Annalisa Scarrone (Sette – aprile 2016)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 22 aprile 2016).
Appuntamento nello studio di registrazione: cinque chitarre incastonate tra due sedie, un mixer, un computer, cuffie e fili sparsi. Annalisa Scarrone, 30 anni, cantante, ha appena finito di registrare il suo ultimo album Se avessi un cuore. Ogni tanto l’intervista viene interrotta per ascoltare un pezzo. Clic. Parte la musica. «Se avessi un cuore peserei le mie parole…». Qualche secondo di silenzio e si riprende a parlare. Annalisa ha una lieve cadenza savonese, chiama Carcare, la cittadina dove è cresciuta, «il paesello», e ogni volta che non condivide un giudizio sbotta: «Ma vaaaa».
Dischi d’oro, di platino, premi della giuria ad Amici, buoni piazzamenti a Sanremo, Annalisa ha anche visto partire per lo spazio la canzone Una finestra tra le stelle, scelta da Samantha Cristoforetti come colonna sonora della sua ultima missione da astronauta. È fieramente cantautrice e quando le rinfaccio di non scrivere testi engagée mi guarda perplessa. Dice: «Se avessi un cuore è un testo molto sociale».
Davvero?
«Le cose più dure e più serie cerco sempre di dirle in modo leggero o ironico. Spara amore mio l’ho scritta dopo aver letto dell’ennesimo e insopportabile caso di femminicidio. Se avessi un cuore è un invito a riflettere su come rapportarsi a ciò che si considera diverso. Riguarda la necessità di usare la testa e il cuore…».
Hai a che fare con molti esseri umani che non usano la testa?
«A volte sembra proprio così. Basterebbe riflettere di più. Anche quando si parla di accoglienza o di unioni civili…».
La diversità…
«Io sono sempre stata quella diversa. Solitaria. Ho avuto i capelli prima verdi e poi blu».
Adolescenza punk?
«Dark. A scuola ero la ragazzina con la band, sempre vestita di nero. Arrivavo sempre tardi e finivo al primo banco. Ecco, ora ho scritto un pezzo anche per parlare della percezione di sé, di quel che si è e dell’immagine che hanno gli altri di te».
Percezioni: tu hai gorgheggiato pezzi jazz, sei una cantautrice e però porti il marchio di Amici, fucina televisiva dello stra-pop musicale.
«Io ho cercato per anni di vivere con la musica. Ho fatto serate e concerti con poche anime in ascolto. Non è sempre stato facile arrivare a fine mese. Amici è stata un’occasione».
Amici, X-Factor… Queste trasmissioni rischiano di omologare gli artisti?
«Se hai le idee chiare, no. Dopo Amici ho scritto pezzi più pop, ho fatto l’interprete, sono andata verso il pop-rock. Dipende dalla storia degli artisti stessi. Durante le selezioni dei talent ho incontrato di tutto, anche ragazzi che purtroppo erano lì solo in cerca di popolarità. Ma poi c’erano tante persone con un’identità forte e un percorso articolato».
Il tuo percorso.
«Avevo e ho difficoltà a comunicare e con la musica trovo il modo più completo di dire le cose. Mi sono aggrappata alla musica per questo, da sempre».
È vero che hai cominciato prestissimo a suonare e cantare?
«Sono figlia d’insegnanti, però mia madre è molto dotata artisticamente. Lei si è accorta che nel mio cantare infantile c’era qualcosa, una possibilità. Sin da piccolissima ascoltavo molto rock».
Come mai?
«Mio zio aveva una bella collezione di dischi. Mi piacevano quei grandi oggetti tondi in vinile: Led Zeppelin, Queen, Joni Mitchel… Il mio preferito era Money for nothing dei Dire Straits con quella chitarra rossa sulla copertina… Dissi a mia madre che volevo suonare la chitarra elettrica. E lei mi fece fare lezioni di chitarra classica».
La tua prima esibizione?
«Al liceo con il mio primo gruppo, Llerotram rose. Facevamo cover di Alanis Morisette, di Skunk Anansie, un po’ di grunge. In camera avevo il poster di Jim Morrison. Ho sempre amato i maestri. Per chi fa musica è un delitto non conoscerli. È come se un matematico non sapesse chi è Pitagora».
Qual è il primo disco che hai comprato?
«A parte quelli dello Zecchino d’oro e le raccolte di Sanremo che mi facevo acquistare dai miei genitori, la prima cassetta che ho comprato è stata di Sinead ‘O Connor con la canzone Nothing compares to you. Il primo cd, invece, è stato delle All Saints».
Jim Morrison, Sinead ‘O Connor, le All Saints… Un mischione.
«Ho avuto la fase jazz, la fase metal, quella pop… Non ho paletti, non ne ho mai avuti».
Sei post-ideologica. Ma se non avessi necessità di vendere dischi oggi faresti la musica che fai o qualcos’altro?
«Se avessi un cuore sono io. Ho scritto io i testi e la musica».
Non c’è un modello “di mercato” a cui ti devi attenere perché sei Annalisa, hai fatto Amici e Sanremo, e quindi devi accontentare un determinato pubblico?
«Ma vaaaa. Non ho mai vissuto così la musica. Io racconto le mie storie come voglio io. È tutta roba mia».
Come nasce una tua canzone? Prendi appunti… Scarabocchi su un foglio un’idea?
«Lo so che sarebbe più romantico raccontare che ho un vecchio taccuino su cui scrivo a matita. In realtà segno tutto sul telefono, a volte anche qualche nota vocale per registrare una melodia».
In Se avessi un cuore canti anche un pezzo dell’artista inglese Dua Lipa.
«L’ho tradotto e riadattato io».
Il duetto a cui aspiri con chi è?
«In Italia? Cesare Cremonini».
Potevi dire chiunque e hai detto Cremonini…
«Mi piace. Tra gli artisti internazionali, invece, vorrei duettare con Dave Gahan dei Depeche Mode».
Una volta hai detto: «Fare il musicista è un lavoro precario».
«Confermo».
Il precario ha sempre un piano B. Il tuo…
«Beh, sono laureata in Fisica».
Temo che sia passato troppo tempo dalla tua laurea per trovare un lavoro che abbia a che fare con la Fisica.
«Lo so. Se non andasse bene come cantautrice credo che proverei a lavorare comunque con la musica».
Quando hai realizzato che avresti voluto vivere solo di musica?
«Dopo la laurea Triennale in Fisica, ho scelto di non fare la Specialistica. Avevo la sensazione che il motivo per cui non riuscivo a raccogliere abbastanza ciccia con la musica era che avevo sempre fatto anche altro. Così mi sono presa un anno per provarci seriamente e mi sono dedicata solo alle mie canzoni. Ricordo ancora che andai un po’ intimorita dai miei genitori per dirglielo. Loro sono molto duri, ma capirono».
È vero che sei stata scartata dal talent show X-Factor?
«Sì, sono arrivata fino alle selezioni finali delle ragazze under 25. Quando Mara Maionchi ha dovuto ridurre la sua squadra da dieci a cinque elementi, sono rimasta fuori. Era la prima edizione».
Due anni dopo, nel 2010, sei finita alla corte di Maria De Filippi.
«Una grande professionista. Ha il potere di calmarmi. Ancora oggi, quando devo prendere una decisione importante e sono agitata, la chiamo e… una sua parola mi tranquillizza».
A cena con il nemico?
«Con Frank Underwood».
È il cinico presidente degli Stati Uniti della serie tv House of Cards.
«Sono addicted. Guardo un sacco di serie. Avendo una forte componente nerd dentro di me, ed essendo un’amante del fantasy, sono in attesa che ricominci Il trono di Spade…».
Serie tv con guerrieri, draghi, assassini. Hai un clan di amici?
«Ho un gruppo di amici storici di Carcare, il paesello dove sono nata in Val Bormida. Sono quelli a cui mi affido anche quando ho qualche perplessità musicale».
Gli sottoponi le canzoni prima di pubblicarle?
«Esatto. Recentemente Arrigo, uno di questi amici, mi ha fatto notare che un pezzo un po’ troppo elettronico non è adatto a questo momento storico e così l’ho tenuto nel cassetto».
Qual è l’errore più grande che hai fatto?
«Inserire una canzone nel disco sbagliato».
Di quale canzone parli?
«Tutta l’altra gente. È finita in Non so ballare e lì dentro si è un po’ persa».
Conosci l’articolo 1 della Costituzione?
«Eh… no».
I confini della Libia?
«Nemmeno. Ma so che sta lì, sotto l’Italia dall’altra parte del Mediterraneo».
Sai quanto costa un pacco di pasta?
«Varia a seconda della qualità. Direi 50 centesimi».
Oggi si diventa ricchi facendo i cantanti?
«In Italia i milionari della canzone sono davvero pochi. E non c’è mai tempo per trastullarsi su eventuali allori. Nulla è dato per scontato e ogni disco è una riconquista del pubblico, anche perché lo zoccolo duro di persone che comprano la tua musica “a prescindere” è abbastanza piccolo».
Prometti: non finirai mai in qualche “Panama Papers”.
«Prometto».
Faresti anche un invito ai tuoi colleghi dello show business di evitare il nero e l’evasione fiscale?
«Va bene. Certo, se si pagasse un filino di tasse in meno sarebbe anche tutto più facile!».

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