Rodolfo Bertolli (Sette – novembre 2015)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 13 novembre 2015 – in stampa il 6 novembre 2015).
Rodolfo Andrea Bertolli, per gli amici Dodo, è l’uomo delle olive. La sua famiglia ha dato il nome a un celebre marchio, da cui però, ormai, lui prende decisamente le distanze. Lo incontro nella hall di un hotel fiorentino. Vestiti classici, eloquio toscaneggiante. A un certo punto tira fuori dal taschino della giacca un vecchio telefonino di quelli pieghevoli. Osservo: «È un pezzo di antiquariato». Replica: «Funziona. E io frequento poco sia Internet sia i social network».
Bertolli ha quasi settant’anni e li ha trascorsi praticamente tutti tra piante e frantoi: in Italia, in Albania, a Cuba. In tempi di mosche che rovinano i raccolti e di batteri che seccano fastidiosamente le foglie appena può lancia l’allarme: in Italia si produce troppo poco olio e quello che viene imbottigliato spesso è di qualità scarsa. Gli sottopongo una celebre vignetta del New York Times pubblicata un paio di anni fa che stroncava il nostro export oleario. Annuisce rassegnato: «Avevano ragione».
Quando gli chiedo se conosce il prezzo di un pacco di pasta, prima risponde («Poco più di un euro») e poi racconta: «Mi piace frequentare gli scaffali dei supermercati. È lì che scopri le abitudini alimentari degli italiani. Spesso i consumatori non sanno orientarsi e i furbetti delle produzioni olearie se ne approfittano. Se una bottiglia di olio costa solo quattro euro, può essere un olio buono?».
Si dia una risposta.
«Non può. Per essere buono l’olio in Italia deve costare almeno sei o sette euro al litro. Poi, certo, dipende da che cosa si infila nelle bottiglie. Ci sono persone serie e persone molto meno serie».
Che cosa combinano i produttori meno seri?
«Qualche anno fa fu trovato olio extra vergine d’oliva prodotto con le nocciole turche. Un po’ di colore e via. Si faccia un giro al porto di Livorno…».
A che scopo?
«Provi a mettere il naso nelle cisterne che arrivano via mare».
Lei lo ha fatto?
«So che in alcuni casi troverà una melma marroncina. Sono olii pessimi che arrivano da luoghi sperduti del pianeta e vengono lavorati e raffinati per poi finire nelle nostre bottiglie di olio d’oliva. E il buon nome dell’olio italiano va a farsi benedire».
Immagino che oltre alla denuncia lei abbia anche qualche proposta. Se potesse suggerire a Renzi tre cose da fare immediatamente…
«Più informazione. Più pene per chi imbroglia. Una politica di finanziamenti che sviluppi l’olivicoltura».
Sviluppare l’olivicoltura? Ma in Italia siamo invasi dagli ulivi. Sono ovunque.
«Scherza? In Italia mancano quattrocentomila ettari di uliveti per soddisfare il fabbisogno nazionale. Consumiamo 700 mila tonnellate d’olio e, nelle stagioni fortunate, ne produciamo 300 mila».
L’olio mancante dove lo prendiamo?
«In Tunisia, in Grecia… e in Spagna, ovviamente. La Spagna produce 1,5 milioni di tonnellate di olio».
A parte le differenze geografico-territoriali come è possibile una simile differenza?
«Alla fine degli Anni 70, Madrid ha deciso di puntare sulle olive e ha varato un vero programma sull’olivicoltura: incentivi, finanziamenti… Bene o male quello che abbiamo fatto anche noi dopo il 1985, quando abbiamo deciso di puntare sul buon vino italiano: la viticoltura oggi produce 5 miliardi di euro di fatturato annuo. Credo che con un’olivicoltura moderna si possa fare altrettanto. Si dovrebbe istituire un fondo, magari con l’aiuto di Cassa Depositi e Prestiti. Il sapere, anche quello scientifico, lo abbiamo in abbondanza, tanto che lo prestiamo ai mercati stranieri di tutto il mondo».
È possibile aumentare la produzione mantenendo la qualità dell’olio?
«Certo. Oggi in Italia ci sono dei coltivatori eccezionali che fanno un olio meraviglioso con caratteristiche organolettiche e nutrizionali uniche. Esattamente quello che desiderano i mercati ultra accoglienti, ma sempre più esigenti, di Cina e Brasile. In Italia però se ne fa davvero poco. Sono piccole etichette di nicchia. Se ne producessimo di più potremmo combattere anche la sofisticazione e costringere i marchi a usare buon olio italiano. E qui veniamo all’informazione».
Gli italiani sono disinformati?
«Spesso non sanno che cosa comprano. Lei lo sa che la maggior parte dei marchi italiani lavora oli comunitari? Io ho una piccola produzione olearia, si chiama Palatiolo. Sull’etichetta per legge devo indicare il mio nome di produttore: Rodolfo Andrea Bertolli. Beh, lo scrivo piccolo piccolo, che non si veda».
Perché?
«Perché non voglio che le mie bottiglie vengano confuse con quelle più commerciali della Bertolli, che sono fatte per lo più di olio spagnolo».
Quando e perché la sua famiglia ha venduto l’attività commerciale?
«Prima abbiamo ceduto la banca, poi a metà degli Anni 70 l’olio, il vino e i formaggi. C’era stato un investimento sbagliato. Cominciò una piccola lotta tra i soci familiari: qualcuno, tra cui io, voleva andare avanti, ma la maggior parte dei Bertolli decise di cedere tutto alla Sme. Nell’ultimo passaggio di qualche anno fa, la Uniliver ha ceduto il marchio alla multinazionale spagnola Deoleo per 600 milioni di euro».
Lei quando ha raccolto la sua prima oliva?
«Io ho sempre vissuto in mezzo ai contadini. Il primo lavoro con l’azienda di famiglia è stato scaricare le cassette. E non ho mai smesso di occuparmi di ulivi. Non solo in Italia».
Ha terre anche altrove?
«In questo momento sto cercando di farmi dare un grande terreno in concessione dal governo albanese proprio per sviluppare l’olivicoltura».
In Albania?
«Lì terra e acqua sono simili a quelle pugliesi. Ci ho anche vissuto».
Quando?
«Negli Anni 90. Ci fu un accordo tra Italia-Albania. Io avevo il know how e buoni rapporti con il governo. Mi chiesero di collaborare a un progetto di sviluppo a Tirana. Alla fine sono rimasto lì dieci anni. Anche con qualche disavventura».
Quale disavventura?
«Nel 1997 c’è stato un lungo periodo di anarchia. Invece di produrre si pensava a distruggere macchinari e contrabbandare armi. Una volta andai a prendere una partita di olive nel Sud dell’Albania. Mentre facevo i conti mi accorsi che i camion erano un po’ troppo pieni rispetto al prezzo pagato. Controllai il carico e scoprii che dentro c’erano dieci quintali di hashish. Pensavano che li potessi portare fino a Durazzo».
Ne ha approfittato per darsi al narcotraffico?
«No, ho passato la notte a scaricare dai miei camion quella roba».
Lei ha mai fatto politica?
«Da ragazzo frequentavo Scienze politiche a Firenze. Era una facoltà di destra. Ogni tanto ci picchiavamo con i maoisti. Ma la sera uscivamo insieme. Poi mi sono avvicinato ad ambienti più governativi: Craxi, Andreotti… Ma lasciamo perdere».
Le è piaciuta l’Expo di Milano?
«Non mi prenda in giro: lì si è parlato di caffé… C’era la grande industria multinazionale del cibo… E non una parola seria sulla bontà del nostro olio italiano».
Lei ha figli?
«Sofia di 28 anni e Marta di 26. E Margherita, la quale purtroppo è morta appena maggiorenne».
Le sue figlie sono olio-appassionate?
«Mi piacerebbe molto. Ma al momento fanno altro».
Che cosa guarda in tv?
«Mi piace Geo&Geo».
Il film preferito?
«Via col vento. L’ho visto cinque volte».
La canzone?
«Amo Laura Pausini, Giorgia, Elisa e Arisa».
Scherza?
«No. Mi piace anche ballare. Da ragazzo ero un assiduo frequentatore della Capannina e della Bussola».
Il libro?
«Paura di volare di Erika Jong. Un testo che ha aiutato l’emancipazione femminile».
Conosce i confini dell’Austria?
«Conosco bene quello con l’Italia. Ho fatto il militare a Dobbiaco: artiglieria da montagna. Ero spesso in cella».
In cella?
«In punizione. Quando avevo un permesso andavo a Cortina perché lì avevo molti amici. E… diciamo che rientravo in caserma con parecchio ritardo».
L’articolo 12 della Costituzione?
«Non lo conosco».
È quello che descrive il Tricolore.
«Quando sento l’Inno mi alzo in piedi e metto la mano sul cuore. Lo sa che nello stemma dell’Italia c’è anche un ramo di ulivo? Ecco, Renzi dovrebbe pensarci un po’: l’ulivo è un simbolo nazionale, ma da noi non esiste l’olivicoltura».
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Categorie : interviste
Commenti
Maggie van Maarseveen 16 novembre 2015

Bella l’intervista e ho cercato subito il no. Telefonico di Bertolli. Purtroppo il no 0583971154 non risulta disponibile. Lei ha il numero giusto dell’azienda? Vorrei ordinare del l’olio per casa mia. Grazie. Maggie van Maarseveen – via Mascheroni, 12 – 20145 Milano

Luigi Pistis 17 novembre 2015

Forza, signor Rodolfo Andrea Bertolli, ci suggerisca il nome di qualche piccolo produttore che produce olio di ottimo livello come il suo che, immagino, non sia in commercio. Si avvicina il Natale e vorrei regalare qualche bottiglia! Cari saluti.

Borgia Serafino 20 novembre 2015

suscita ammirazione rilevare oggigiorno:epoca dei prodotti sofisticati e manipolati, amore per la genuinità dei nostri prodotti oleari,e profonda passione ,mista a sensibilità ecologica,per la nostra secolare cultura contadina,nel senso più nobile del termine!!Complimenti al dott. Bertolli,e soprattutto alla sua scientifica padronanza dei prodotti oleari nostrani, che si materializza nel suo prodotto di nicchia PALATOLIO, A CUI AUGURO UN GRANDE SUCCESSO !A tal proposito chiedo cortesemente dove è possibile acquistare tale pregevole prodotto,risiedo a Latina e gradirei ricevere informazioni circa i punti di vendita forniti di tale prezioso nettare!!!!Ossequi e ad maiora sempre al dott. Bertolli per le sue intraprese nel settore oleario.Serafino Borgia

STEFANO LARICI 29 giugno 2016

Bella intervista. Rodolfo simpaticissimo, arguzia toscana. E poi alpino e toscanaccio, come me. Mi piacerebbe ordinare qualche bottiglia di Palatiolo. Come posso contattarlo?. Grazie

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