Fiorella Mannoia (Sette – gennaio 2017)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 27 gennaio 2017).
Roma. Casa Mannoia. Fiorella è ai fornelli: «Lo vuole un caffé? Io lo faccio sempre leggero». Viene subito in mente il suo esordio sanremese. Il pezzo era Caffé nero bollente. L’anno il 1981. Sorride: «Bollente lo dicevo con tre B, alla romanesca». Ora la cantante torna a gorgheggiare sul palco dell’Ariston. Dall’ultima partecipazione (Notti di maggio, 1988) sono trascorsi 29 anni. I ricci rossi sono ancora vorticosi. Gli occhi sempre di un azzurro innaturale, streghesco. «Canterò Che sia benedetta». Parte la musica: «Per quanto assurda e complessa la vita è perfetta/Siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta». Spiega: «È una canzone adulta. Un invito a non sporcare la vita, anche quando è faticosa». Sul davanzale della grande finestra del salotto si posa un enorme gabbiano. Mannoia appoggia una mano sul vetro: «È Giacomino lo zoppo. Viene a cercare un po’ di avanzi. Anche lui è una manifestazione della perfezione della vita. In realtà da qualche giorno ogni volta che ascolto il nuovo brano sanremese mi viene in mente Alex Zanardi». L’ex pilota, oggi straordinario atleta paralimpico. «È il protagonista di uno dei video con cui apro i concerti dedicati al nuovo disco Combattente. Dice che i veri combattenti si vedono quando la vita li mette in difficoltà. Lottano perché sanno che la vita è meravigliosa e non dura per sempre». La cantante si accende una sigaretta. Sul tavolo brilla un posacenere con l’effige di Fidel Castro. Mannoia è decisamente gauchista ed engagée: aiuta i bambini africani con l’Ong Amref, ha organizzato concerti contro il femminicidio, ha firmato appelli per difendere la Costituzione. Quando le chiedo chi, oggi, potrebbe guidare una sinistra di governo, non esita: «Gino Strada. Lo stimano tutti, anche quelli che pensano che si dovrebbe occupare solo di malati e non di politica. Sono gli stessi che a me dicono: pensa a cantare, invece di rompere le scatole».
Quando lei entra nel dibattito pubblico, scoppiano spesso polemiche.
«Spesso? Sempre. Appena apro bocca».
È stata molto criticata per le sue dichiarazioni sull’Isis e sugli attentati parigini.
«Dicevo semplicemente che bisogna cercare di capire che cosa c’è alla radice di questi atti. Le motivazioni reali. È una cosa che sostiene pure papa Francesco. Solo che a me viene chiesta la patente: si pretende che io dica prima chiaramente una cosa ovvia, e cioè che condanno gli stragisti. Ultimamente comunque le polemiche nascono perché non mi fido dell’informazione ufficiale».
I grandi quotidiani e i Tg.
«Senza fare di tutt’erba un fascio. Come faccio a fidarmi? Hanno avallato le balle sulle armi di distruzione di massa per appoggiare la guerra in Iraq, hanno giustificato i bombardamenti contro Gheddafi… Per fortuna oggi c’è internet: uno strumento straordinario di verifica».
Internet e i social network sono anche portatori di post verità.
«Bisogna stare attenti alle bufale. Ma sul web si trovano informazioni che altrimenti resterebbero seppellite».
La Rete è piena di haters, gli odiatori sistematici.
«Li conosco bene. Sono quelli che quando scrivo che fa caldo, replicano: “Facile per te parlare del clima. Chissà che bei condizionatori hai in casa”».
Lei ha detto: «Se la rabbia che circola in Rete scendesse per strada ci sarebbero le piazze intasate da manifestanti».
«Ha ragione Grillo quando dice che dovremmo ringraziarlo per aver convogliato una massa di rabbia in un movimento, in una speranza. E comunque gli haters non sono mica solo grillini».
Emerge la sua simpatia per il Movimento Cinque Stelle.
«Se la sinistra avesse fatto il suo dovere e non avesse tradito tutte le aspettative quando è andata al governo, il M5S non sarebbe cresciuto così: una sinistra che si allontana dal popolo non è più sinistra».
Di chi parliamo?
«Di chi in passato non ha voluto fare una legge sul conflitto d’interessi. Di chi si sposta dalla Leopolda al Parlamento in auto blu. Politici che non hanno più idea di che cosa sia il popolo, non sanno nemmeno dov’è di casa. Non si sono accorti di quanto crescesse il numero degli estimatori di Grillo…Ricordo una riunione con alcuni esponenti del neonato Pd, c’era anche Ettore Scola. Dissi: “Attenti, li state sottovalutando”. Loro ridevano. Consideravano il M5S un fenomeno folkloristico. Invece Grillo ha intercettato il voto dei giovani, dei disillusi, di chi vede cambiare il mondo del lavoro senza avere garanzie».
Lei ha fatto parte del cast di 7 minuti, film girato da Michele Placido sul nuovo mondo del lavoro.
«Lo scontro tra chi vuole garantire i propri diritti e chi è disposto a rinunciarci per mantenere uno stipendio misero. Il mondo del lavoro oggi è questo. Donne che aspettano di essere convocate in fabbrica con un sms notturno… E noi abbiamo trascorso quattro mesi a discutere di riforma costituzionale! La classe media è sparita. Stiamo diventando tutti schiavi».
Il lavoro nel mondo della musica.
«I ragazzi oggi sono di sicuro meno fortunati di quanto non fossimo noi».
Perché?
«Beh, io quando stavo con la RCA di Ennio Melis avevo uno stipendio: era un acconto sulla vendita dei dischi, ma era garantito. Ti permetteva di saldare le bollette continuando a fare musica. Ho pubblicato molti 33 giri che non hanno venduto, mi pagavano lo stesso e così ho avuto il tempo di trovare la mia strada».
Quando ha trovato la sua strada?
«Nel 1984. Prima ero una ragazzetta che cantava quello che le suggerivano senza troppa convinzione. Poi è arrivato Come si cambia e ho capito che un testo interessante con la mia voce grave poteva dare emozioni».
Oggi in Italia non c’è musica pop senza X-Factor, Amici, The Voice
«È così in tutto il mondo. Abbiamo messo le sorti della musica in mano alla tv e questo è il risultato. Ammetto che questi ragazzi che partecipano ai talent mi fanno tenerezza. Vengono catapultati sui palchi, davanti a cinquemila persone senza avere alcuna esperienza. In perenne competizione. E se non vendi subito, ne prendono un altro. Masticati e sputati».
Anche lei ha cominciato con un concorso: Castrocaro, nel 1968.
«Sì, e la svolta della mia carriera è avvenuta grazie a una trasmissione canora di metà Anni 80».
Quale?
«Premiatissima su Canale 5. Ogni concorrente proponeva un repertorio. Io scelsi De Gregori, De André… Da quel momento entrai nel circuito cantautoriale».
Nel 1987 cantò Quello che le donne non dicono. Sono passati trent’anni.
«E ora durante i concerti vedo ragazze che la intonano abbracciate alle loro madri e alle loro nonne. Tre generazioni. È una bella sensazione».
L’autore del testo è Enrico Ruggeri. Non è esattamente una canzone femminista.
«Tolsi un verso: …se ci confondiamo un po’… Mi sembrava sminuisse il genere femminile».
Recita: «Nelle sere tempestose/Portaci delle rose/Nuove cose/E ti diremo ancora un altro sì».
«Bisogna contestualizzare. Nei primi Anni 80 molte donne sembravano voler essere maschi, portavano vestiti con le spallone, non accettavano alcuna romanticheria. Ruggeri voleva sottolineare che non c’è bisogno di rinunciare alla propria femminilità per ottenere la parità dei diritti».
Il libro preferito?
«Sulla strada di Jack Kerouac. Mi ha illuminato l’adolescenza. Poi certo, a rileggerlo oggi non sembra nemmeno questo gran capolavoro».
La canzone?
«Tutti morimmo a stento di Fabrizio De André».
Il film?
«Un uomo chiamato Cavallo con Richard Harris. Per la mia generazione fu una sveglia: la prima volta in cui ci rendemmo conto che ci avevano raccontato un sacco di bugie su chi fossero i buoni e chi i cattivi».
Pensavo che citasse lo spaghetti western Una colt in mano al diavolo.
«Ahahah. Lì facevo la stuntgirl. Ero giovanissima e non mi rendevo conto della fortuna che avevo a frequentare quei set cinematografici con Vittorio De Sica, Claudia Cardinale…».
Chi è la star con cui legò di più?
«Monica Vitti: mi chiamava nella sua roulotte e si informava sulla pericolosità delle scene in cui prendevo il suo posto».
Amarcord. La scena più leggendaria a cui ha partecipato?
«Ha presente quando in Amore mio aiutami Alberto Sordi, accecato dalla gelosia, insegue Monica Vitti sulle dune di sabbia, la prende a calci e la schiaffeggia? Beh, nelle inquadrature da lontano la schiaffeggiata sono io».
Sono passati quasi 50 anni. E le cronache sono ancora zeppe di mariti che picchiano le proprie mogli. Nel suo ultimo disco lei ha dedicato una canzone alla violenza domestica, Nessuna conseguenza.
«Un problema enorme, paradossalmente presentissimo nel dibattito pubblico, ma non affrontato con efficacia».
In che senso?
«Se ne parla tanto, ma poi i centri anti-violenza sono in crisi, chiudono. E invece ce ne vorrebbe uno per ogni quartiere di ogni città. Servono spazi in cui le donne possano parlare e denunciare. Anche perché spesso hanno paura di raccontare la loro condizione. Alcune difendono i propri compagni».
Come ha fatto recentemente Ylenia, ventiduenne messinese, parlando del fidanzato accusato di averle dato fuoco.
«Il sogno di un amore malato. Sbagliato».
Barbara D’Urso mentre intervistava Ylenia ha detto che alcuni uomini diventano violenti per troppo amore.
«Forse è una frase che le è sfuggita perché voleva far parlare la ragazza. In ogni caso è un’affermazione gravissima. Io lotto anche contro le frequentissime violenze psicologiche: uomini che impediscono alle donne di essere se stesse e che cercano di reprimerle».
A lei è mai capitato di subire questo tipo di violenza?
«Certo, tutte ci siamo passate. All’improvviso ti svegli e pensi: “Come sono finita in questo rapporto malsano?”. L’importante è trovare sempre la forza per impedire a qualcun altro di plasmarci».

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