Piera Ventre (Sette – settembre 2016)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 30 settembre 2016).
Arriva il gatto Tito e si piazza su una sedia. Ciro, l’altro felino di casa, è spalmato sul divano. L’intervista si svolge in cucina. Piera Ventre rolla una sigaretta e tiene d’occhio la caffettiera. Sul braccio ha tatuato un piccolo serpente che si morde la coda. Dice: «È l’uroboro. Tutto finisce e tutto ricomincia». La casa è piena di gufi e gufetti. Renzi non si dispiaccia. Spiega: «È il mio animale guida». Ventre vive a Livorno con suo marito Filippo, macchinista di Trenitalia, ma è nata e cresciuta a Napoli. Fa la logopedista nelle scuole toscane e ha appena dato alle stampe Palazzokimbo (Neri Pozza): vita di un rione partenopeo anni Settanta attraverso gli occhi di una bambina, Stella. Le parole sono “croccanti come le caramelle Rossana”, la tv a colori si affaccia in casa con gli occhi verdi di Sandokan. I bambini usano i loro pupazzetti per giocare a “poliziotti e terroristi”.
Ventre mi racconta che è appena stata nella sua città Natale, dove mancava da cinque anni, ed è rimasta sorpresa dalla quantità di turisti: «È una città che ti avvolge e ti travolge». Obietto: «È la città di Gomorra». Replica: «Alcuni miei amici ogni tanto mi chiedono se ci possono andare con i bambini. Come se ci fosse il rischio che qualcuno se li mangi. In realtà Napoli è doppia: ha un turbamento che si respira, ma allo stesso tempo è piena di persone gentilissime. Qualche giorno fa, per strada, ho visto due signori anziani che coccolavano alcuni turisti. Sembravano volerli rassicurare sul fatto che non fossero finiti all’Inferno».
La Napoli di Palazzokimbo è una Napoli operaia e comunitaria. Il palazzo è una famiglia. Ci sono gesti perduti. Un esempio: la giovane protagonista, malgrado l’incessante allarme per il colera, concede un morso della sua Girella a un’anziana coinquilina trasandata, Zazà. Quando cito a Ventre questa scena sorride: «È un momento di comunanza. Un battesimo della saliva. Un simbolo di condivisione concreta». Finiamo per parlare del fatto che oggi, nell’Italia del 2016, la condivisione riguarda più l’invio di proprie immagini osé a qualche sconosciuto in Rete. Ventre, che non ha figli ma come assistente alla comunicazione vive in mezzo ai minori, è abbastanza preoccupata: «I ragazzi spesso sembrano vivere in un universo parallelo. E le istituzioni scolastiche un po’ arrancano. C’è un’intera generazione che ha perso contatto con la natura reale dell’essere umano. Penso a Tiziana Cantone, la donna che si è uccisa a causa della diffusione dei video con le proprie performance sessuali e del dileggio che ne seguì. Una vittima sacrificale. Gli esseri umani perdono corpo e diventano semplici immagini. Spesso da demolire».
Si pensa troppo poco alle conseguenze della demolizione mediatica?
«Esatto. Se sei un’immaginetta da social network, io che ti insulto non penso alla tua reazione e al tuo dolore».
Tu frequenti i social network?
«Non sono su Facebook. Ho aperto il profilo Twitter ma lo uso poco. Con tutta questa gente che parla, io sto zitta. In Palazzokimbo c’è l’idea di una socialità che arricchisce e che si sta un po’ perdendo. Io dopo quattro scambi su Whatsapp mi spazientisco e chiamo: ho bisogno di sentire la voce. Non amo le faccine e nemmeno gli equivoci da chat».
Gli equivoci?
«Ogni tanto qualcuno si offende perché metto il punto alla fine di una frase. Dicono che sono perentoria. Invece è solo grammatica».
Così sembri rimpiangere i bei vecchi tempi dei telefoni a gettone.
«Ma no. La tecnologia è fondamentale. Mi dispiace solo se i ragazzi, ipnotizzati dai loro piccoli schermi portatili, cominciano a perdere il senso del mondo che li circonda. Non condanno il fenomeno, ma è un dato di fatto che l’attenzione dei giovani sia diventata prettamente visiva e che la capacità di concentrazione sia crollata. Si stanno perdendo delle competenze. E, certo, se ne stanno acquistando altre».
Da quando lavori con i ragazzi?
«Da circa diciassette anni. Ho a che fare soprattutto con giovani sordi. Vado avanti con contratti di collaborazione che si rinnovano di anno in anno con le amministrazioni locali».
È ora che ti mettano in regola.
«Posso fare una previsione: non sarò mai assunta».
In Palazzokimbo emerge una specie di orgoglio del lavoro, un’esaltazione operaia.
«Entrambi i miei genitori lavoravano in fabbrica. Mio padre in vetreria, mia madre tra le vernici».
Scrivi: «La fabbrica li contrassegnava col suo tossico, faceva sì che, assieme al pane, portassero a domicilio anche una perturbazione, un sedimento infido che si depositava sulle cose pronto a innescare un guasto sotterraneo e incalcolabile».
«Ho conosciuto molti operai morti di mesotelioma, perché respiravano amianto. Mio padre ha un enfisema sotto controllo, ma insomma… Gli interessi degli industriali passano un po’ troppo spesso sopra la pelle dei lavoratori e delle loro famiglie. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro?».
Lo dice la Costituzione.
«E allora tuteli i lavoratori e le loro famiglie. La negligenza che causa morti sul lavoro la inserirei tra i peccati capitali».
La narrativa non è il tuo lavoro principale. Quando hai cominciato a scrivere?
«Quando avevo circa 8 anni».
Storielle e racconti?
«Un diario. Ne ho compilati decine. Li conservo ancora tutti».
Una pagina al giorno?
«È più un diario emotivo. E lo scrivo ancora, a penna. Nel 2005, poi, ho aperto un blog Nec tecum, nec sine te. Non ero una celebrità del web, ma ero abbastanza seguita. Erano tempi in cui esordivano on line con i loro blog anche Simona Vinci (con “intuttisensi”), Francesco Pecoraro (con “Tashego”), Gianni Solla con “Hotel Messico”…».
La tua prima pubblicazione?
«Cominciai a partecipare ai concorsi letterari. E una piccola casa editrice livornese, la Erasmo, mandò in libreria una mia raccolta di racconti: Alisei. Una parte era composta da storie americane».
Sei stata spesso negli Stati Uniti?
«No, mai. Ho fatto molte ricerche. Sono venuti anche abbastanza bene. In seguito ho fatto un tentativo di pubblicare una specie di romanzo, ma è andata piuttosto male».
Palazzokimbo?
«Viene da molto lontano».
Ci hai messo tanto a scriverlo?
«Ho cominciato una quindicina di anni fa. Pian piano le pagine si sono accumulate. Nel 2011 ho deciso di farci i conti e gli ho dato la forma di romanzo. Poi l’ho lasciato lì, a sedimentare per conto suo in un cassetto. A un certo punto l’ho sentito che scalpitava, come le bestie evocate magicamente del film Jumanji. Stavo per mandarlo al concorso di Neri Pozza già nel 2013, ma ho deciso di aspettare. Ci ho provato nel 2015. Quando mi hanno chiamato per dirmi che ero stata indicata come una dei dodici finalisti scelti tra millequattrocento candidati, mi sono pietrificata nel corridoio di casa».
Il Corriere del Mezzogiorno ha scritto che Palazzokimbo assomiglia molto ai libri di Elena Ferrante.
«Ho letto l’articolo, ma non ho mai letto Elena Ferrante».
Scherzi?
«Vogliamo dire che Elena Ferrante sono io? Così creiamo un caso nel caso. Scherzi a parte: ho le prove che il mio libro vive da quindici anni».
In quindici anni la scrittura non si evolve?
«Non la mia. Io ho una voce, una scrittura, uno stile, molto precisi. Me li porto dietro dai tempi della Maturità: lì mi salvai proprio grazie al tema di italiano».
Quando scrivi?
«Quando capita».
Non hai un rito come Alberto Moravia? Alla scrivania dalle 8 a mezzogiorno…
«No, mi capita di scrivere anche solo per un quarto d’ora. E magari viene fuori una riga fondamentale. Oltre al diario, prendo spesso appunti su dei quadernucci».
Che studi hai fatto?
«Istituto Professionale, a Napoli. Poi mi sono iscritta a Lettere e dopo poco mi sono trasferita a Scienze Politiche. Contemporaneamente facevo la segretaria in una ditta di termo idraulica. Mi stavano per mettere in regola, ma ho deciso di seguire mio marito Filippo, a Livorno. A quel punto ho cominciato a frequentare Logopedia, a Pisa».
A cena col nemico?
«Mi vergogno un po’ ma… Silvio Berlusconi. L’ho odiato talmente tanto».
Hai un clan di amici?
«Sono una donna fortunata. Ne ho davvero tanti. Cito Mario, che fa l’erborista, perché ogni volta che torno a Napoli mi regala del pane».
Qual è l’errore più grande che hai fatto?
«Degli errori fatti me ne sono fatta una ragione».
Il film preferito?
«Il cacciatore. È un film generazionale. Amo anche Il grande freddo e quell’atmosfera al limite tra rimpianto e nostalgia».
La canzone?
«Bene di Francesco De Gregori».
Il libro?
«La raccolta di racconti In sonno e in veglia di Anna Maria Ortese».
Il volume che daresti in mano a un adolescente per farlo appassionare alla letteratura?
«It di Stephen King. È un romanzo dickensiano».
Che cosa guardi in tv?
«Gli approfondimenti e Un posto al sole, che è un piccolo cordone ombelicale con la mia Napoli».
Palazzokimbo potrebbe diventare un film o una serie tv?
«Mi divertirebbe molto. Per interpretare Stella, la bambina protagonista, ci vorrebbe una lunga selezione. Per gli adulti… Il padre di Stella potrebbe essere interpretato da Luigi Lo Cascio, la madre da Luisa Ranieri. E Zazà, l’inquilina un po’ strega, da Piera degli Esposti».
Sai quanto costa un pacco di pasta?
«No, anche se faccio la spesa tutti i giorni. Da sei/sette mesi ho levato la carne dalla mia dieta. Non riesco più a masticare un mammifero».
Conosci i confini della Siria?
«No».
Giordania, Libano, Israele… L’articolo 12 della Costituzione?
«Ehm…».
È quello che descrive la bandiera dell’Italia. Il Tricolore ti emoziona?
«Posso essere sincera? Non tanto».

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