenti dell’uomo nel momento in cui fonda una società. Spiega che l’uomo è una calamita che ricerca la simpatia dell’altro, e che non sempre è mosso da bieco utilitarismo, ma dalla ricerca dell’ammirazione degli altri».
Conosce i confini della Libia?
«Algeria, Egitto…».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Quella normale due euro al chilo, circa».
L’articolo 21 della Costituzione?
«Facile: è quello sulla libertà di espressione».
Sa che cos’è Twitter?
«Sì, ma io non cinguetto».
Perché?
«Non ne sento la necessità. Le persone con cui voglio dialogare, cerco di incontrarle dal vivo».

Vittorio Zincone
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Categorie : interviste
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