Sebastiano Somma (Sette – marzo 2017)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 3 marzo 2017)
E’ stato un aitante protagonista di fotoromanzi, un adonico interprete di commedie leggerine e un autentico spacca ascolti con fiction popolarissime. Sebastiano Somma, attore muscolare con occhi da gatto, mi accoglie nel suo appartamento di Roma Nord: arredamento moderno, ordinatissimo. Indossa una maglietta nera e ha uno sguardo blu. Quattro anelli alle dita. Ogni tanto si abbandona alla natia cadenza campana. Scoppia in una fragorosa risata quando gli faccio notare che sua figlia Cartisia prima o poi si vendicherà per il nome che le è stato dato. Mi rassicura: «Ne abbiamo parlato. È tutto a posto».
Appena sente definire le sue performance più celebri (Sospetti, Un caso di coscienza) «prodotti di massa», Somma mi stoppa: «Di massa, ma non facili. In tutti gli episodi di Un caso di coscienza denunciavamo grosse magagne. Tra gli autori c’era anche il giornalista d’inchiesta Andrea Purgatori».
Somma, il suo profilo non è esattamente quello dell’artista engagé.
«E chi lo ha deciso?».
Non si è mai fatto vedere nelle piazze della contestazione. Né a destra, né a sinistra.
«Anche se non sono politicizzato faccio battaglie quotidiane».
Dove e come?
«Le mie scelte artistiche degli ultimi anni sono motivate dalla voglia di suscitare un risveglio delle coscienze».
Un esempio?
«Ho interpretato capolavori di Leonardo Sciascia in teatro: Il giorno della civetta e A ciascuno il suo. Ora sono sul palcoscenico con Uno sguardo dal ponte di Arthur Miller. È una storia forte: parla dei migranti italiani negli Stati Uniti».
Migranti. Lei è bergoglionamente per accogliere o trumpianamente per alzare muri?
«Per accogliere. Gli italiani che sbarcavano in America erano considerati portatori di malattie, di mafie, di problemi. Conoscere quella storia vuol dire comprendere le condizioni di chi bussa alle nostre porte, il degrado a cui sono costretti, le frustrazioni. Quando non c’è integrazione scatta la guerra tra poveri. A breve sarò al Golden di Roma con lo spettacolo Tangentopoli».
Sono passati 25 anni da quando il pool di Mani Pulite entrò in azione.
«Io interpreto Antonio Di Pietro, Augusto Zucchi è Bettino Craxi. Mettiamo in scena un interrogatorio che sfocia anche in un confronto sul piano umano tra il pm e l’imputato».
Oggi c’è chi propone di dedicare una strada milanese a Bettino Craxi.
«Mi sembra eccessivo. Craxi è stato condannato. E poi non mi pare che ci siano luoghi pubblici dedicati ad altri protagonisti di quella stagione politica».
Google Map segnala una via Andreotti nel beneventano.
«Craxi è stato un grande statista, ma ha fatto parte per sua stessa ammissione di un sistema corrotto».
C’è chi dice che sia morto in esilio e chi pensa che sia morto latitante.
«Propendo per l’esilio».
Non c’è una contraddizione tra il considerarlo esiliato e il volergli negare una strada?
«No. Sulle spalle di Craxi sono state caricate le responsabilità di un’intera classe dirigente. Di qui, l’esilio. Mi ha colpito l’onestà limpida con cui ha ammesso che tutti i partiti venivano finanziati in modo illegale. È stato l’unico. Gli altri, colpevoli quanto lui, hanno taciuto».
Con Craxi o con Di Pietro?
«Sarebbe facile dire con Di Pietro, è stato il paladino di tutti gli italiani. In realtà considero entrambi, ognuno con la sua onestà e con la sua ambizione, davvero intriganti. Nello spettacolo parliamo anche del Craxi che cercò di riformare le istituzioni».
Dopo Craxi ci hanno provato D’Alema e Renzi. Lei era favorevole alla riforma della Costituzione bocciata dal referendum del 4 dicembre?
«Sì».
Somma renziano?
«Ho avuto fiducia in lui. Ma anche nel Movimento Cinque Stelle. E mi è dispiaciuto quando è fallito il tentativo di Pierluigi Bersani di dialogare con Beppe Grillo. Credo che ora i pentastellati dovrebbero smettere di concentrarsi sugli errori fatti da altri nel passato per cominciare a costruire il futuro».
Costruire il futuro. Il suo?
«Nel mio c’è un nuovo percorso artistico. A breve sarò nei cinema con due film in cui interpreto un poetico omosessuale e un abile maestro di rime».
Futuro e passato. Il suo esordio…
«Uno spettacolo amatoriale in un un teatro di Fuorigrotta, a Napoli. Ero adolescente. La mia prima battuta è stata: «Il pranzo è servito». Poi a sedici anni ottenni la parte del tenente di Cavalleria in Na Santarella di Eduardo Scarpetta».
Un’adolescenza tutta sui palchi teatrali?
«No. A 14 anni ho cominciato a giocare a Tamburello allo Sferisterio di Napoli. C’era un giro di scommesse assurdo, gente tosta. Divenni praticamente professionista. Era uno sport in cui bisognava avere fisicità e astuzia. Il mio nome di battaglia era Renzo, percepivo anche un piccolo compenso».
Le hanno mai proposto di perdere un incontro per favorire una scommessa?
«C’era anche quella roba lì, ma non mi facevo coinvolgere. Galleggiavo tra l’ambiente borderline dello Sferisterio, il liceo scientifico più borghese della città e la passione per la recitazione. A 21 anni mi trasferii a Roma».
Per fare l’attore?
«Non avevo le idee così chiare. Ma cominciai a studiare dizione con Elsa Polverosi che mi tolse le cosiddette caccole dialettali».
Il primo ruolo?
«Grazie a un amico costumista venni a sapere che cercavano un attore giovane per un film. Era Un jeans e una maglietta. Ero il rivale in amore del protagonista Nino D’Angelo. Quando Nino mi vide si arrabbiò con la produzione: «E io dovrei ruba’ la fidanzata a chist’ che è alto due metri?». Per strada ancora mi chiedono se sia vero il pugno che sferro a D’Angelo in una scena del film».
Come è finito a fare il protagonista di fotoromanzi?
«È lavoro. E guardi che sul set dei fotoromanzi si lavorava parecchio. Dovevamo avere un guardaroba molto fornito perché i vestiti di scena li portavamo da casa. In quel periodo, metà anni Ottanta, feci anche parecchia tv. Ricordo che mentre ero a Napoli da mia madre mi chiamò Stefania Craxi…».Era la figlia del presidente del Consiglio…
«Sì e lavorava a “La italiana produzioni” con Marco Bassetti. Mi propose di condurre M’ama non m’ama».
Lei interpretò anche l’uomo della giungla in Io Jane, tu Tarzan.
«La regia era di Enzo Trapani, un maestro. Lui sosteneva che io avessi un grande potenziale comico. Mi chiese di interpretare un Tarzan annoiato, un po’ dandy. Il girato piacque talmente poco ai dirigenti Rai, che mi chiesero di ri-doppiare me stesso. Venne fuori un disastro: voce da Tarzan nerboruto, con movenze effeminate. I critici mi stroncarono».
Wikipedia segnala un buco televisivo-cinematografico durante tutti gli anni Novanta.
«Ho vissuto un periodo molto difficile tra il ’94 e il ’98. Continuavo a recitare nei piccoli teatri, ma non trovavo i canali giusti per il cinema e per la fiction. Proprio allora ho conosciuto Morgana, che oggi è mia moglie e che mi ha aiutato a ricostruire un equilibrio. Con gli anni Duemila sono arrivati Sospetti, Madre Teresa… fiction viste da 10 milioni di persone».
Lei è un cultore di serie tv?
«Osservo, ma non sono un cultore».
La qualità del cinema si sta trasferendo nelle serie tv.
«Io guardo pochissima tv».
Gomorra la serie…
«Per quel che ho visto un po’ c’è il rischio che il mondo criminale risulti troppo affascinante. Mi piacerebbe che ogni tanto si puntassero i riflettori sull’aspetto poetico e surreale dell’essere napoletano».
Chi è il regista con cui vorrebbe lavorare?
«Matteo Garrone. Uno dei pochi che sa cogliere anche quella vena surreale. Ogni tanto gli scrivo un messaggio…».
Sa quanto costa un pacco di pasta?
«Un euro e qualcosa. Dipende dalla qualità».
Conosce l’articolo 3 della Costituzione?
«È il momento in cui viene fuori l’ignoranza assoluta? Non me lo ricordo».
Dice che siamo uguali davanti alla legge. I confini della Siria?
«Israele… Libano… Mica li devo dire tutti?».
Il film preferito?
«Hair».
Musical pacifista e un po’ fricchettone.
«Lasciamo che il sole entri dentro di noi».
Le piacerebbe partecipare a un musical in teatro?
«Avrei fatto volentieri Evita».
Il libro?
«La grande Eulalia di Paola Capriolo».
La canzone?
«Era de maggio».
Un classico napoletano.
«Ne cantavo un pezzo nello spettacolo sulla vita di Battisti e di Dalla, Lucio incontra Lucio, di cui ho curato anche la regia. Oppure La terra dei cachi di Elio e Le Storie Tese».
È un pezzo tra il comico e il grottesco.
«Il verso in cui dice che il commando omicida se c’è la partita allo stadio se ne va è geniale e ci rappresenta. Noi siamo la terra dei cachi, nel bene, soprattutto, e nel male, purtroppo».

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