Alessandro Siani (Sette – dicembre 2016)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 30 dicembre 2016).
Alessandro Siani, classe 1975, arriva nel bar dove abbiamo appuntamento, camminando con flemma partenopea. Ha indosso un giaccone pesantissimo, bianco, che non toglie mai. Un po’ perché da buon meridionale soffre il freddo, un po’ perché ha poco tempo: deve fuggire negli studi di Striscia la notizia. Sorride, non alza mai la voce. Ogni tanto piazza una battuta pop: quando gli chiedo se conosce gli articoli della Costituzione, replica che in periodo natalizio sono altri gli articoli di cui si occupa, quelli da regalo che finiranno sotto l’albero. Ecco, Siani fa parte di quella genia di autori-attori alla perenne ricerca del gioco di parole. Comicità nazional-popolare. Baudesca. Anti-elitaria. Poche parolacce e nessun timore di deludere i critici più esigenti. Risultato: da anni i suoi film sono blockbuster. Dopo la gavetta teatrale e quella televisiva ha cominciato con i cinepanettoni di Neri Parenti, ha cavalcato l’onda di Benvenuti al Sud e poi si è messo in proprio con pellicole da 15 milioni di euro d’incasso: Il principe abusivo (che è diventato pure uno spettacolo teatrale) e Si accettano miracoli. Ora si appresta a invadere le sale con Mister Felicità. Dice: «In quest’ultima pellicola racconto la dialettica tra pessimismo e ottimismo, la capacità di risollevarsi e di realizzare una rinascita emotiva. Usciamo al momento giusto». Perché è il momento giusto? «Beh, l’Italia non vive anni felicissimi, ci sono parecchi problemi. Mi piace pensare che noi comici abbiamo il dovere di risollevare il morale dei cittadini».
Napoletanissimo (il suo vero nome è Alessandro Esposito) e tifoso sfegatato del Napoli, Siani gongola quando cito le prodezze di Marek Hamsik e di Dries Mertens. Chiedo: «Durante la celebre semifinale Italia – Argentina dei Mondiali Italia 90 giocata al San Paolo, lei per chi tifava?». Tentenna. Poi confessa: «Sono maradoniano. Avrei voluto che Maradona giocasse e segnasse per l’Italia, ma… Ora ho scritto uno spettacolo per Diego».
Vuole portare Maradona in teatro?
«Sì, saremo al San Carlo di Napoli il 16 gennaio. Il titolo è Tre volte 10. Il 2017 è l’anno in cui si festeggiano i trent’anni dal primo scudetto».
Come ha conosciuto Maradona?
«Mi chiamò per farmi i complimenti dopo la performance di Sanremo del 2012 e disse che ci saremmo potuti vedere a Napoli. Una telefonata decisamente emozionante. Lancio un appello alle forze dell’ordine: se ci stavate intercettando mandatemi il nastro per cortesia».
Viste le vicissitudini di Maradona col fisco, la registrazione potrebbe esistere davvero.
«Quando poi l’ho incontrato gli ho detto che sono scarsissimo a giocare a pallone. Lui mi ha promesso un paio di suggerimenti calcistici in cambio di qualche dritta attoriale».
Napoli e Maradona…
«Maradona è come Napoli. Luci e ombre. Serve cautela nel maneggiare entrambi».
Napoli è anche quella di Gomorra.
«Non sono tra chi accusa le fiction di dare una cattiva immagine alla città. Se una serie tv ha successo che gli vuoi dire? L’importante è che se c’è Gomorra poi ci siano anche Benvenuti al Sud e Un posto al sole. Altrimenti lo sbilanciamento è eccessivo».
La sua infanzia napoletana.
«Tra i Quartieri Spagnoli e Fuorigrotta».
Gioventù da scugnizzo?
«Scugnizzo è un termine bellissimo. Pregiato».
L’irriverente ragazzo di strada.
«Penso che dentro ogni napoletano si nasconda una parte scugnizza. Che è quella più geniale».
Lei quando ha cominciato a recitare?
«Non sono stato uno di quei bambini che facevano le imitazioni in fasce. E non sono diventato attore, come raccontano molti, dopo aver accompagnato un amico a un provino. Un professore che aveva colto un po’ di ironia nelle mie battute mi chiese di organizzare uno spettacolo. Ne approfittai anche perché questo mi permetteva di saltare alcune lezioni».
Come andò?
«Calato il sipario ci furono molti applausi. Non perché era piaciuto. Ma perché finalmente era finito».
Che studi ha fatto?
«Istituto per odontotecnici».
Università?
«Mi sono iscritto a Scienze Politiche. Ho lasciato presto perché avevo cominciato a esibirmi in locali e in piccoli teatri».
Le sono mai capitate platee vuote o grandi silenzi dopo una battuta?
«Certo. Una volta a una ragazza che mi stava per lasciare e non trovava le parole ho detto: “Cara, ti assicuro che questo tuo silenzio interminabile non mi scalfisce. Sono abituato”. Dopodiché i silenzi del pubblico sono fondamentali».
Forgiano?
«Ti piazzano davanti a un bivio: o trovi la strada giusta per correggerti e per far ridere gli spettatori o cambi mestiere. Di sicuro non è giusto sostenere che “il pubblico non mi ha capito” o che “c’era il pubblico sbagliato”. Il pubblico è anche quello che ti riempie di energia quando pensi di non farcela».
Le è capitato?
«Al Teatro Sistina di Roma. C’erano talmente tante prenotazioni che decidemmo di fare tre spettacoli in un giorno. Alla fine del secondo ero distrutto. Dissi ai miei collaboratori che non ce l’avrei fatta ad affrontare il terzo. Poi però ho sentito il brusio degli spettatori che entravano in sala, il suono caloroso del pubblico che prende posto… quella è adrenalina pura».
La critica si è esercitata spesso contro di lei, con durezza, soprattutto per le apparizioni in tv e per i film.
«Mi dispiace solo quando non viene capito lo sforzo e la fatica fatti per non deludere il pubblico. Le scelte del pubblico sono insindacabili: gli spettatoti pagano e giustamente pretendono. Le parole dei critici, invece, sono legittime, ma pesano meno dei numeri. E poi ormai anche le critiche più feroci si perdono nel mare delle punzecchiature dei social network».
Lei non è su Twitter.
«E neanche su Facebook. Non ho nemmeno WhatsApp. Non mi va di partecipare alla giostra di polemiche che partono ogni cinque minuti».
La polemica più dura che l’ha coinvolta riguarda una battuta fatta a Sanremo 2015 su un ragazzo paffuto.
«Per venti anni ho giocato col mio pubblico in sala. Durante quel Sanremo mi sono accorto che quel gioco era diventato troppo scorretto. È stato un insegnamento di cui ho fatto tesoro».
Oggi chi la fa ridere?
«Donald Trump è uno showman. Matteo Renzi in campagna elettorale ha riempito le platee sfottendo gli avversari. I politici hanno capito la forza della comicità…».
Intendevo: chi dei suoi colleghi la diverte di più?
«Ah. Checco Zalone».
Al secolo Luca Medici.
«Ha unito l’Italia in una sala cinematografica».
Da tecnico: qual è il segreto del successo di Checco Zalone?
«Non c’è un segreto: fa ridere. Quindi soddisfa l’esigenza di chi paga il biglietto».
Lei ha avuto qualche maestro?
«Non ho avuto il piacere di conoscere i grandi napoletani del passato. Di quelli in attività penso che Vincenzo Salemme abbia alle spalle la tradizione teatrale più robusta. È un bell’esempio. In linea di massima stimo chiunque provi a fare la cosa più difficile del mondo: cavare una risata anche a chi non ha alcuna voglia di ridere».
In Mister Felicità lei duetta con Diego Abatantuono.
«Diego fu il primo a chiamarmi dopo l’uscita di Benvenuti al Sud. Da allora abbiamo un buon rapporto. Dirigerlo è stata una sfida. Lui di solito interpreta personaggi cinici, io gli ho chiesto di fare il tenerone».
È vero che lei conserva un quadernetto con dentro anche le battute di quando andava al liceo?
«Sì. È un oggetto antico. Una piccola miniera da cui ancora attingo. Non ho mai smesso di prendere appunti e ispirazione da quel che vedo per strada e tendenzialmente non amo recitare cose scritte da altri».
Per un attore è un bel problema.
«Mi piace fare miei i testi».
A cena col nemico?
«La vulgata imporrebbe di dire Matteo Salvini, ma ormai anche la Lega non è più quella di una volta. Quando uscì Benvenuti al Sud nacque una polemica con Umberto Bossi che aveva stravolto l’acronimo SPQR: “Sono Porci Questi Romani”. Oggi il Carroccio non attacca più i terroni, al massimo si esercita in una banalizzazione atroce dell’emergenza migranti».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Mettere condizioni precise proprio alla mia partecipazione al film Benvenuti al Sud».
Quali condizioni?
«La libertà di cambiare il mio copione e di eliminare volgarità eccessive».
Inizialmente erano previste?
«Il mio personaggio si chiamava Ciro e la prima parola che diceva era una parolaccia indicibile. Ho preteso di cambiare il nome in Mattia e di eliminare l’insulto».
Il film preferito?
«Tutti quelli di Frank Capra. Avrei voluto dedicare a lui Mister Felicità, ma poi ho pensato che i critici si sarebbero inalberati, scrivendo cose tipo “Ma come si permette Siani?”».
La canzone?
«Una qualsiasi di George Benson o di Pino Daniele».
Il libro?
«Il giovane Holden di J. D. Salinger».
Confini. Siria…
«Intendi la cantante? I suoi confini sono tatuati».
Conosce l’articolo 12 della Costituzione?
«No».
È quello che descrive la bandiera dell’Italia. Che cos’è per lei il Tricolore?
«Un punto di riferimento. Ma oggi i colori della bandiera sembrano un po’ sbiaditi. C’è un problema d’identità nazionale. Forse la si potrebbe ricostruire partendo dai dialetti e da quelle radici territoriali che sembrano ancora solide».

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