Stefano Accorsi (Sette – febbraio 2012)

0 commenti

Stefano Accorsi, 41 anni e quasi 40 film in carriera, è una piccola macchina da guerra. Lo incontro a Roma, nel bar di un albergo vicino alla Stazione. Ha appena terminato una giornata di riprese per la fiction Il clan dei camorristi e finita l’intervista salirà sul palco del teatro Ambra Jovinelli per interpretare Furioso Orlando: ottanta minuti di quasi-monologo in rima. Durante i pasti, progetta nuovi film. Durante l’intervista, invece, ogni tanto si ferma, fissa lo sguardo su uno degli schermi al plasma appesi alle pareti, poi cambia tono e riparte. Quando lo sollecito a tirar fuori il nome di un’attrice con cui vorrebbe duettare in teatro, tentenna: «I nomi… i nomi non mi vengono. Pensavo di avere un Tera di memoria. Invece ho solo 48k, come il mio primo computer». Gli faccio notare che per un attore l’assenza di memoria potrebbe essere un problema. Replica: «Io, ogni giorno, prima di andare in scena rivivo almeno una volta tutto il testo che dovrò recitare». Categoria: sgobboni.
Accorsi è battutista disinvolto, con fama di tombeur de femmes. Quando nel 2004 si mostrò nudo nel film di Michele Placido Ovunque sei, sgorgarono polemiche. Lui chiosò: «Sono un italian bigolò». Da quasi otto anni vive con Laetitia Casta, da cui ha avuto due figli: Orlando e Athena. Lui precisa: «Con noi c’è anche Sahteene, la prima figlia di Laetitia».
Scorrendo il lungo elenco di pellicole di cui è stato protagonista si scopre che Accorsi non ha mai interpretato un cattivo vero. Un infame. Un assassino. È sempre poliziotto, medico senza frontiere, al massimo marito fedifrago. Cominciamo da qui, allora.
Non accetti ruoli da cattivo perché temi che ti rimanga appiccicata un’immagine poco gradevole?
«Non è così. E ve ne accorgerete, presto».
Quando? Con la fiction su Tangentopoli di cui sarai protagonista su Sky?
«Posso dire poco».
Chi interpreterai?
«Un venditore di pubblicità, un rampante».
Si dice che il personaggio sia un adepto berlusconiano.
«Lo diventa. La forza della serie sarà proprio nei personaggi che partono come persone comuni e che si ritrovano a vivere da protagonisti la Grande Storia. Il mio vedrà nella crisi politica di Tangentopoli l’opportunità di una rinascita».
Si è appena celebrato il ventennale dell’inchiesta Mani Pulite. Craxi secondo te è morto da esule o da latitante?
«Da latitante. Puoi anche essere stato un grande statista, ma se commetti un reato e scappi all’estero sei un latitante».
Tu come hai vissuto Tangentopoli?
«Mi sembrava che in Italia potesse succedere qualsiasi cosa».
Eri impegnato politicamente?
«No. Ma speravo in una rinascita del Paese».
Speravi.
«C’era una pagina bianca. Diciamo che non è stata scritta nel migliore dei modi. Non mi pare che sia cambiato molto».
Giudici protagonisti allora. Giudici protagonisti oggi, spesso direttamente impegnati in politica. Nella fiction sui Casalesi che stai girando, interpreti proprio un giudice.
«Andrea Esposito. Ma lui non scende nell’agone politico. Almeno nella prima serie. È un cacciatore di camorristi e questo gli complica parecchio la vita».
È vero che per interpretarlo ti sei fatto aiutare dal pm Raffaele Cantone?
«Gli ho parlato più volte e ho letto i suoi libri».
Dopo le polemiche sulla “Piovra”, sul “Capo dei capi” e su “Gomorra”, le critiche all’esaltazione della malavita “a mezzo fiction” pioveranno anche addosso al “Clan dei camorristi”.
«Non credo. Il punto di vista narrativo è quello del giudice. Il bene».
Il boss dei Casalesi è interpretato da Giuseppe Zeno, un bello e dannato.
«Il suo personaggio è una vera carogna».
Lo sono anche i protagonisti della serie “Romanzo criminale”. Eppure a Roma si parla di pericolo emulazione…
«Dipende da come si rappresenta il male. Il male non va edulcorato. Non va tradito nella sua essenza. Il maestro della rappresentazione del male è Martin Scorsese: con lui non ti viene mai voglia di immedesimarti. Da questo punto di vista, nel film Romanzo criminale…
…quello diretto da Michele Placido in cui interpretavi il commissario Scialoja…
«…è stato commesso di sicuro un errore».
Quale?
«C’è una scena in cui il Freddo, un boss spietato, aiuta le forze dell’ordine a tirare fuori i cadaveri dalle macerie della stazione di Bologna appena saltata in aria. Quello è un falso storico. Ed è offensivo nei confronti delle vittime».
Lo hai mai detto a Placido?
«Ho sollevato la questione, ma insomma…».
Il nome di un regista con cui vorresti lavorare?
«Ovviamente Scorsese».
Vola un po’ più basso.
«Paolo Sorrentino. E Matteo Garrone, con cui più volte abbiamo pensato di realizzare qualcosa insieme».
Un attore con cui vorresti duettare in teatro?
«Claudio Santamaria. Che tra l’altro canta come una rockstar».
Un’attrice?
«Vittoria Puccini. L’anno scorso avevo pensato di mettere in scena Tradimenti di Pinter con lei e Pierfrancesco Favino».
Teatro. Sei ricco…
«…non esageriamo…».
…sei famoso, fai i film e le fiction che ti pare. Ma chi te lo fa fare di sbatterti tutte le sere su un palcoscenico?
«Me lo domando anche io, ogni sera, prima di andare in scena».
E poi?
«Il teatro è l’essenza del mio mestiere. Per un attore è un rito primordiale. E un divertimento. Il clown, il narratore… Vai davanti al pubblico a raccontare una storia. Fai surf sul testo. Rischi di cadere, ma ti rialzi. Senti le reazioni e l’energia di chi ti ascolta».
Ti sono mai capitate contestazioni durante uno spettacolo?
«Al teatro Diana di Napoli. Ma non erano contestazioni. Era partecipazione. Durante la messa in scena del Dubbio, gli spettatori insultarono la povera Lucilla Morlacchi per antipatia nei confronti del suo personaggio. Detto ciò, il cinema resta la mia passione, da sempre».
Definisci “sempre”.
«Se i miei genitori non mi portavano al cinema scoppiavo in lacrime».
È una ricostruzione della tua infanzia per la stampa?
«No. Una volta, da ragazzino, per vedere un film di Sergio Leone arrivai davanti al cinema con un’ora e mezzo d’anticipo».
È vero che da bambino giravi micro-film con i tuoi parenti?
«Esiste un video in Super 8 in cui io interpreto un investigatore privato. I miei cugini mi diedero il nome d’arte Stephen Greep. Che ora è il nome della mia casa di produzione».
Hai mai pensato a un piano B nel caso il sogno di diventare attore non si fosse realizzato?
«No. Uscito da una faticosissima esperienza scolastica…».
Perché faticosissima?
«Perché il liceo scientifico non faceva per me: un anno venni bocciato. Dopo la maturità feci il provino per Fratelli e sorelle di Pupi Avati e venni preso, poi cominciai la scuola di recitazione, poi venne la pubblicità…».
Du’ gust is megl che uan… Te la rinfacciano ancora?
«Io ne sono fiero. Senza quello spot, forse non mi avrebbero chiamato per interpretare Jack Frusciante. E poi io faccio parte di una generazione più laica dal punto di vista professionale rispetto a quella che ci ha preceduto».
Cioè?
«Facciamo teatro, pubblicità, cinema. Io non ho pregiudizi né preconcetti».
Reciteresti in un cinepanettone?
«Dovrei leggere il copione. Ma insomma, il lavoro è lavoro. Quando sento un collega dire “piuttosto faccio il cameriere”… Mi viene un po’ di rabbia. Se non si hanno alternative bisogna accettare anche parti scomode o sgradite, magari le si può migliorare con la propria arte».
Vivi in Francia. Qual è la differenza tra il cinema italiano e quello francese?
«Il sistema. In Francia c’è un sistema. In Italia no. In Francia una percentuale degli incassi dei biglietti deve essere reinvestita nel cinema francese».
Patriottismo d’oltralpe.
«Be’, di sicuro hanno un fortissimo senso della citoyenneté, della cittadinanza. Conoscono i loro diritti, ma anche i loro doveri. Io sono cresciuto in Emilia Romagna. Anche lì c’era qualcosa di simile. Ma in Italia non è un sentimento diffuso».
Francia. Una volta hai criticato l’atteggiamento un po’ da gauche caviar di Carla Bruni nella polemica sull’estradizione dell’ex terrorista Marina Petrella.
«Confermo. Io ero per l’estradizione anche di Cesare Battisti. Vorrei che scontasse in Italia la sua pena. Mi è capitato spesso, a Parigi, di discutere con persone che difendevano gli ex terroristi che si sono rifugiati sulla Rive Gauche, e la maggior parte delle volte mi sono sembrati disinformati, senza argomentazioni serie».
A cena col nemico?
«Non vorrei essere banale, ma dico… Berlusconi».
Hai lavorato spesso con Medusa, la casa di produzione e distribuzione che fa capo alla famiglia Berlusconi. Si può essere antiberlusconiani e lavorare con Medusa?
«È una domanda che mi sono fatto molte volte. La risposta è sì. Con Medusa ho sempre lavorato ad altissimi livelli».
Hai un clan di amici?
«Quelli bolognesi di vecchia data: Simone, che si occupa di pubbliche relazioni, e Filippo, sceneggiatore».
Qual è l’errore più grande che hai fatto?
«Spero di non averlo ancora fatto».
La scelta che ti ha cambiato la vita?
«Dire di no a Ligabue».
Ma tu a Ligabue hai detto sì. Sei stato il protagonista del suo film “Radiofreccia”.
«Dopo il primo provino Liga mi voleva per un altro ruolo. Io gli dissi che non lo volevo interpretare. Feci un altro provino e mi assegnò la parte di Freccia».
Che cosa guardi in tv?
«Poco o niente».
Il film preferito?
«A parte Novecento di Bertolucci e tutti i film di Sergio Leone? Tra i più recenti Una separazione di Asghar Farhad».
La canzone?
«Ho sempre una piccola cassa acustica nel mio zaino. Sono onnivoro: da Paolo Conte agli Afterhours. Ora sto ascoltando molto i Kings of Leon».
Il libro?
«Le campane di Bicêtre di Simenon».
I confini della Libia?
«L’Egitto… Il Marocco…».
No, il Marocco no. Sai quanto costa un litro di benzina?
«Questa la so. Quasi due euro… evvai».
Un pacco di pannolini?
«Dipende dal pacco. Comunque tanto, anche a Parigi».
Conosci l’articolo 12 della Costituzione?
«Di quella italiana o di quella francese?».
Se vuoi di tutte e due.
«Non lo so di entrambe».

www.vittoriozincone.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Categorie : interviste
Lascia un commento