Sergio Castellitto (Sette – marzo 2017)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 10 marzo 2017)
Accanto all’enorme schermo tivvù ci sono le fotocopie di un libro: Lacrime di sale, scritto da Pietro Bartolo, il medico salva-migranti di Lampedusa. Sergio Castellitto spiega: «Mi hanno offerto di girare qualcosa ispirata alla sua storia. Spero di farlo. In termini pasoliniani quelli come Bartolo sono una reimpersonificazione di Cristo». L’intervista si svolge nello studio romano dell’attore. Lui resta per ottanta minuti nella stessa posizione: la gamba destra accavallata su quella sinistra. È la stessa posa dell’analista che interpreta in In Treatment, la psico-fiction arrivata alla terza serie e a breve in onda su Sky. Mentre racconta del più grande dei suoi quattro figli, Pietro, che ha intenzione di scrivere per il cinema, fa capolino sua moglie Margaret Mazzantini, romanziera e sceneggiatrice. Breve siparietto familiare: dove sono le chiavi della macchina, a che ora torni, hai sentito i piccoli…
Castellitto ha girato settantacinque film ed è stato protagonista di fiction spacca ascolti (Il grande Fausto, Padre Pio, Ferrari). Tra David di Donatello, Nastri d’argento, Globi d’oro e Ciak è probabilmente l’attore italiano più premiato in circolazione. Quando gli chiedo quale sia la sua performance che vorrebbe incorniciare per i posteri, cita tre opere: L’ora di religione di Marco Bellocchio, Caterina va in città di Paolo Virzì e L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore: «Il protagonista, Joe Morelli, porta con sé una romanità apprezzabile, la stessa che caratterizza Fortunata, pellicola che ho diretto, tutta ambientata nella periferia capitolina di Torpignattara, e che uscirà nelle sale in aprile. Non è la romanità sboccata dei cinepanettoni». Castellitto ha idee abbastanza nette su quel che è diventato il cinema italiano oggi: «Spesso è come certi antidepressivi scaduti». Lui non giudica gli interpreti, ma dice: «Persino i cartelloni pubblicitari per strada seguono uno stesso modello». Domando: «Parliamo dei grandi commedioni? Quelli che sbancano i botteghini?». Replica: «Non parlerei di commedie, ma di un format. Non è un caso che molti attori vengano da Zelig». Butto lì un paio di nomi che potrebbero essere l’oggetto di questa sua critica: «Checco Zalone? Ficarra e Picone?» Chiarisce: «Ficarra e Picone mi piacciono e hanno anche riempito le sale. Checco Zalone è un genio della comicità. È come Babbo Natale, amministra bene la sua immagine e porta al cinema anche persone che non ci andrebbero: gente che va in sala per sentirsi parte del fenomeno. Però mi sembra eccessivo affidare al suo cinema la lettura della società italiana».
Chi meriterebbe di vedersi riconosciuto questo ruolo?
«In passato lo hanno avuto Elio Petri, Ettore Scola, Mario Monicelli. Ora abbiamo smarrito la differenza sostanziale tra film comico e commedia».
Definiamo i confini.
«Il film comico è un exercise in cui ogni tre minuti c’è una battuta esilarante o una scorreggia, la commedia è un racconto che non esclude la malinconia, la nostalgia, il grottesco, la ferocia. Furio Scarpelli…».
…sceneggiatore leggendario della commedia all’italiana…
«Raccontava sempre che i produttori, prima di ascoltare il contenuto di un progetto, gli chiedevano: “Fa ride’?”. Avevano l’esigenza di divertire il pubblico. E allora lui anticipava solo una serie di battute e poi, in un secondo momento, aggiungeva il dramma. Le battute erano il cavallo di troia anche per realizzare film di critica sociale».
Oggi questo tipo di commedia…
«Questo tipo di racconto si sta trasferendo nelle serie televisive, che permettono di andare più in profondità. Bisogna anche tener conto del fatto che negli ultimi vent’anni il cinema italiano si è confrontato più con una parte politica che con il pubblico».
In che senso?
«La generazione di Scola ha raccontato il qualunquismo italiano. Quella di cui è stato maestro Nanni Moretti, invece, voleva raccontare la visione giusta del mondo, con i buoni di qua e i cattivi di là. Un cinema molto più politico ed egotico. Nanni racconta se stesso raccontando la politica».
Lei ha mai fatto politica?
«Ero sindacalista nell’azienda di distribuzione di quotidiani e di riviste in cui ho lavorato per qualche anno».
Quando e come ha deciso di fare l’attore?
«Da ragazzo mi ero esibito una volta in una recita scolastica. Alla fine la professoressa mi aveva detto: “Come ragioniere non hai un gran futuro, ma come attore…”. Qualche anno dopo, un ragazzo che aveva collaborato a quella recita mi chiese se volevo fare il provino per una trasmissione Rai per ragazzi. Andò male, ma il regista mi propose di esordire in teatro: testo di Pedro Calderón de la Barca. Decisi di provare a entrare in Accademia e mollai tutto il resto».
Si dice che lei sia un attore che ama l’improvvisazione.
«C’è una ricerca del sentimento».
Ma è vero che in In Treatment ha usato un auricolare?
«Non mi sono inventato nulla. È come la vecchia buca del suggeritore. Ho cominciato a usarlo per un motivo tecnico: la produzione voleva girare un episodio di venticinque minuti al giorno. Rientrato dal set non avrei avuto nemmeno il tempo di leggere il copione del giorno dopo. E allora ho chiesto un aiuto tecnologico. In Treatment è una serie tv in cui due persone parlano. È radiofonica. La parola riconquista il primato. E poi ci sono lunghi piani d’ascolto tra analista e paziente».
È vero anche che durante le riprese lei non recitava avendo di fronte l’altro attore?
«Funzionava così: la mattina giravamo le inquadrature su di me, con l’altro attore che mi dava le battute e io rispondevo. E il pomeriggio l’altro attore recitava le sue battute avendo davanti una controfigura. L’auricolare, comunque, mi ha permesso di esplorare le battute con una immediatezza impressionante. Sfiorando il panico».
Il panico?
«Eh sì, quella paura, necessaria, di sbagliare una battuta. Di avere un vuoto».
Le è mai capitato in teatro di scordare la sua parte?
«Si chiama “il bianco”. Certo che mi è capitato. Una volta anche durante un monologo che aveva scritto per me Margaret: Zorro. Ero in scena e improvvisamente sono scomparse dalla mia testa quattro pagine. Sono rimasto immobile. Ho pensato: “Qualcuno mi aiuterà”».
Qualcuno l’ha aiutata?
«Sì. Margareth che era al lato della platea si è scaraventata accanto al sipario e mi ha sussurrato una parola, quella da cui ricominciare».
Lei che rapporto ha con la critica?
«Buono, anche se i critici ormai si riducono a distribuire stellette e pallette. L’artista pensa sempre che le critiche siano ingiuste. Spesso lo sono. E un po’ trovo sconcertante il lavoro del critico. Ragiono da artista. Vedi un cavallo correre? Dimmi se ti ha emozionato e se hai sudato con lui, non metterti a criticare la posizione dello zoccolo. Non giudico i critici, ma spesso non li capisco».
Ora le critiche arrivano anche dai social network.
«Non frequento».
Ci sono un po’ di profili di Sergio Castellitto su Facebook.
«Sono fake. Il mondo dei social è troppo frequentato da cecchini. E Internet, strumento straordinario, è diventato anche il luogo dove rovesciare la propria frustrazione. Leggo commenti di una crudeltà efferata».
Quali sono le sue serie televisive preferite?
«Tra le ultime a cui mi hanno introdotto i miei figli ho apprezzato The Crown: poter parlare in termini così nevrastenici della famiglia reale inglese è una bella libertà».
La canzone preferita?
«Un senso di Vasco Rossi, scritta per il film Non ti muovere».
Il libro?
«Mi piace Georges Simenon. Sapeva raccontare la sporcizia umana da vero narratore».
Il film?
«C’eravamo tanto amati di Scola. Lui per me è stato un maestro e un padre che si comportava da amico».
Lei girerebbe un cinepanettone?
«Se posso evitare…Me ne hanno proposti, ma al momento non mi va che i miei figli mi vedano recitare in un film di cui non sono fiero. E con questo non giudico il lavoro degli altri».
Sembrerebbe…
«No, no, anzi. Se un giorno dovessi recitare in un cinepanettone lo farò senza vergognarmene. Ecco, gli attori che detestano i film a cui hanno lavorato li considero un po’ ipocriti. Just do it, senza rompere i coglioni al prossimo. Io rivendico tutto: l’esordio alla corte di Mario Merola in Carcerato, il colossal americano Le cronache di Narnia, i film d’autore…».
Sa quanto costa un pacco di pasta?
«Dipende dalla qualità. Io mangio la fiberpasta e costa un po’ di più».
L’articolo 3 della Costituzione?
«Non ne ho idea».
Dice che siamo uguali di fronte alla legge. I confini degli Stati Uniti?
«Mannagg…Canada…e…Messico,dove Trump vuole costruire il muro. Ecco al di là di certi atteggiamenti snobistici ci si dovrebbe anche domandare: perché Trump ha vinto? Perché la Le Pen potrebbe vincere in Francia? E perché Liberté, Egalité et Fraternité sono diventate demodé? È la democrazia bellezza».
A cena col nemico?
«Matteo Salvini. Alcune cose che dice hanno un inquietante buonsenso. Cioè lui individua dei problemi: la paura e la necessità di proteggersi. Per non cadere in alcune posizioni schifose dei leghisti, noi che ci diciamo di sinistra dovremmo trovare il modo di relazionarci alla questione dell’immigrazione senza demagogia».
La sinistra oggi…
«La tolleranza, la disponibilità verso il prossimo. Ma non l’accoglienza per tutti e a tutti i costi, quella è demagogia. Siamo divorati dalla demagogia e invece serve equilibrio».
Lei ha un clan di amici?
«La mia famiglia è il mio clan. Mia moglie Margaret è la mia migliore amica. Andiamo sostanzialmente d’accordo. Stiamo compiendo trent’anni di matrimonio».
Il segreto di questo matrimonio/amicizia?
«Basta obbedirle».

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