Sergio Bonelli (Sette – aprile 2011)

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Sergio Bonelli, 78 anni, editore e sceneggiatore, è fratellastro di Tex (creato da suo padre Gian Luigi), inventore di Zagor e Mister No ed editore di Dylan Dog, Martin Mystère e Nathan Never. In pratica è l’incarnazione del fumetto in Italia. Lo incontro a Milano. Prima nella redazione della casa editrice che porta il suo nome, dove le pareti sono tappezzate di tavole e disegni meravigliosi (da Galep a Hugo Pratt, passando per Magnus), e poi nel suo appartamento: le librerie sono gonfie di volumi storico-geografici, ci sono fumetti che spuntano da ogni pertugio («Quelli di Cino e Franco li ho in più copie, ma ammetto di non avere tutti gli originali di Tex»). Le stanze sono invase da statuine a forma di coccodrillo. «Da quando si è saputo che mi piacciono queste bestie, non mi regalano altro. È una condanna».
Un’altra pena viene inflitta a Bonelli ogni volta che entra in un ristorante vicino a casa. I camerieri, appena lo vedono, sparano la battutona: «Per lei immagino vada bene una bistecca alta tre dita e una montagna di patate fritte». È il menù standard di Tex. Lo si trova anche nel volume Tex Willer. Il romanzo della mia vita: una specie di biografia dell’eroe scritta da uno degli sceneggiatori del fumetto (Mauro Boselli) e appena pubblicata da Mondadori.
Bonelli ha fama di essere antipatico («Forse qualcuno invidia il fatto che io sia diventato ricco coi fumetti»), in realtà è semplicemente ultraschietto. Risponde da anni a tutti i lettori, ma bofonchia di fronte a certe domande. Gli riferisco quella del tassista che mi ha portato alla sede della Bonelli: «Perché Zagor non ha figli?». La replica è accompagnata dalla simulazione di un rantolo di dolore: «Perché sì. L’altra domanda classica è: perché sembra che i proiettili di Tex non finiscano mai?». Già, perché? «Diciamolo una volta per tutte: quello dei fumetti Bonelli è un club con delle regole. Regola numero uno: Tex ricarica la pistola tra un disegno e l’altro». Tra le regole ci sarebbe anche quella di non domandare mai più se Tex è di destra o di sinistra. Quindi la prendo alla larga. Partendo da un piccolo test.
Bonelli, come pronuncia Groucho, il nome dell’assistente di Dylan Dog? Grucio o graucio?
«Grucio».
E il cognome Willer, viller o uiller?
«Uiller. I coetanei di mio padre dicevano viller».
È vero che Tex Willer si sarebbe dovuto chiamare Tex Killer?
«A mia madre, la prima editrice, sembrò eccessivo».
Tex il vendicatore giusto.
«I lettori ci hanno visto di tutto».
Un po’ fascistone e un po’ fricchettone.
«Lo hanno considerato di destra perché ammazzava i cattivi senza aspettare il processo. Oppure di sinistra perché odiava le banche».
La verità è in mezzo?
«La verità, per esempio, è che anche mio padre odiava le banche, ma perché aveva avuto un bel periodo in bolletta».
Tex è il primo cowboy amico degli indiani. Diventa pure capo Navajo col nome Aquila della notte.
«Non credo che mio padre lo abbia pensato per motivi ideologici. Era un escamotage narrativo: l’amico bianco dei nativi. Un po’ salgariano».
Tex in un episodio recente ha avuto a che fare con il problema dell’acqua, ed è venuto fuori che per lui deve essere pubblica. Nathan Never è un paladino verde. Dylan Dog in un albo tutto realizzato da donne dice: «La precarietà è il vero incubo». La sua sensibilità di editore deve entrarci per forza con queste prese di posizione.
«Un po’ sì. Ma sono anche elementi inseriti furbescamente. Io mi informo».
In che senso?
«Fino a poco tempo fa ho frequentato i luoghi dei giovani per studiarli, ho ascoltato la loro musica, ho visto i loro film. Volevo cogliere le loro tensioni. E intercettarle con i miei fumetti».
Per intercettare le tensioni dei giovani non sarebbe più facile mettere in commercio un videogame di Nathan Never o un album con le figurine/gioco di Martin Mystère?
«Mi sono sempre rifiutato. Io faccio fumetti. Di carta. E poi il nostro pubblico non è così giovane».
Qual è l’età media dei vostri lettori?
«Non credo che ce ne siano sotto i 17 anni».
Un cartone animato però potreste farlo.
«Di Tex? Mai. Forse Zagor sarebbe più adatto».
Perché?
«Perché ha un lato comico».
Zagor è una sua creatura. È un personaggio che sembra avere una psicologia più complessa rispetto a Tex. Si pone dubbi…
«Io e mio padre eravamo molto diversi. Lo sono anche i nostri personaggi».
Suo padre si è sempre opposto a inserire scene comiche negli albi di Tex.
«Sì. Ma io che mi occupavo della casa editrice sapevo che Capitan Miki e Bleck Macigno, avversari di Tex in edicola, vendevano il triplo anche perché avevano delle formidabili spalle comiche».
È per questo che quando nel 1961 lei crea Zagor gli affianca il panciuto Cico?
«Sì. Ma Zagor nasce anche da un’altra esigenza: capire se il lavoro degli sceneggiatori valeva tutti i soldi che gli davo».
Lei come sceneggiatore si è sempre firmato Guido Nolitta.
«Per non creare confusione con mio padre, che al fumetto ha dedicato tutta la vita».
Quanti fumetti vende oggi la Bonelli Editore?
«Nel mese di luglio, che è il più florido, circa 900mila. Qualche anno fa eravamo a quota 3 milioni. Parliamo di una ventina di personaggi, eh».
Il fumetto è in crisi?
«È in trincea. Prima la tv. Poi i giochi elettronici, i telefonini… Intrattenimento facile per i ragazzi. Imbattibile. I fumetti invece hanno bisogno di silenzio e concentrazione. Chi fa fumetti è destinato a una battaglia di retroguardia. Ma questo è un problema di chi verrà dopo di me».
Chi verrà dopo di lei?
«Mio figlio Davide, che ha quarant’anni».
Il suo più grande errore da editore?
«Mettere in circolazione troppe “testate a fumetti”. Cinque mi sarebbero bastate».
Quali?
«Tex, Zagor, Ken Parker, Martin Mystère e Dylan Dog. Tex e Dylan permettono a tutti gli altri di andare avanti».
Non ha messo nella lista il suo secondo “figlio”: Mister No.
«L’idea di quel personaggio mi venne durante i miei viaggi in Amazzonia e dopo aver conosciuto un pilota americano in Messico. L’ho chiuso qualche anno fa. Vendeva ancora ventitremila copie».
Un fumetto che vende quelle cifre va chiuso?
«Se sei un editore che paga bene i disegnatori sì. Io li pago bene e li rispetto. Anche perché li frequento da quando sono nato».
Quando ha cominciato a lavorare nel mondo dei fumetti?
«Subito. Mio padre nel dopoguerra aveva lasciato mia madre per un’altra compagna. E mia madre, casalinga, aveva fondato una piccola casa editrice di cui mio padre divenne uno dei principali sceneggiatori. In pratica siamo stati la prima famiglia allargata d’Italia».
Uniti dai fumetti. E da Tex, che è nato nel 1948.
«All’inizio io facevo di tutto. Anche il fattorino: partivo da Milano in Lambretta per andare a prendere in Liguria le tavole di Galleppini per Tex».
Negli anni Cinquanta divenne editore. C’è un personaggio dei fumetti inventato da altri che avrebbe voluto fare suo?
«Con Hugo Pratt, che era un amico, abbiamo parlato spesso di Corto Maltese. Ma è un bene non aver trovato un accordo. Avremmo litigato».
Un disegnatore che vorrebbe accogliere nella sua scuderia?
«Intanto sta per esordire con noi Carlos Gomez, l’autore di Dago. Farà un volumone di Tex. E poi corteggio da anni, e ormai è un gioco amichevole, sia Paolo Eleuteri Serpieri, disegnatore di Druna, sia Moebius».
Moebius è una leggenda del fumetto d’autore.
«Sarebbe un fiore all’occhiello. Questa distinzione tra fumetto popolare e fumetto d’autore comunque mi ha sempre fatto ridere. Che vuol dire “d’autore”? Più noioso?».
Domande finali: a cena col nemico?
«Per lavoro ceno con chiunque, anche con gli intellettuali che anni fa mi rimproveravano di avvelenare le edicole con i miei fumetti».
Non la rimproverano più?
«No. Ora fa chic leggere fumetti. E molti addirittura fingono di essere appassionati».
Il nome di un politico veramente appassionato?
«Sergio Cofferati. Una volta è venuto alla Bonelli Editore per un collegamento in tv. Gli ho fatto un esamino. È veramente esperto».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Il cambio del formato di Tex negli anni Settanta: da volumetto a strisce, a quaderno. Ci fu una svolta nelle vendite e arrivò un po’ di ricchezza. Quel formato è diventato un modello usato da tutti. Lo si chiama “bonelliano”».
Lei che cosa guarda in tv?
«Le partite e i documentari su History Channel».
Il libro?
«Lo straniero di Camus. Lo so quasi a memoria».
La canzone?
«I am easy di Keith Carradine».
Il film preferito?
«Tra le commedie Salvate la tigre, tra i western Nessuna pietà per Ulzana, e in assoluto Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick che rivedo una volta al mese».
Lo ha visto il film su Dylan Dog?
«Non ancora».
Ha collaborato alla realizzazione della pellicola?
«No. Abbiamo ceduto i diritti una quindicina di anni fa. L’operazione ora ha poco senso.  Anche perché in Italia Dylan Dog è calato da 500mila copie a 160mila».
Conosce i confini della Libia?
«Purtroppo solo i confini. Ho passato mesi nei deserti sahariani che circondano quel Paese. Ma all’epoca non ci si poteva entrare. Mi piacerebbe poter vedere le pitture rupestri di Akakus».
Sa quanto costa un litro di latte?
«Non ne ho la più pallida idea».
Sa che cos’è Twitter?
«È una cosa di Internet? Io non ho nemmeno la posta elettronica. Certe cose le considero pericolose».
Qual è l’articolo dodici della Costituzione?
«Boh».
È quello che descrive il Tricolore. L’Italia ha centocinquanta anni: per lei il Tricolore è…
«Mi piace l’idea che rappresenta. Dà un tono di unità a un popolo eterogeneo. Testimonia che ci proviamo».
Come mai gli eroi a fumetti della sua casa editrice non sono mai italiani?
«Ci sarebbero continue proteste da parte dei lettori sulla verosimiglianza delle avventure. E poi in Messico o in Amazzonia si può far volare la fantasia».
In Italia, la realtà supera la fantasia. Il bunga bunga…
«Già. Ma un fumetto con quella roba sarebbe noioso».
www.vittoriozincone.it
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Categorie : interviste
Commenti
Francesco 28 aprile 2011

Grazie per l’intervista a Bonelli, finalmente qualcuno che da spazio ai fumetti sulla grande stampa generalista.

W Tex

Qohelet 30 aprile 2011

Un Sergio Bonelli sempre più laconico.

Alessandro 26 settembre 2011

Intervista bellissima. Ho lasciato un breve e personale ricordo di Sergio Bonelli qui

http://ilsensocritico.wordpress.com/2011/09/26/e-morto-sergio-bonelli/

Mi mancherà molto

clemente 26 settembre 2011

Semplicemente bello, no anzi, bellissimo.

massimo ripamonti 26 settembre 2011

adios Sergio anzi asta luego nelle celesti praterie.siento mucho

Riccardo 27 settembre 2011

Speriamo che Davide sia degno di cotanto padre.
Addio SERGIO ci mancherai tanto!

Franco 28 settembre 2011

Grazie per l’intervista a Bonelli. I Fumetti di Casa Bonelli sono per me i migliori in assoluto. Leggo tutte le varie Collane, ma TEX è sempre superlativo, senza dimenticare ZAGOR, DYLAN DOG, MARTIN MYSTERE, NATHAN NEVER, JULIA e poi. . . MISTER NO e NICK RAIDER. . . che purtroppo sono scomparsi.
Ciao Sergio, mi mancherai. Con affetto sincero.

Maurizio 25 luglio 2013

– Mi trovo ad aspettare con ansia l’estate e le ‘ferie’ per potermi divorare senza altro pensare i “TUTTO TEX” disteso sul letto dopo pranzo e prima di addormentarmi la sera.
– Se mi chiedessero qual’è la mia lettura preferita non avrei alcun dubbio nel rispondere. E lo dico sinceramente.
– Un saluto e un grazie a Sergio che, se possibile, avrà modo di girarli anche al suo Gian Luigi.

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