Emis Killa (Sette – marzo 2017)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 17 marzo 2017).
Emis Killa, rapper, autore di pezzi arcinoti tra i giovanissimi (Parole di ghiaccio, A cena dai tuoi…) , ha 27 anni ed è al suo quarto disco. Canta gli amori metropolitani e la maledizione della strada. Il suo vero nome è Emiliano Giambelli: Emis è il diminutivo, Killa, che sta per killer, è l’epiteto da battaglia. Lo incontro in un bar romano. Fiducia nei giornalisti: zero. Appena gli piazzo il registratore sotto il naso, prende il telefono e dice: «Registro anche io. Qualche anno fa mi hanno fatto passare per omofobo solo perché avevo espresso una preoccupazione». Quale? «Il rischio da parte dei figli di genitori gay di essere bullizzati». Gli sottopongo una perplessità sul mondo dei rapper italiani: l’immagine e i testi sono ruvidissimi, ma spesso gli stessi rapper si concedono a riti ultra-pop patinati. Dico: «Sei stato giudice di Miss Italia». E lui: «Mica ho dato i voti a delle torte. Sono andato a vedere dei bei culi». Già. Aggiungo: «Hai firmato la sigla Sky dei Mondiali brasiliani». Ricordate? Questa sera…/c’è il delirio al Maracanã. Spiega: «Lavoravo a Sky, a Goal Deejay, c’erano buoni rapporti. Certo, mi dispiace che il mio successo più grande sia venuto da una canzone scritta in mezz’ora su un argomento che non mi tocca». Malgrado il dispiacere, il pezzo è presente nella scaletta del tour Terza Stagione che sta per partire in questi giorni.
Emis ordina due tramezzini. Li mangia con forchetta e coltello. Dalla tutona nera che indossa spuntano tatuaggi assortiti. Sulla mano destra ha scritto “Terza Media” che è il suo titolo di studio. Sull’avambraccio, tra fiori giap e ragnatele, fa capolino un “2012”: «È l’anno in cui sono esploso». In mezzo al collo c’è un rapace, affiancato dalla frase: «L’envie fait du mal qu’aux envieux». Cioè: l’invidia fa male agli invidiosi. Domando: è vero che Fedez è stato invidioso del tuo successo? Risponde: «Per qualche anno lui è stato il numero due. Ma ora si è preso una bella rivincita». Gli prospetto una vecchiaia con un corpo pieno di tatuaggi sbiaditi e deformati. Ribatte: «Un corpo vecchio fa schifo anche senza tatuaggi». Il bar dà sulla strada. Alcuni ragazzi scattano una foto da dietro la vetrata. Sorride: «Ma daiii. Mentre mangio, no. Se fossero entrati gli avrei concesso un selfie insieme». Scivoliamo sull’argomento «educazione dei giovani». Nel suo ultimo disco, Terza Stagione, c’è un pezzo intitolato Vecchia maniera che sembra rimpiangere le durezze genitoriali di un tempo.
Che cos’è la vecchia maniera?
«Una mentalità, un’attitudine alla vita…».
In che cosa consiste?
«Guarda, a me sembra che ogni generazione sia più molle della precedente. I ragazzi che vedo circolare per strada oggi mi sembrano smidollati e irrispettosi».
Maleducati?
«Assisto a scene inconcepibili: padri che si fanno mandare affanculo dai figli, madri che difendono i loro bambini anche quando si comportano male…».
Un esempio?
«Qualche sera fa stavo mangiando in un ristorante e discutevo con la mia fidanzata. Un ragazzino al tavolo accanto ha cominciato a filmare col telefonino. Chiedo: “Per cortesia non fare video”. E la madre, invece di redarguirlo, dice: “Ma dai, ma chi ti credi di essere…”. Ti rendi conto? Serviva un ceffone educativo, invece è arrivato il supporto materno».
I ceffoni educativi.
«Ci stanno, dai. Anche se oggi una mamma che dà uno schiaffo al figlio in spiaggia rischia una denuncia al Telefono Azzurro».
Tu canti: «…quando i problemi nascevano in strada, mica da una tastiera». Hai avuto problemi con gli odiatori seriali che invadono la Rete?
«I social network dovrebbero servire per lavorare e per comunicare e non per rompere i coglioni alla gente».
Sono uno strumento di grande democrazia. Tutti possono esprimere la propria opinione…
«C’è qualcosa di sbagliato».
Troppa libertà?
«Forse ci vorrebbe un codice di comportamento».
Nel mondo del rap gli insulti reciproci sono all’ordine del giorno. Il dissing
«Il dissing è quasi una cultura. È un insulto con musica, in rima. L’insulto gratuito fatto a un artista, su Twitter, e dato in pasto ai tuoi quindici follower, invece, che senso ha?».
Per molto tempo hai avuto un pubblico di giovanissimi. Ma nei tuoi testi si parla di droghe, prostitute…
«Io non scrivo per i ragazzini. Droga e puttane esistono, ci sono. Non se ne dovrebbe parlare? E perché? Si fottano i perbenisti. C’è anche chi dice: le serie tv come Gomorra possono influenzare negativamente i ragazzi più stupidi. E quindi? Dovrei limitare i miei argomenti perché qualche cretino lo può interpretare male? Allora lasciamo che gli stupidi decidano le sorti del mondo?».
Nel pezzo 3 messaggi in segreteria dici «…preferisco saperti morta che con un altro». Sei stato accusato di apologia di femminicidio.
«Fosse stato per me non avrei nemmeno replicato alle accuse. Non credo di dovermi giustificare. Volevo lanciare un messaggio: descrivo situazioni di vita reale».
Quando e come ti sei avvicinato al mondo del rap?
«Da ragazzetto ascoltavo hardcore».
Musica spacca timpani e rintrona cervelli.
«Andava molto nelle discoteche. Poi un giorno un mio amico mi ha fatto ascoltare un pezzo di Fabri Fibra, SAIC… Succhia ancora il cazzo».
Elegante.
«Mia madre diceva: ma che musica ascolti? Sono andato avanti a esplorare quel mondo. Dopo Fabri Fibra, Bassi Maestro…».
La tua prima performance?
«Con il freestyle. L’improvvisazione».
È vero che frequentavi il leggendario Muretto di Milano?
«Sì. Ci andai una sera, perché sapevo che era il luogo che avevano frequentato J-Ax e i Club Dogo. Quando arrivai c’era solo un ragazzo. Cominciammo a rappare e poi ci demmo appuntamento per la settimana successiva. A quel punto successe una roba mistica».
Cioè?
«Il giorno dell’appuntamento che ci eravamo dati passarono al Muretto tutti quelli che facevano freestyle a Milano. Da quel momento ho cominciato a farmi un nome anche nei locali. E sono arrivato a vincere il Tecniche Perfette».
Che cos’è?
«Una competizione in cui tutti i freestyler italiani si fronteggiano nelle battle».
Si combatte a colpi di rime?
«Esatto. Uno contro uno. Rime improvvisate su una base. Generalmente quella finale deve essere particolarmente a effetto: ci si prende per il culo, una battuta sulla mamma dell’avversario, un’altra sul fisico…».
Sapresti improvvisare, ora, qualcosa su questa intervista?
«Certo: Se non improvvisi/ lo capisco di rado / stai facendo una intervista / che assomiglia ad un terzo grado…».
Ormai rappi da molti anni: hai studiato tutte le metriche possibili?
«Studiare? Per me lo spazio metrico è uno spazio visivo da riempire. Punto. L’improvvisazione, il calcolo esatto delle sillabe che devono arrivare sulla battuta… sono robe che sfiorano l’autismo».
Chi è il rapper più sottovalutato d’Italia?
«Johnny Marsiglia. Non so se rappa ancora».
Su YouTube c’è il video di una semi-rissa tra te e Moreno, il vincitore dell’edizione 2013 di Amici.
«È di molti anni fa, durante un Tecniche Perfette. Di Moreno possono non piacerti le canzoni e non è il massimo che ora sia all’Isola dei famosi, ma era veramente bravo a fare freestyle».
A cena col nemico?
«Uhm… Dolcenera. Eravamo entrambi giudici di The Voice e ci siamo rotti parecchio le palle a vicenda».
Hai un clan di amici?
«Mio cugino Daniele, mio fratello Gabriele, Armando che gestisce il ristorante dove vado sempre… Sono quelli che vedo più spesso. Con alcuni di loro sono appena stato in Russia per vedere Giorgio Petrosyan…».
… il campione di Mixed Martial Arts. È una disciplina che pratichi pure tu?
«No, io ho fatto tanta boxe».
Qual è l’errore più grande che hai fatto?
«Fidarmi del prossimo. Malgrado l’immagine… sono una persona di cuore e penso che gli altri siano sempre in buona fede. Non è così».
La scelta che ti ha cambiato la vita?
«Fottermene di quel che dicevano gli altri e cominciare a fare rap».
L’alternativa quale era?
«Un lavoraccio qualsiasi, restando a vivere da mia madre fino a non so quando».
Che cosa guardi in tv?
«Guardo le serie su Netflix e compro un sacco di film».
La serie culto?
«Breaking Bad».
Il film?
«L’odio, o La haine per dirla alla francese».
La canzone preferita?
«Son of a preacher man di Dusty Springfield».
È nella colonna sonora di Pulp fiction.
«È anche la colonna sonora di molte uscite con gli amici».
La canzone per cui vorresti essere ricordato?
«Essere umano. Ci sono un po’ di strofe profonde».
Sai quanto costa un litro di benzina?
«Circa due euro».
Hai fama di essere un maniaco delle moto.
«Ho una Harley Davidson e una Ktm da cross. Con la Harley ho fatto molti viaggi in Nord Europa».
Non ami volare.
«Se proprio devo prendere un aereo bevo, mi rendo brillo. Anche perché i calmanti mi fanno più paura del volo».
Quanti anni ha la Costituzione?
«No dai, le domande di politica non me le fare. La politica mi annoia da morire».

Categorie : interviste
Commenti
Lisa Ficara 21 marzo 2017

Gentile Signor Zincone un semplice commento per ringraziarLa di questa intervista. La “useremo” con la mia alunna Lucia per preparare l’argomento d’italiano per gli esami di stato!!(Istituto “Galielo Galilei2 di Vibo Valentia – VE) La tesina avrà come tema centrale il Rap e il suo articolo ci servirà per focalizzare l’attenzione tra il rapporto Giovani-Vecchi e quindi le nuove modalità di comunicazione con un parallellismo al Romanzo di Pirandello “Vecchi e giovani”. Grazie ancora e buon lavoro.

vz 23 marzo 2017

Prego prego prego. Le prossime due le piaceranno anche di più.

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