Silvio Orlando (Sette – novembre 2016)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 18 novembre 2016).
E’ stato l’allenatore di pallanuoto che urlava a bordo vasca «Marca Budavari, marca Budavari» in Palombella Rossa, film culto sull’identità perduta della sinistra. Ha interpretato il professore prestato alla politica nel Portaborse, pellicola che anticipò l’esplosione di Tangentopoli. Ricordate? Chiudeva la sua esperienza di Palazzo scrivendo al leader rapace: «La tua modernità è medioevale». Poi il docente impegnato in La scuola, e il capo tribù della gauche terrazzata in Ferie d’agosto. Silvio Orlando, attore, 59 anni, da quaranta macina film e chilometri di tournée. Ora è in teatro con Lacci, dramma ispirato all’omonimo romanzo di Domenico Starnone. Christian Raimo su Internazionale l’ha definito una tragicommedia del ri-matrimonio. Annalena Benini recensendo il libro sul Foglio ha scritto che leggendolo si sente «il rumore profondo che fa un matrimonio quando si spezza». Chiedo a Orlando una conferma. Replica: «Mettiamo in scena il disincanto, il dolore tenuto sotto chiave, indicibile. Accarezziamo contropelo il pubblico». Srotola le date della tournée. Poi sorride: «Nel mondo del teatro c’è una specie di socialismo reale, eheheh. Il sistema è demenziale: le pare normale che una compagnia stia una sola settimana a Roma e poi debba girare mesi per micro cittadine della provincia? Noi abbiamo esordito a Montecchio Maggiore. Ammetto che io non sapevo nemmeno dove fosse. Ora, capisco che in questo modo si tutelino democraticamente spettacoli che non reggerebbero troppo nella Capitale e si fanno vivere i piccoli teatri, ma in Inghilterra se vuoi vedere Jude Law devi andare a Londra. Lui non è costretto a esibirsi in ogni piccola contea».
L’intervista si svolge nella sua abitazione romana. Appartamento arioso tra le viuzze del centro storico con vista sul cortile di un seminario. L’attore racconta: «Ogni tanto si incontrano preti porporati. Una mattina ho sorpreso mia moglie che inveiva contro un arcivescovo perché ascoltava Radio Vaticana a tutto volume». La moglie è Maria Laura Rondanini che in Lacci interpreta la figlia. Arriva il caffé. Orlando: «È fatto con l’unica miscela salvata da Milena Gabanelli». Don don don. Ogni quindici minuti le campane rintoccano e portano il discorso sul cardinal Angelo Voiello, personaggio antagonista della serie Sky The Young Pope, interpretato da Orlando: «La prima paura che ho avuto quando sono arrivato sul set di Paolo Sorrentino è stata quella di essere una specie di virus, che rischiava di infettare un corpo meraviglioso. Il cinema sorrentiniano è scintillante, io ho sempre lavorato nel cosiddetto cinema delle quattro stanze».
In The Young Pope ha recitato al fianco di Diane Keaton e Jude Law, megastar internazionali.
«Jude è davvero bravo. L’ho anche incontrato spesso nel quartiere, vagava per strada: un cazzone simpatico che viene dal teatro. Diane era quasi più in difficoltà di me: veniva da decenni di commedie brillanti e si è ritrovata in una serie tv cinematografica e logorroica».
Esegesi di The Young Pope: il vecchio cardinale contro il nuovo Papa, la burocrazia morbida e untuosa contro la potenza ustoria della conservazione ideologica…
«La molla principale che muove Sorrentino è il divertimento. Non è un caso che il suo mito sia Diego Armando Maradona, un calciatore non ingabbiabile. Sorrentino, prima di ogni cosa, si deve divertire».
Fa divertire anche gli attori?
«No, ma ha una notevole capacità di farli lavorare. Non ti suggerisce come recitare una scena, ti mette in mano il kit di sopravvivenza per scalare l’Everest e dice: “Chiamami da lì”».
Sorrentino fuori dal set.
«Ha presente quando in The Young Pope, Pio XIII spiega a una suora troppo espansiva che i rapporti formali sono quelli destinati a durare di più? Diciamo che in quel Pio XIII c’è tanto di Sorrentino. Lui, tra l’altro, è il miglior sceneggiatore in circolazione… La goliardia funerea, il senso di morte latente e giocoso. Dovendolo rapportare al mondo del teatro penso a Samuel Beckett: i personaggi che cercano di dare un senso alla vita quotidiana dopo un’esplosione atomica».
Lei come è finito nel cast sorrentiniano?
«Mi hanno chiamato. Poi ho fatto un provino in inglese a cui mi sono preparato con un coach: recitare in inglese è molto diverso dal recitare in italiano».
Da ragazzo ha frequentato qualche scuola di recitazione?
«No. Sono autodidatta. Sarei curioso di fare una conta di quanti hanno resistito tra quelli che si sono formati nelle Accademie e quelli cresciuti per strada».
Un nome tra quelli che sono cresciuti per strada.
«Tony Servillo».
Lei non ama le Accademie?
«Hanno un po’ la funzione delle aree di parcheggio. Gli attori ci entrano in attesa che succeda qualcosa. Ci stanno due o tre anni e poi ce ne impiegano dieci per cercare di dimenticare quel che hanno imparato».
Il suo primo spettacolo?
«La messa in scena del processo ai Nap…».
I Nuclei Armati Proletari, terroristi rossi anni Settanta.
«La mia compagnia si chiamava “Teatro dei resti” e il regista era un avvocato che faceva parte del collegio difensivo dei Nap».
Teatro militante. Ora di artisti engagé se ne vedono pochi.
«È passata l’idea che l’altro da te sia un ostacolo alla tua realizzazione. Non è un caso se oggi l’80% delle trasmissioni televisive prevede l’eliminazione di qualcuno: cantanti, attori… La regola è: ce la faccio a tue spese. Negli anni Settanta, invece, si pensava in gruppo. Dicevamo: “Mettiamo insieme i nostri limiti per farli diventare pregi”».
Lei era iscritto a qualche partito?
«Sono sempre stato dalle parti del Pci. Ha presente? “Non c’è vittoria, non c’è conquista senza un grande partito comunista”».
Dal teatro militante è approdato a Mediaset. Zanzibar
«La mia fortuna in quel periodo sono stati gli insuccessi».
Quali insuccessi?
«Il grande flop di Matrjoska. Mi ritrovai a essere una delle cinque cose che Berlusconi salvava di quella trasmissione. Divenni come Peter Sellers in Oltre il giardino».
Ha mai incontrato Berlusconi?
«Certo. Sono stato anche un paio di volte ad Arcore. La seconda, nel 1991, proprio nel giorno in cui la Mondadori venne assegnata definitivamente al Cavaliere. Quando arrivammo a parlare del mio futuro, Berlusconi mi tranquillizzò: “Fino a quando sarò vivo io lei lavorerà e non avrà problemi nelle nostre aziende”. Ecco, da quel momento non ho lavorato più in Fininvest».
Lei è stato tra i protagonisti di una quarantina di film. Qual è oggi il problema del cinema italiano?
«Il pubblico. Non esiste più. Quello a cui abbiamo fatto riferimento per tanti anni ora resta a casa con un enorme tv in salotto. Il divano non si batte. Gli americani, che sono sempre avanti, per riconquistare il pubblico del cinema hanno inventato le serie di qualità».
Lei è un telespettatore assiduo?
«Guardo la tivvù come quelli che vanno a pescare: getto l’amo e ogni tanto tiro su qualche cosa».
La serie italiana preferita? Gomorra?
«Sono un fan di Gomorra. E su questo in famiglia siamo spaccati. Mia moglie lo rifiuta ideologicamente. Dice che non è giusto che chi tra cinquant’anni vorrà avere uno spaccato di Napoli e si troverà tra le mani Gomorra, poi penserà che la città era quella roba lì. Io, invece, lo considero avvincente, anche nella recitazione. È come quando sei in un vicolo buio, improvvisamente qualcuno accende un faro, e si vedono centinaia di zoccole, di topi, che si muovono freneticamente… Da brividi».
A cena col nemico?
«Con il Pipita».
Gonzalo Higuaín, ex Napoli. Lei ha un gruppo di amici ristretto?
«No».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Non aver praticato di più la regia».
Ha un progetto di film abbandonato in qualche cassetto?
«Sì, la Rai l’ha bocciato. È la storia di una coppia che non riesce ad avere figli e dopo l’ultimo tentativo andato male ne rapisce uno per strada rubandolo a una giovane rom».
Lei ha figli?
«No. Ci abbiamo provato, ma abbiamo deciso di non farne un’ossessione. Anche perché l’idea di far figli in tarda età non mi piace».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Abbandonare il flauto, negli anni 80. Ho ripreso qualche anno fa».
La leggenda narra che lei formò un gruppo di attori/musicisti disoccupati chiamati Senza nulla pretendere e che un gruppo metal omonimo vi minacciò, per impedirvi di usare il loro nome.
«Vero. E il nostro maestro era Mario Raja, fratello di Anita Raja».
Anita Raja è, si dice, la scrittrice che si nasconde dietro lo pseudonimo-bestseller Elena Ferrante. È anche moglie di Starnone.
«Domenico è scappato in America per sfuggire alle polemiche».
Lei sarà nel cast dei film tratti dai libri di Ferrante?
«Non mi pare che ci sia un personaggio adatto. I maschi sono figure piccole e anche abbastanza sgradevoli».
Il film preferito?
«Ladri di biciclette di Vittorio De Sica».
La canzone?
«La cura di Franco Battiato».
Il libro?
«Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline».
Conosce i confini della Siria?
«Direi… Turchia e Iraq».
Il prezzo di un pacco di pasta?
«Dipende. Ammetto che in casa non faccio nulla. Non devo fare nulla perché quando mi muovo mia moglie si incazza».
Sa che cosa dice l’articolo 70 della Costituzione?
«No».
È quello che assegna la funzione legislativa al Parlamento. Che cosa voterà al Referendum del 4 dicembre?
«Propendo per il sì, perché non credo che tutti quelli del fronte del no si sapranno mai organizzare per proporre una nuova riforma credibile».

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