Robert Harris (Sette – novembre 2016)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera l’11 novembre 2016).
Con Fatherland ha immaginato un’Europa dominata dai nazisti vittoriosi durante la Seconda guerra mondiale. Con la trilogia di Cicerone ha catapultato i lettori tra le mura della Roma spietata di Giulio Cesare. Con Ghost ha ipotizzato malefatte (indicibili?) del governo britannico. Robert Harris, giornalista e scrittore, ha 59 anni e da circa trenta romanza storie e retroscena di potere. Ha venduto milioni di libri ed è stato tradotto in una ventina di lingue. Vive in una canonica ristrutturata nel Berkshire, in Inghilterra, a pochi chilometri dal castello di Windsor. Lo incontro nella sede della Mondadori, a Roma. È reduce da un pranzo in trattoria e ha un’espressione decisamente soddisfatta. Ha appena dato alle stampe il suo ultimo lavoro: Conclave. È la storia, molto politica, dell’elezione del prossimo Pontefice. Ed è sbarcata in libreria proprio mentre Sky cominciava a trasmettere The Young Pope, la fiction di Paolo Sorrentino in cui Jude Law interpreta un Pio XIII molto dark. Harris mi prega di non svelare il finale del suo catto-thriller: vi basti sapere che il Papa che viene fuori dal conclave harrisiano è più sorprendente e ambiguo di quello sorrentiniano. Chiedo: «Siamo in piena Papa-mania?». Replica: «Io non sono cattolico, ma il Santo Padre è una figura planetaria, il punto di incontro tra Dio e l’umanità. E il conclave è un rito costruito in modo molto spettacolare che contiene elementi essenziali della politica». In Conclave c’è la lotta tra il cardinale conservatore e quello progressista, c’è l’Isis e c’è l’annosa querelle sull’assenza di potere femminile nella Chiesa. Dice: «Nel Regno Unito c’è un primo ministro donna, in Germania c’è una cancelliera… Più andiamo avanti e più la Chiesa cattolica sembrerà un’anomalia. Al momento, però, mi pare che la questione del ruolo delle donne non sia all’ordine del giorno. È un tema politicamente morto, malgrado non lo sia nella testa dei fedeli».
Lei ha applicato la sua fantasia di romanziere al Terzo Reich. Poi alla Roma Antica. Ora al Vaticano.
«Ho seguito il conclave del 2005 e quello del 2013. Le immagini dei cardinali riuniti, i loro volti, mi hanno fatto pensare al Senato romano di epoca ciceroniana. Ho cominciato a documentarmi».
Come?
«Leggendo gli appunti anonimi di un cardinale, pubblicati su Limes, relativi all’elezione di Joseph Ratzinger: il primo voto favorevole al fronte conservatore, le riunioni successive nella residenza di Santa Marta con i cardinali che si accordano e tramano strategie, il passaggio di voti tra progressisti… Uno scontro tra grandi personalità. Terminata la lettura ho pensato: il romanzo c’è».
Ha avuto qualche fonte diretta? Ha parlato con molti cardinali?
«Con uno. Mi ha solo facilitato l’accesso a documenti già pubblici. Il resto è immaginazione. E una curiosità che ho sin da quando ero bambino per le grandi storie di potere».
Lei quando ha cominciato a scrivere?
«A circa otto o nove anni. La prima cosa che ho comprato con soldi miei è stata una macchina da scrivere. Sono stato capo redattore del giornalino scolastico. E da sempre amo mischiare i fatti con la fantasia».
Per molti anni è stato anche giornalista della Bbc e dell’Observer.
«Questo mi ha aiutato quando sono diventato romanziere: la capacità di ricerca e di trovare rapidamente informazioni, la curiosità… ».
Da giornalista si occupava di politica.
«L’essere umano nell’esercizio della sua autorità è di sicuro il tema che mi appassiona di più. Sento un’affinità. E anche quando ero cronista cercavo di immedesimarmi e di osservare il mondo con gli occhi del politico. Non lo consideravo un nemico come fa la maggior parte dei giornalisti».
Il politico ideale?
«Mi piace Barack Obama, un uomo integro. Ho apprezzato molto anche Roy Jenkins, del partito laburista inglese. Era un amico, colto, aveva tutte le qualità che deve avere un politico».
Lei quando scrive? Ha dei riti legati alla scrittura?
«Scrivo di mattina. Cerco di buttare giù circa 1.000 parole. Mi fermo a ora di pranzo. La prima cosa che faccio il giorno successivo è rileggere e controllare quel che ho scritto il giorno prima».
Quanto ci mette a scrivere un romanzo?
«All’inizio mi ci volevano circa tre anni. Ora mi servono sei mesi per le ricerche e sei mesi per la stesura».
Lei è molto attivo su Twitter.
«Un amico mi ha suggerito di cominciare. Mio figlio mi ha installato l’applicazione sul telefono e così ho scoperto il piacere di concentrare un’opinione in centoquaranta caratteri».
Ecco uno dei suoi ultimi tweet. L’hashtag è Brexit: «Subito dopo la collisione con l’iceberg le luci continuano a brillare e i drink vengono serviti. Ma sotto, nella stiva, gli esperti fanno i conti».
«Mi piace provocare e irritare. Soprattutto i miei connazionali che hanno votato per uscire dall’Europa».
La Brexit…
«Il Paese si è spaccato in due. Ma d’altronde tutti i Paesi oggi sembrano spaccati in due».
Lo è anche l’Italia che si appresta a votare il referendum sulla riforma costituzionale.
«Per quanto riguarda il Regno Unito…Siamo stati vittime di una specie di delirio nazionale e siamo improvvisamente tornati al mito fondante dell’isola che sta in piedi da sola. Roba anni Quaranta. La cosa che mi dispiace davvero, al di là del fatto che ci sarà un po’ di impoverimento, è il cambio di prospettiva rispetto al mondo: eravamo aperti, ci muoviamo verso l’isolamento. Diventeremo come Singapore, ma senza il beneficio del clima».
Lei ha un clan di amici?
«Ne ho di antichi, dei tempi dell’università. Alcuni di quando ero giornalista, non molti tra i romanzieri, a parte mio cognato».
Suo cognato, il marito di sua sorella, è Nick Hornby, autore di Febbre a 90. A Natale fate a gara a chi vende più libri?
«No, no. Tra l’altro lui ora scrive soprattutto sceneggiature. Ha ricevuto due nomination agli Oscar».
Anche lei scrive sceneggiature.
«Ne ho scritta recentemente una per la Twenty Century Fox sul mondo della finanza. E ne ho realizzate tre per Roman Polanski. Ma ammetto che preferisco essere padrone di me stesso e pubblicare romanzi».
Lei aveva scritto la sceneggiatura di Pompei, affidata alla regia di Polanski. La leggenda narra che le riprese del film non siano mai partite anche a causa di uno sciopero degli attori.
«Non è una leggenda. Si è bloccato tutto. Con The Ghost Writer è andata meglio…».
Il film The Ghost Writer e il suo romanzo The Ghost… non teneri con il governo inglese.
«Non credo che il premier a cui era ispirata la storia…».
…Tony Blair…
«… fosse felicissimo quando è uscito».
Polanski potrebbe essere il regista del film tratto da Conclave?
«È un po’ presto per dirlo. I diritti per trasformare il libro in pellicola sono appena stati venduti».
Lei ha lavorato molto con Polanski. Che cosa pensa della sua vicenda giudiziaria negli Stati Uniti e dell’accusa di violenza sessuale che lo riguarda?
«Persino la ragazza interessata e il procuratore che lo ha perseguito pensano che il caso andrebbe fatto cadere».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Cominciare la stesura di Fatherland. Da quel giorno non ho mai smesso di scrivere romanzi».
L’errore più grande che ha fatto?
«Non aver scritto più libri tra i miei 30 e 40 anni».
Che cosa guarda in tv?
«Vivo in campagna. Trascorro spesso lunghe e buie serate invernali davanti alla tv. Guardo serie scandinave e americane: The Sopranos, The West Wing, The Wire…».
Il film preferito?
«Il secondo episodio del Padrino, e Chinatown di Polanski».
Il libro?
«1984 di Orwell. È un modello per come ha trasformato con l’immaginazione un pensiero politico. L’impatto che ha avuto questo volume sul mondo è ammirevole».
La canzone?
«Sono nato negli anni in cui i Beatles hanno cominciato a suonare. Non credo che ci sia un inglese della mia generazione che possa sfuggire all’influenza beatlesiana».
Conosce i confini della Siria?
«So collocare la Siria su una mappa. Ma credo che i confini siano decisamente in evoluzione».

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