Ilaria Capua (Sette – gennaio 2017)

1 commento

(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 6 gennaio 2017).
Ora vive in Florida. Tra praticelli ben rasati, scoiattoli e fenicotteri. Si è trasferita in un piccolo paradiso della ricerca americana, perché ustionata dall’inferno kafkiano della giustizia italiana. Riassunto per chi non conosce la vicenda: Ilaria Capua, virologa, è una delle massime esperte planetarie di influenza aviaria, pluripremiata e strapubblicata. La rivista Seed nel 2008 la inserisce in un elenco ristretto di revolutionary minds. Nel 2013 Mario Monti le chiede di partecipare alle Politiche nella lista professorale di Scelta Civica. Viene eletta. Un anno dopo scopre, leggendolo in un servizio di copertina dell’Espresso, di essere coinvolta in un’inchiesta pesantissima. Titolo, Trafficanti di virus: in pratica è accusata di aver provocato epidemie per vendere più vaccini, in combutta con il marito e con le famigerate multinazionali farmaceutiche. Una storia morbosamente perfetta. Capua passa in pochi giorni dallo status di “fiore all’occhiello d’Italia” a quello di “appestata truffaldina senza credibilità”. Decide di lasciare il Parlamento, il laboratorio padovano dove lavora e l’Italia. Dopo due anni e mezzo il giudice per le indagini preliminari di Verona emette il verdetto: prosciolta perché il fatto non sussiste.
La incontro a Roma, in una stanzetta della LUISS, l’Università confindustriale che da qualche mese l’ha accolta nel consiglio di amministrazione. Alterna l’italo-inglese scientifico a slanci in romanesco. La sua preoccupazione principale sono le domande finali di geografia: “Se mi chiede i confini di qualche Stato rischio di fare come Padoan con Salvini. Ha presente l’imitazione che ne fa Crozza? Lui che scartabella appunti cercando risposte a domande semplicissime…”. Appena cito l’inchiesta che l’ha coinvolta le si piega un po’ la voce: “Hanno sparato a un passerotto col cannone. Certe ferite resteranno per sempre”. Quando accenno al dibattito sull’opportunità di vaccinare i bambini si inalbera. Meningite, morbillo, rosolia, parotite…
Il giorno delle sue dimissioni da deputata, il 28 settembre, è stata annullata la proiezione in Senato del film Vaxxed di Andrew Wakefield, dove in pratica si sostiene che ci sia una relazione tra vaccini e autismo nei bambini.
“Una follia. Ed è da criminali portare avanti campagne contro le vaccinazioni”.
Il movimento No Vax in Italia fa proseliti.
“Non solo in Italia. La forza di questi movimenti è la disinformazione. Vanno combattuti. I vaccini sono la principale conquista del Ventesimo secolo. Senza i vaccini né io né lei saremmo qui. Io faccio anche l’antinfluenzale. A tutta la famiglia”.
A volte però sembra davvero che le multinazionali farmaceutiche montino ad arte alcune emergenze per spingere le campagne di vaccinazione.
“Ci sono anche alcuni media che cavalcano l’emergenza per vendere più copie. Ma non scherziamo sulla salute. Se io individuo la possibilità che un virus faccia un salto di specie e, per esempio, passi dai polli all’uomo, devo predisporre con un certo anticipo un vaccino per impedire un’eventuale epidemia tra gli esseri umani. E lo devo fare anche se poi quel vaccino non verrà mai usato”.
Le accuse che l’hanno travolta riguardavano anche questo meccanismo. Primi di aprile del 2014, lei riceve una telefonata.
“Ero alla Camera, nel ballatoio in alto. Il giornalista mi dice di essere Lirio Abbate…”.
Penna d’inchiesta dell’Espresso.
“Mi chiede di parlare di aviaria. Mi dice che sono accusata di reati gravissimi. Mi fa qualche domanda. Ho sentito una colata di cemento invadermi il cuore”.
Chi sono le prime persone che ha contattato?
“Due avvocati: mio fratello Michelangelo e Giulia Bongiorno. Ho cercato di chiamare pure l’Espresso ma non ci sono riuscita. Il pdf dell’articolo me lo ha fatto avere la mia assistente a mezzanotte del giorno dell’uscita in edicola. Ero da sola a casa, a Roma. Leggevo… Erano riportate frasi decontestualizzate. Anche conversazioni con mio padre, che era morto da qualche mese. Mi sono sentita violentata. Gelo. Gola secca. Ogni riga era un colpo. E però andando avanti pensavo: “Non hanno capito nulla. Hanno confuso un virus con un altro… Come è possibile?””.
Nei giorni successivi?
“Andò sempre peggio. Mi accusavano di essere un mostro. Di aver commesso reati da ergastolo. Mi domandavo: ma se credevano che io fossi così pericolosa perché non mi hanno arrestata allora? Le intercettazioni risalgono a dieci anni fa!”.
E’ arrivata a pensare al suicidio?
“Razionalmente no. Ma nella solitudine più totale e nella totale incertezza del sistema…”.
E’ vero che si è sottoposta a un training psicologico?
“Frequento una psicoterapeuta e una psichiatra. Le vittime di stupro hanno bisogno di supporto”.
Lei ha descritto a Gian Antonio Stella un clima poco amichevole a Montecitorio.
“I più duri sono stati i Parlamentari del Movimento Cinque Stelle. Dopo un loro intervento in Commissione Cultura ho pianto. Ma insomma… facevano il loro lavoro attaccando la maggioranza e cavalcando la polemica. Mi ha sorpreso molto di più il comportamento del Pd dopo che sono stata scagionata”.
Renzi ha detto che tra le scie chimiche del M5S e Ilaria Capua, sceglie sempre Capua. Un gesto solidale.
“Ma quando si è trattato di votare le mie dimissioni il suo Pd ha votato in blocco a favore”.
Lei si è dimessa. Loro l’hanno accontentata. Che altro avrebbero dovuto fare?
“Respingere le dimissioni per dare un segnale contro il giustizialismo che mi ha travolto. Le avrei ripresentate la settimana dopo. Inoltre Piero Longo, avvocato di Forza Italia, mi ha spiegato che per cortesia istituzionale la prima volta si vota sempre contro”.
L’Espresso, dopo il suo proscioglimento, ha spiegato che loro avevano raccontato soprattutto uno spaccato che descrive i rapporti tra mondo della ricerca e i produttori di vaccini.
“Il mondo della ricerca deve dialogare con il mondo imprenditoriale. Se non lo fa rende inutili le sue scoperte.… E’ normale che chi non fa ricerca seria si stupisca per certi meccanismi o non li capisca. Ricordo una conversazione avuta con un parlamentare del Movimento Cinque Stelle. Cercavo di spiegargli che mettere delle limitazioni alle sperimentazioni animali avrebbe bloccato la ricerca sui tumori. Alla fine, dopo 40 minuti, lui ha replicato: “Tu non hai capito”. A me. Gli ho chiesto: “Scusa, ma tu che formazione hai?”. E lui: “Ho fatto qualche esame di biologia”. Ma si rende conto?”.
La formazione di Ilaria Capua.
“Scuole british a Roma. E poi veterinaria a Perugia”.
Una grande passione per gli animali?
“Neanche troppa. Volevo fare ricerca e andare via da Roma. Perugia era perfetta. Mio padre mi voleva avvocato, come lui. Mi disse: se non prendi tutti trenta torni a casa. A 22 anni mi sono laureata”.
Enfant prodige.
“Per caso: mia madre mi ha fatto cominciare la scuola molto presto perché doveva gestire un problema di salute del padre. Mi iscrisse alle elementari senza presentare la documentazione necessaria”.
Se confessa una cosa simile le annullano tutto il percorso di studi.
“Ahahah. Al primo concorso in ruolo, sempre a Perugia, mi dissero: “Il posto è suo se porta un pacchetto di voti”. I vertici dell’Istituto erano un po’ legati ai partiti. Era il 1990: arrivai decima nonostante avessi preso 9 allo scritto. Allora decisi di provare un concorso per entrare a Teramo. Ricordo il viaggio in mezzo alla neve per trovare l’istituto dove si teneva l’esame. Vinsi. Andai a finire in virologia”.
Per quanti anni è restata in Abruzzo?
“Sette. Ma il professore mi ha mandato in giro per il mondo a imparare. Nel 1998 poi mi sono trasferita all’Istituto Zooprofilattico di Padova. Venni accolta dalla più grave pestilenza di aviaria che avesse mai colpito il pianeta. Diciassette milioni di animali morti per malattia o abbattuti. Un disastro, l’avicoltura distrutta. Immaginai una strategia di vaccinazione vincente collegata a un test diagnostico. Poi nel 2006 ci fu la svolta”.
Quale svolta?
“Decisi di depositare la sequenza genetica del primo ceppo dell’aviaria isolato in Africa in un database open access”.
L’alternativa quale era?
“Consegnarlo, come avrebbe voluto l’OMS, a un database riservato che aveva sede a Los Alamos, negli Stati Uniti, e a cui avrebbero avuto accesso solo quindici laboratori. Ho dato il LA a un cambiamento molto importante”.
Per afflato civico o per fame di fama?
“Perché era giusto. Noi virologi lavoriamo paragonando i virus. Dare libero accesso alle informazioni mi sembrava necessario. Ho cambiato un paradigma”.
Ha lavorato per venticinque anni in istituzioni pubbliche italiane. Ora si è trasferita all’Emerging Pathogens Institute dell’Università della Florida.
“Mi corteggiavano da un po’. Quando ho accettato non sapevo quanto potesse durare la vicenda giudiziaria. Mi era stato detto: “Verrai assolta. Ma se ti va male ci vorranno 10 anni”. E allora ho scelto di andare via. Negli Stati Uniti i controlli sono piuttosto rigidi, ma evidentemente non hanno ritenuto l’inchiesta che mi riguardava molto solida. L’Italia, invece, mi ha espulsa dal sistema, cercando di rendermi poco credibile, usando la macchina del fango”.
Chi si sarebbe dovuto muovere per ridarle credibilità?
“Che ne so? Renzi avrebbe potuto proporre il mio nome per lo Human Technopole, il centro di ricerca che dovrebbe avere sede negli spazi dell’Expo milanese, e invece…”.
Qual è la differenza principale tra le università italiane e quelle americane?
“La valorizzazione del talento. Il talento in Italia non è socialmente riconosciuto. Nell’Ateneo dove lavoro ora lo studente è messo al centro: viene selezionato in entrata e poi curato e accudito. L’obiettivo dell’Università è il suo successo”.
A cena col nemico?
“Con Donald Trump”.
Boom.
“Ha posizioni bislacche sui cambiamenti climatici. Vorrei convincerlo a ragionarci meglio”.
Conosce l’articolo 9 della Costituzione?
“E’ quello che parla della promozione della ricerca scientifica e della cultura: pieno di buoni propositi, ma poco applicato”.
Che cosa guarda in tv?
“Le trasmissioni di approfondimento di La7. Anche quando sono in Florida”.
Il libro preferito?
L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez”.
Pensavo che dicesse Storia della colonna infame.
“Non lo conosco, che cos’è?”.
E’ un’opera manzoniana. Parla del processo contro due presunti untori durante l’epidemia di peste che travolse Milano nel 1630.
“Potrei citarlo nel mio prossimo libro, quello in cui racconterò la mia rocambolesca storia giudiziaria”.
Il libro ha già un titolo?
“Certo. Quello provvisorio è Trafficante di virus”.

Categorie : interviste
Commenti
Rita Disco 15 gennaio 2017

Sconvolgente…

Lascia un commento