Vinicio Capossela (Sette – febbraio 2017)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 24 febbraio 2017)
Ogni tanto l’immagine scivola e va via. Poi torna. La capigliatura incastonata in un cappello marinaresco e la barba tormentata dalle mani, sempre in movimento. Vinicio Capossela sorride: «È una delle primissime volte che uso questa diavoleria». L’intervista si svolge via Skype. Musicista, scrittore e cantautore, Capossela è un artista viaggiatore. Ha dedicato canzoni e dischi ai mari, alle balene, alle rose, alle tradizioni popolari, alle strade tarantolate. Aspetta sempre qualche secondo prima di aprire bocca, bilancia ogni parola, anche quando deve smentire la voce di Wikipedia che lo riguarda: «Non è vero che sono un polistrumentista: non suono gli strumenti ad arco e nemmeno quelli a fiato». Ha passioni stravaganti. Appena accenno a quella per i copricapo, fissa la telecamera, attende tre secondi e srotola il Capossela-pensiero sui cappelli: «I cappelli sono come i cani, ci si passa del tempo insieme. A volte spariscono e capisci che la tua stagione con quel cappello è finita. È un bel compagno il cappello, lo puoi togliere in segno di rispetto o sventolare. E puoi scegliere quale indossare, come se fosse una dichiarazione di intenti».
Capossela è anche artista da biblioteca. Qualche anno fa si infilò nell’archivio futurista di Rovereto per approfondire i ritmi frenetici del movimento marinettiano. Quando gli chiedo come scelga gli argomenti su cui suonare e perché abbia dedicato un disco (Le canzoni della Cupa) e un tour alla polvere e all’ombra, replica: «Mi piace darmi occasioni per studiare». Aggiunge: «Le canzoni possono farti notare cose che hai sotto gli occhi e a cui non fai caso, l’ombra è una di queste. Goethe diceva: «Dove è più abbagliante la luce, più scura è l’ombra». E in un mondo come il nostro molto illuminato, spesso male illuminato, vengono generate ombre scurissime. C’è una clandestinità interiore di cui non si parla. Basta pensare agli smartphone».
Qual è la relazione tra smartphone e ombre?
«Sono le nostre scatole nere: con le ombre che restano nascoste dietro alle lucette accese. Il mondo luccicante, poi, tende a nascondere nell’ombra e a rimuovere i malesseri, le povertà… e la morte, che è l’ultimo grande tabù. Si muore in certe stanzette d’ospedale».
Nell’ombra?
«Sì. Lo sa che nel Settecento c’era l’usanza di divinare le ombre?».
Cioè?
«Leggevano la silhouette, il ritaglio nero di un profilo, per cercare la natura nascosta delle persone. Come se la luce rivelasse il visibile e l’ombra l’invisibile. Nel foyer dei miei concerti ci sarà un divinatore di ombre. Nell’ombra c’è anche molto di quel che sfugge alla presunzione di conoscenza che caratterizza il nostro tempo. Una presunzione di conoscenza che restringe il mondo stesso».
E che ormai si manifesta spesso solo nei centoquaranta caratteri di un tweet.
«Siamo nel pieno di una enorme rivoluzione della comunicazione e del linguaggio. Siamo in una fase selvaggia. Non si è ancora stabilito un codice etico».
Sui social volano spesso insulti e improperi.
«Il galateo non ha dimora su Twitter. Quel che mi preoccupa è l’enorme quantità di tempo che i social network rischiano di assorbire nella vita delle persone. Così si alimenta la dittatura del Super Io. Mi viene in mente una frase di Louis-Ferdinand Céline».
Quale frase?
«“Ogni buco di culo si guarda allo specchio e vede Giove”. Un uso smodato dei social network potrebbe favorire questo ingigantimento delle personalità».
Il web e i social network sono accusati di essere portatori di post verità, moltiplicatori di fake news. Lei come si informa?
«Sono un buon lettore. E cerco di non limitare le mie letture alla dittatura dell’attualità».
Scrive seguendo un rito?
«Esistono delle ritualità, ma credo che l’unica cosa seria da fare per scrivere sia attivare il viandante che è in noi. E la viandanza può essere fisica o conoscitiva».
Prima la musica o prima i testi?
«Prima l’argomento. C’è un momento in cui riconosco l’urgenza di scrivere. Io non sono credente, ma penso che la scrittura sia come la preghiera o la meditazione: siamo così partecipi di questo percorso dissennato e affannato nel mondo, che abbiamo bisogno della scrittura anche per recuperare un senso rispetto alla vita che facciamo».
Il suo pubblico, i suoi fan…
«Le canzoni si completano in due. Uno canta, l’altro ascolta. Lo spettacolo è un momento di completamento. Mi piacerebbe che gli spettacoli del tour Ombra assomigliassero un po’ all’ipnosi, e cioè che facessero affiorare qualcosa in chi partecipa. A me capita ai concerti di musica classica».
Entra in ipnosi?
«Faccio fatica a stare sveglio, ma non perché mi facciano addormentare. Entro in una condizione di semi incoscienza, affiorano pensieri prossimi al sogno. È una sospensione dell’incredulità, un momento di tregua dall’attualità».
Occidentali’s Karma, la canzone vincitrice del Festival di Sanremo…
«Non la conosco. Ero all’estero».
È mai stato invitato al Festival?
«Sì, qualche volta, ma non ci sono mai stato».
I talent… X-Factor, Amici
«Nemmeno».
Chi vuole fare musica oggi in Italia deve frequentare i talent.
«Ho cominciato a suonare in un periodo in cui questo canale non c’era ancora. Era importante, e credo che lo sia ancora, la pratica della musica dal vivo».
Il suo primo strumento musicale?
«Una tavola di legno su cui disegnai la tastiera di un organo elettrico. Immaginavo i suoni: pling, dong, bang…».
È vero che Luciano Ligabue le fece da fonico durante un’audizione?
«È un’altra bugia di Wikipedia. È vero solo che lo conobbi giovanissimo all’Arci di Reggio Emilia. In quel periodo mi muovevo in un contesto jazzistico».
Recentemente, invece, ha dedicato dischi, tour e libri (Il paese dei coppoloni) a contesti folklorici.
«Ho viaggiato molto anche in quello che considero lo scheletro dell’Italia: i paesi dell’interno. Non dividerei l’Italia tra Nord e Sud, ma tra realtà urbane e zone dell’interno, cioè lo scheletro appenninico, spopolato, colpito dai terremoti. Dovremmo accudire queste zone, dove sono conservati suoni e voci vitali. Un Paese dovrebbe curare il proprio scheletro, altrimenti si ammala di osteoporosi e si sbriciola».
Lei è figlio di migranti e si auto-definisce “viandante”. Nel mondo, oggi, si alzano muri per fermare le migrazioni.
«Le migrazioni sono il più grande evento di quest’epoca. È in corso una migrazione mai avvenuta prima nella storia, a causa delle guerre, della povertà, dei cambiamenti climatici. Per ognuno che si sposta c’è una terra abbandonata, un villaggio svuotato, una cultura che rischia di scomparire, mentre le grandi città si ingigantiscono a dismisura. È un cambiamento che non sembriamo attrezzati a governare. L’unica cosa che è bene amministrata è la paura».
La minaccia dello straniero?
«Sì. E ammetto che quest’uso della paura costituisce un opportunismo politico che mi fa sempre molta rabbia».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Non ce n’è una sola. Com’è che diceva Totò? “È la somma che fa il totale”. L’ho detto anche in un disco di qualche anno fa: il destino e le scelte che lo determinano sono come le balene, ti accorgi che sono passate solo quando vedi la coda. È raro che ci si renda conto della scelta che sta cambiando il nostro destino proprio nel momento in cui la si compie».
Il libro e il disco da consigliare a un adolescente per farlo innamorare della letteratura e della musica?
«Cito quelli che hanno sortito con me questo effetto».
Il libro.
«Storie di ordinaria follia. Erezioni Eiaculazioni Esibizioni di Charles Bukowski. Mi ha fatto appassionare alla vita».
Il disco.
«Foreign Affairs di Tom Waits, è il primo che ho ascoltato».
Conosce l’articolo 12 della Costituzione?
«No».
È quello che descrive la bandiera italiana. Che cosa è per lei il Tricolore?
«È la città di Reggio Emilia, dove sono cresciuto e dove il Tricolore è nato».
È una bandiera che la emoziona?
«La mia patria è soprattutto la lingua. Non solo quella italiana. È il linguaggio con cui ti comprendi e ti senti compreso. La privazione della patria è la perdita della possibilità di essere ascoltati e di ascoltare. Però diciamolo: credo più nei cappelli che nelle bandiere».

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