Lidia Ravera (Sette – marzo 2017)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 31 marzo 2017).
Casa trasteverina, finestre che si affacciano sui tetti di Roma. Scaffali gonfi di libri. Un ripiano ospita tutte le traduzioni di Porci con le ali, leggendario diario sessuale e cult generazionale Anni 70: c’è anche in giapponese. Lidia Ravera ha un rapporto di odi et amo con la sua prima esplosiva creatura letteraria. Spiega: «Quando presento i miei romanzi ci sono ancora persone che vogliono la dedica su Porci con le ali. Il nostro non è un Paese molto agile mentalmente». Negli ultimi quarant’anni Ravera ha sfornato altri ventinove romanzi. Sorride: «E non ho prodotto sequel per cercare di rifare il botto». È stata anche sceneggiatrice di film e serie tv e non ha mai smesso di scrivere per quotidiani e settimanali. Dal 2013 è assessora alla Cultura della Regione Lazio. «Mi ha telefonato il presidente Zingaretti e il giorno dopo ero in Giunta». Chiedo: «Nicola Zingaretti è un big del Partito Democratico. Lei che cosa voterà alle primarie del Pd?». Replica: «Non voterò. Mi sono stufata di votare il male minore, anche se ammetto che guardo con interesse a quel che sta facendo Giuliano Pisapia».
L’ultimo lavoro di Ravera è Il terzo tempo. Storia di un invecchiamento libero e curioso. La scrittrice ha anche dato vita a un blog che porta il nome del romanzo e vuole essere un «prontuario per abitare il tempo, senza permettergli di fare di noi quello che vuole». Dice: «Sento di avere la responsabilità di lavorare sull’immaginario collettivo e adeguarlo ai cambiamenti della vita». Come? «Cominciando a sparare a zero sugli stereotipi».
Gli stereotipi sulla vecchiaia.
«I vecchi oggi sono considerati lamentosi, tirchi, borbottoni… un peso. E lo stereotipo è un animaletto molesto che ti rosicchia l’amor proprio».
Lei ha 66 anni. Si sente vecchia?
«Lo sono tecnicamente. Quando lo dico, le persone che ho di fronte urlano: “Noooo, non è vero”. Come se gli avessi detto che ho rubato in banca. Quel “Noooo” è offensivo. Ho vissuto molto, ma si sappia che voglio vivere ancora molto. La politica su questo tema è distratta».
La politica tutela abbastanza i pensionati.
«Oggi, chi compie 60 anni ne ha altri 30 davanti. È un’altra vita. E queste vite non possono essere lasciate incustodite. Oggi sono stanze vuote che la gente attraversa con crescente infelicità. La società va ridisegnata».
Il consiglio di una giovane anziana ai suoi coetanei.
«Abbiate fiducia nella possibilità di continuare a sedurre. Che non vuol dire sculettare in minigonna, ma continuare ad aprire relazioni con gli altri».
Il suo è un appello stonato. Viviamo l’era delle rottamazioni.
«Sono contro i sessantottini divenuti sessantottenni che non si rassegnano a cedere la propria poltrona. Ognuno occupi il posto che gli compete. Ma perché quello degli anziani deve essere la pattumiera?».
È la sua generazione, quella dei sessantottini, la prima ad aver rottamato brutalmente i propri genitori e i propri nonni.
«Ho già fatto autocritica. Negli anni Sessanta e Settanta abbiamo costruito una tale caricatura dell’adultità che quando ce la siamo ritrovata addosso è stato orribile».
Ravera sessantottina.
«Un po’ cretina. Se Guido Viale…».
… ex leader torinese di Lotta Continua, oggi sociologo…
«…mi avesse chiesto di camminare sulle mani, lo avrei fatto. Dopodiché il nostro impegno nella società era profondo: sveglia alle quattro di notte per volantinare di fronte ai cancelli di Mirafiori, riunioni per occupare le case…».
Adolescenti di ieri, adolescenti di oggi.
«Noi sdoganammo il narcisismo che sconfina nell’idolatria, ma prima c’erano la religione e l’ideologia. Non piango nessuna delle due, ma ne rilevo l’assenza. E oggi non c’è più niente sopra di noi. C’è la dittatura del like: il piacere masturbatorio di piacere non tanto a una persona specifica, ma a chiunque».
I social network sono anche luoghi di violenza verbale fuori controllo.
«È in corso un cambiamento che va interpretato bene, ma non è necessariamente un male. Da assessora ho organizzato un festival della letteratura breve, il FLEB, che nasce proprio da una riflessione sul fatto che oggi tutti scrivono: in chat, su Whatsapp, su Twitter… Nelle scuole io dico agli studenti di imparare a sculettare con il cervello, scrivendo bene, invece di postare foto delle proprie nudità».
Quando è diventata assessora ha detto che avrebbe rinunciato ai suoi cinque mesi all’anno sull’isola di Stromboli.
«Scrivevo lì. Ora a Stromboli ci vado al massimo tre settimana all’anno. Sono diventata una scrittrice della domenica».
Ha dei riti legati alla scrittura? Scrive solo la mattina presto come Alberto Moravia?
«No. Anche perché la mattina presto corro. Prima facevo quaranta chilometri a settimana. Da quando sono in Regione ho ridotto parecchio il chilometraggio».
Lei quando ha cominciato a scrivere?
«Da bambina».
Intendevo come mestiere.
«All’inizio degli Anni 70, a Milano, fondai un giornalino che si chiamava Il pane e le rose. Mi occupavo di musica pop, di droghe leggere… Feci un’inchiesta sul sesso nelle scuole e una preside di area Pci mi denunciò. Così venni notata da Panorama. Il direttore Lamberto Sechi mi propose tre mesi di prova. Al momento di rinnovare la collaborazione gli dissi che sarei andata a lavorare con Claudio Sabelli Fioretti al settimanale Abc. Era più di sinistra. Abc però venne chiuso poco dopo a causa di una copertina che titolava “Polizia assassina”. Licenziata e con una situazione sentimentale spericolata partii per Roma».
All’arrembaggio.
«C’era una rete legata alla sinistra extra-parlamentare. Durante una riunione dei Circoli Ottobre, legati a Lotta Continua, annunciai la mia intenzione di farmi una vacanzetta a Roma, e loro mi diedero un indirizzo: via Claudia 23. Era casa di Marco Lombardo Radice».
Il co-autore di Porci con le ali. Lui con lo pseudonimo di Rocco, tu con quello di Antonia.
«A Roma divenni condirettrice di Muzak, rivista musicale diretta da Giaime Pintor. Era una redazione di simpatici fattoni. Porci con le ali avrei voluto scriverlo con Giaime, ma lui beveva davvero troppo. Lo feci con Marco».
L’incipit cult: “Cazzo. Cazzo cazzo cazzo. Figa. Fregna ciorgna. Figapelosa, bella calda, tutta puzzarella. Figa di puttanella”.
«Incoscienza assoluta. Non lo avevamo pensato come un romanzo. Era nato per essere un pamphlet politico, un’antologia di pratiche sessuali amorose, utile per gli studenti medi di area Lotta Continua. All’inizio venne stampato in mille copie. Se lo avessi pensato come un romanzo, avrei scritto un incipit più pensoso, in letteraturese. Quel libro mi ha cambiato la vita, nel bene e nel male. Tra i portati di avere avuto successo con Porci con le ali, ci fu che quando andai a vivere da sola a Roma, chiunque entrasse in casa per fare qualche lavoretto, il tappezziere, l’idraulico… provava a saltarmi addosso».
A cena col nemico?
«Gian Arturo Ferrari».
Storico boss dell’editoria.
«Riesce sempre a divertirmi. Il suo cinismo è così ostentato che assomiglia all’innocenza».
Lei ha un clan di amici?
«No, sono abbastanza solitaria. Ho sempre lavorato tanto e mantenere vivo un gruppo di amici è un’occupazione. Costanza, la protagonista di Il terzo tempo, però mi ha dato una bella lezione».
Quale?
«La terza età è anche un ritorno all’adolescenza. E a me, oggi, è tornata voglia di far rumore, di ridere, di trovare l’allegria».
L’adolescenza come la terza età…
«Il corpo cambia, con l’adolescenza arrivano le tette, con la terza età le tette scendono. Poi viene voglia di innamorarsi…».
Lei è sposata.
«Amo moltissimo Mimmo (Rafele, regista ndr), ma in realtà attualmente è il mio vicino di casa. Dividiamo il pianerottolo. Lui ha la sua vita, io la mia. Anche perché invecchiare in coppia è bruttissimo: è un declino allo specchio».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Urlare certi slogan violenti».
Un esempio?
«Contro i fascisti non basta una sfilata, prognosi prognosi riservata. Una frase stupida e crudele: me ne sono resa conto quando ho scoperto che cos’è il dolore».
Che cosa guarda in tv? Segue le fiction?
«Le serie: Mozart in the jungle… Mi sono appena fatta quattro stagioni di Breaking Bad e poi Downton Abbey che sembra scritta da Jane Austen».
Il libro preferito?
«Ci sono tante risposte possibili. Cito il primo libro da grandi che ho letto e che è stato una conquista: L’idiota di Fëdor Dostoevskij».
A che età lo ha affrontato?
«A dieci anni».
Precocetta.
«Avevo visto il romanzo/sceneggiato in tv con Giorgio Albertazzi che interpretava il principe Myškin e mia madre aveva comprato il disco che conteneva il monologo dell’albero».
«… io non capisco come si possa passare accanto a un albero e non essere felici di vederlo».
«Chiesi ai miei genitori di leggere il libro. Mi dissero che ero piccola. Insistetti. Mi innamorai di Myškin e nei tre anni delle medie lessi tutto Dostoevskij. Da allora la scrittura e la lettura mi hanno salvato la vita».
Sa che cosa dice l’articolo 12 della Costituzione?
«Non lo conosco».
È quello che descrive la bandiera dell’Italia. Che cos’è per lei il Tricolore?
«Non sono mai stata patriottica. La mia patria è la lingua: al posto del Tricolore potrei sventolare una pagina di Dante».

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