Una storiella della Prima Repubblica – Pci

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(articoli pubblicati su Sette – Corriere della Sera nel settembre 2016).

Una volta c’era anche il Pci. Il Pci partito dei lavoratori e della disciplina. Dei diritti e delle epurazioni. Dei riti collettivi e del centralismo democratico. Delle salsicce e dei rubli. Il Pci doppio, fedele al soviet di Mosca, ma con radici profonde nel Parlamento di Roma. Dell’utopia e del realismo. Il Pci escluso dal fattore K. Di lotta in piazza e di governo solidale. Il Pci di Giorgio Gaber, Qualcuno era comunista: «Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro/Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio». Il Pci dei canti: «Evviva il comunismo e la libertà», «Una mattina mi son svegliato»…Il Pci del dibattito postumo (no, il dibattito no!) su che cosa sia stato il Pci. Quando Giuliano Ferrara lasciò il Pci scrisse Ai comunisti. Lettere da un traditore. Pagine feroci: «Abbiamo creduto con forza talvolta primitiva, come soltanto ai peccatori e ai cattivi è concesso, e tanto più abbiamo ansimato, arrancato appresso alle bandiere, quanto più assurdo e misterioso ci è parso il significato dei nostri simboli, delle nostre litanie. Falci, martelli, stelle, incudini, alti forni, silos, capannoni e catene di montaggio, cuspidi e iconostasi di rito greco, mausolei e reliquie, fiori rossi fioriti in petto, baschi e distintivi: vale tre soldi il trovarobato della nostra antica devozione. E noi siamo i primi a saperlo». Gli rispose Emanuele Macaluso, in 50 anni nel Pci sostenendo che nelle lettere di Ferrara c’era un pezzo di verità, ma non la verità: «Il Pci fece politica, azione sociale concreta e la fecero anche i suoi funzionari. Chi con intelligenza, ironia e rigore, chi con stupidità, settarismo e pignoleria, chi con religiosità e chi più laicamente. A volte quel partito seppe spingere avanti la ruota della storia e lo sviluppo del Paese, a volte li frenò, ma fu parte di una vicenda nazionale, non di una chiesa separata con un Dio chiamato Comunismo». Macaluso, che è stato leader sindacale nella Cgil di Giuseppe Di Vittorio, dirigente nelle segreterie politiche di Palmiro Togliatti, di Luigi Longo e di Enrico Berlinguer, nonché direttore dell’Unità, sarà la nostra guida nella galassia porpora del comunismo italiano.

Il potere di Mosca. È il 21 gennaio del 1921. Si è appena concluso il cosiddetto Biennio Rosso, un periodo di agitazioni operaie e contadine che ha portato all’occupazione di fabbriche e terre. Al teatro Goldoni di Livorno è in corso il XVII congresso del Partito socialista italiano. La maggioranza dei delegati respinge la parte dei 21 punti fissati dall’Internazionale comunista che riguarda l’espulsione dei riformisti dal partito. La componente comunista, allora, lascia la sala cantando l’Internazionale e si trasferisce al teatro San Marco. Nasce il Partito Comunista d’Italia. Macaluso spiega: «C’erano quelli del gruppo torinese della rivista L’Ordine Nuovo: Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini, Angelo Tasca… E quelli riuniti intorno a Soviet, il giornale napoletano di Amedeo Bordiga. La loro cometa era la Rivoluzione d’Ottobre. Era Mosca». Gramsci, prima ancora che i bolscevichi prendessero il potere nella Russia zarista, aveva scritto sul periodico dei giovani socialisti, Città futura, una sorta di appello alla ribellione: «Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è vigliaccheria, non è vita».
Dopo il 1922, con la Marcia su Roma e con l’avanzata politica di Benito Mussolini, molti dirigenti cominciano a trasferirsi nelle capitali europee. «I fascisti distrussero la redazione romana di Il comunista, dove c’era anche Togliatti. E dopo il delitto Matteotti cominciarono gli arresti e le soppressioni dei giornali non allineati». Il terzo congresso del partito si svolge a Lione, nel gennaio del 1926: la sinistra di Bordiga viene messa in minoranza e Gramsci, che è parlamentare e che nel frattempo ha fondato L’Unità, diventa segretario. Alla fine dello stesso anno però viene arrestato.
Mosca in quel momento è una casa e un rifugio per molti comunisti italiani. Luigi Longo, che è responsabile dell’ufficio esterno del partito, trascorre in Russia molti mesi. Togliatti è lì come capo delegazione del PCdI presso l’Internazionale Comunista. Con gli anni Trenta comincia un periodo in cui questa comunità italo-moscovita, che alloggia all’Hotel Lux, non vive tranquilla. La Nkvd, la feroce polizia politica, arriva di notte e preleva chi viene sospettato di tradimento. Togliatti, che dopo l’imprigionamento di Gramsci guida il Partito (e diventa “Il Migliore”) vive in questo clima. «Anche lui – racconta Macaluso – venne sospettato. Paolo Robotti, che era suo cognato, venne arrestato e torturato, gli ruppero la schiena e fu costretto per anni a portare un busto di ferro». Sono anni in cui, in Italia, il PCdI fa proseliti anche nella borghesia intellettuale. Giorgio Amendola racconterà in Una scelta di vita, che se volevi lottare e ribellarti al fascismo, dovevi aderire al PCdI, proprio perché aveva una forte organizzazione e l’Unione Sovietica alle spalle. «Io stesso aderii al partito nel 1941 per queste ragioni», spiega Macaluso. «Sono cresciuto in un quartiere popolare. E durante tutta la mia infanzia, a Caltanissetta, ho visto persone vivere in condizioni disumane. A 17 anni, mentre ero ricoverato in un sanatorio a causa di una tubercolosi, mi venne a trovare l’amico Gino Giannone, che stava per partire militare. Mi disse che per combattere il fascismo avrei dovuto aderire alla cellula comunista della città. Prima di congedarsi mi diede l’indirizzo di casa di Calogero Boccadutri, operaio e leader del partito clandestino. Sia Leonardo Sciascia sia Elio Vittorini hanno scritto pagine memorabili su Boccadutri». Durante l’estate del 1943 gli Alleati liberano la Sicilia. «Cominciai a occuparmi dell’organizzazione del sindacato», ricorda Macaluso. «Bisogna tener conto che gli americani quando sbarcarono si appoggiarono ai tre poteri siciliani: l’aristocrazia, la Chiesa e la mafia. A Villalba venne nominato sindaco il mafioso Calogero Vizzini, don Calò».
Mentre in Sicilia, in questi anni, la pratica comunista è soprattutto social-sindacale, a Roma e nel Nord Italia è armata e partigiana. Tutti quelli che sono o diventeranno big del partito aderiscono alle Brigate Garibaldi: Luigi Longo è responsabile militare e Pietro Secchia commissario politico. Giorgio Amendola, che a Roma fa parte dei Gruppi di azione patriottica (GAP), organizza l’attentato di via Rasella.

Stragi e dibattiti. Nell’aprile del 1944 Togliatti torna in Italia e mette in atto la celebre Svolta di Salerno: il Pci apre alla formazione di un governo di unità nazionale di cui fanno parte tutti i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale. «Il comunista Fausto Gullo fu nominato ministro dell’Agricoltura», dice Macaluso. «Firmò subito i decreti per l’assegnazione delle terre incolte e per una più equa ripartizione dei prodotti tra proprietari e mezzadri. In Sicilia si aprirono lotte spaventose. Nel settembre del 1944 accompagnai Girolamo Li Causi, alto dirigente del Pci che si era fatto quindici anni tra carcere e confino fascista, a un comizio a Villalba. Quando Li Causi denunciò i feudi e lo sfruttamento da parte dei gabellotti, don Calò fece partire i suoi uomini: volarono pistolettate e bombe a mano. Li Causi, colpito da un proiettile a un ginocchio, restò claudicante tutta la vita».
Dopo la Liberazione del 1945, molti comunisti italiani vogliono continuare a combattere, ma il Migliore stoppa qualsiasi velleità rivoluzionaria. Spiega Macaluso: «Togliatti lavorò per cancellare l’idea del Pci “orco rosso” che la Chiesa e il Fascismo avevano consegnato al Paese. Da ministro della Giustizia concesse l’amnistia agli ex fascisti e partecipò in prima persona alla Commissione dei Settantacinque che scrisse la Costituente. De Mita, nel suo racconto sulla Dc fatto con Sette, ha detto che il Pci era per il monocameralismo perché il progetto costituzionale comunista era di ispirazione sovietica. Sono sciocchezze! Chi ha letto gli atti della Costituente sa che il progetto del Pci era la democrazia parlamentare. Togliatti nel primo discorso che fece a Napoli disse “Non faremo come la Russia”. La verità è che il Pci era per il monocameralismo, mentre una parte della Dc e della destra proposero un Senato corporativo. Per evitare questo obbrobrio i comunisti accettarono il bicameralismo perfetto. Sul tema c’è una bellissima dichiarazione di voto di Antonio Giolitti».
Nasce il Partito Nuovo togliattiano. Nel settembre del 1946, a Reggio Emilia, Togliatti pronuncia un discorso durissimo: dice che il “partigianesimo” è finito e che bisogna deporre le armi. «La vulgata vuole che tra quelli che spingevano per proseguire la lotta di liberazione ci fosse Pietro Secchia – spiega Macaluso – In realtà Secchia sapeva benissimo che in Italia il Pci non avrebbe potuto prendere il potere con le armi. Detto ciò riteneva che le lotte sociali e sindacali andassero combattute fino allo spasmo e considerava la lotta parlamentare un semplice supporto. Togliatti invertiva questo rapporto. Quando la Dc nella primavera del 1947 mise il Pci fuori dal governo, Palmiro dichiarò che il lavoro della Costituente doveva proseguire. Era una priorità. E per questo venne criticato dal Cominform guidato da Mosca».
Mosca, occhiuta, sorveglia il Migliore? «Nel gennaio 1948», ricorda Macaluso, «dopo che il congresso di Milano aveva confermato Togliatti segretario e Longo suo vice, avvenne una cosa strana. Ero nella stanza di Di Vittorio con Renato Bitossi, altro leader della Cgil. Di Vittorio chiese a Bitossi se anche a lui fosse arrivata la comunicazione che si doveva aggiungere anche Secchia come vice-segretario. Un’anomala nomina post congressuale, che secondo me venne suggerita da Mosca. Stalin, poi, cercò di togliere Togliatti dal partito italiano proponendogli la guida del Cominform. Lo fece mentre Togliatti era a riposo, proprio a Mosca, in seguito a un incidente automobilistico. La direzione del Pci votò a favore di quella decisione e quando Togliatti lo venne a sapere si incazzò sia con Longo sia con Secchia. Poi parlò con Stalin e declinò l’incarico. Stalin, un po’ sprezzante, commentò: “Il compagno Togliatti è amante del costituzionalismo”». Allo stesso tempo, però, il compagno Togliatti e la classe dirigente del Pci continuano a custodire storture e nefandezze dei regimi sovietici. Ai militanti non vengono raccontate né le purghe, né le stragi, come quella commessa dalla Nkvd a Katyn, nel 1940, durante la quale vengono sterminati migliaia di ufficiali dell’esercito polacco.
Il 18 aprile 1948 il Pci si presenta alle elezioni insieme con il Psi di Pietro Nenni, nel Fronte Popolare. Il simbolo è il faccione di Garibaldi. La Dc prepara manifesti in cui dietro alla barba democratica dell’eroe dei Due Mondi si nascondono i baffoni tirannici di Stalin. Giovannino Guareschi conia il termine “trinariciuti” per descrivere quei comunisti che hanno una terza narice da cui entrano le direttive sovietiche ed escono gli ordini per i militanti. I comunisti e i socialisti vengono sconfitti. «Avevo 24 anni e già da qualche mese ero a capo della Cgil siciliana», ricorda Macaluso. «Dopo le vittorie contadine del 1946 e il voto regionale del 1947, durante il quale il Pci e il Psi si erano affermati, ci fu la strage di Portella della Ginestra. Sono convinto che il bandito Giuliano fosse mosso da chi voleva bloccare la nostra avanzata sociale ed elettorale. Nel 1948 ebbi il primo incontro con Togliatti. Era in corso l’occupazione dei cantieri navali di Palermo. Quaranta giorni di lotte con i bottegai della città che facevano credito agli operai. Io ero stato denunciato dal direttore del cantiere (padre del disegnatore Vincino) per aver scavalcato i cancelli. Venni convocato a Roma. Togliatti mi disse: “Se dopo la sconfitta elettorale alle Politiche ce ne fosse anche una sindacale a Palermo, la cosa si metterebbe male. Sei sicuro di non esserti infilato in un cul de sac?” Lo rassicurai. Da quel momento il rapporto divenne solido».

Il culto di Stalin. Tra il 1948 e il 1951 vengono pubblicati I quaderni dal carcere di Gramsci e diventano presto il granitico arco di volta della cultura comunista italiana. Nel 1953 la Dc forza la mano. Approva con voto di fiducia una legge elettorale che prevede il 65% dei seggi alla coalizione che prende il 50% dei voti più uno. Viene ribattezzata la Legge Truffa. Il Pci entra in trincea. Il clima di quelle elezioni lo ha raccontato Italo Calvino in La giornata di uno scrutatore. «Mentre si discuteva la legge – racconta Macaluso – il nostro Mauro Scoccimarro andò da Andreotti per suggerirgli di abbassare il premio di maggioranza. Ma lui gli spiegò che De Gasperi non avrebbe accettato: volevano avere le mani libere per cambiare la Costituzione». La Dc manca l’obiettivo per pochi decimali.
Dopo qualche mese il Pci vive un travolgente lutto collettivo: muore Stalin, il Piccolo Padre. L’occhiello al titolo dell’Unità rende l’idea di che cosa rappresentasse il decesso per i comunisti italiani: «Gloria eterna all’uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell’umanità». Possibile? Di Stalin nel 1953 già si sapeva molto: la gestione tirannica del partito, le epurazioni, gli omicidi di massa. «Il mito di Stalin è un elemento fondante per il Pci», spiega Macaluso. «Per due motivi: i comunisti italiani nascono e crescono con la Rivoluzione d’Ottobre, molti si formano a Mosca e il legame con la russia sovietica è profondissimo. Poi c’è la ragione principale: la via italiana al socialismo non può essere rivoluzionaria, si deve arrivare alla meta attraverso un lungo processo di riforme. E allora l’idea che esistessero luoghi tecnologicamente all’avanguardia, con un’industria potente dove non ci fosse il capitalismo, indeboliva il capitalismo stesso. Certo, in Unione Sovietica c’era una dittatura, ma era più importante che non ci fosse il capitalismo. Per capire quanto il mito di Stalin fosse radicato in ogni singolo militante, basta leggere la lettera che Italo Calvino scrisse nel 1958 a Leonardo Sciascia dopo che lo scrittore di Racalmuto gli aveva inviato la bozza di La morte di Stalin. Nel racconto il leader sovietico compare in sogno al ciabattino Calogero Schirò, parlando in dialetto. «“La caricatura – scrive Calvino – pare anche a me la via più naturale per esprimere queste cose, finché la faccio io, e so di pagarla di persona; quando è fatta da altri, non so valutarla oggettivamente, mi ci sento coinvolto”. In pratica Calvino, nonostante in quel momento abbia già lasciato il Pci in polemica con l’invasione sovietica dell’Ungheria, fa capire a Sciascia che quell’ironia sul mito di Stalin lo ferisce».

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Il Partito Comunista d’Italia nato sotto il faro della Rivoluzione d’Ottobre. Il grosso della sua classe dirigente cresciuta all’ombra dei palazzi moscoviti. Il galleggiamento togliattiano tra la fedeltà all’Internazionale rossa e la costruzione dell’Italia repubblicana. Eravamo rimasti qui. Con Emanuele Macaluso a farci da guida e il Pci scosso dalla morte di Stalin e in procinto di vivere un annus horribilis: il 1956. In febbraio il XX congresso del Pcus, con il rapporto di Nikita Khrušcev, prende a martellate il mito staliniano. In novembre l’invasione dell’Ungheria da parte delle truppe sovietiche provoca una ferita indelebile nel corpaccione del Pci.
Quando i carri armati cominciano a sfilare per le vie di Budapest per strangolare l’afflato pluralista degli ungheresi, in Italia il Pci si schiera. Pietro Ingrao firma un editoriale su l’Unità dal titolo manicheo: «Da una parte della barricata, a difesa del socialismo». Gli studenti e i militanti che si ribellano alla morsa sovietica vengono definiti «sediziosi controrivoluzionari». Il monolite della dottrina comunista però non regge compatto e si crepa. Viene stilato un documento da parte di 101 intellettuali e politici, che critica la linea e cerca di aprire una riflessione sul rapporto del partito con Mosca. Antonio Giolitti non firma il documento perché è parlamentare, ma l’anno successivo approda nel Psi. Anche Italo Calvino, pur non rinnegando la militanza, abbandona il Pci e lo fa scrivendo sulla rivista Città Aperta un apologo feroce, La grande bonaccia delle Antille, in cui il Capitano (Togliatti) di una nave corsara (il Pci) pur di seguire le regole dell’ammiraglio Drake (il partito di Mosca) si auto-condanna all’immobilismo. Gli risponde Maurizio Ferrara, penna raffinata del partito, con un contro-apologo pubblicato su Rinascita: La grande caccia delle Antille, che vede la vittoria del Vecchio (Togliatti) contro i gabbieri e i comandanti rivoltosi della nave. Luca Telese nel volume Qualcuno era comunista ha riportato le parole ustionanti che lo stesso Togliatti dedica nel 1957 a Calvino: «Il letterato che ieri si rifiutava di scrivere qualche cosa che significasse un suo impegno politico a sostegno delle nobili battaglie che il partito conduceva, appena uscito dal partito ha scritto la novelletta per buttar fango, agli ordini dei giornali della borghesia, sopra il partito e i suoi dirigenti, per accrescere la confusione, la sfiducia e il disfattismo». Confusione. Sfiducia. Disfattismo. Macaluso spiega: «Nel 1956 il Pci non poteva rompere con l’Unione Sovietica. A parte Berlinguer, leader dei giovani, tutti i membri della direzione erano legati a quella storia. Mosca aveva garantito assistenza ai dirigenti durante la clandestinità e aveva mantenuto l’apparato. Non dico che il Pci non avrebbe avuto una sua vita senza l’Urss, ma di sicuro non avrebbe avuto la stessa vita. Detto ciò, credo che l’errore più grande di Togliatti fu la durezza con cui si scagliò contro Giuseppe Di Vittorio e la sconfessione del comunicato con cui il leader della Cgil criticava l’intervento sovietico. In quell’occasione Palmiro avrebbe dovuto tollerare una posizione che puntava principalmente a non spaccare al suo interno un sindacato di cui facevano parte sia i comunisti sia i socialisti».

Pressioni personali. Alle elezioni politiche del 1958 il Pci ottiene il 22,68% dei voti. La Dc il 42,35%. Nello stesso anno Macaluso, allora segretario del Pci siciliano, cerca di alimentare l’insofferenza di una parte della Dc contro il fanfanismo e partecipa alla regia dell’“operazione Milazzo”: la convergenza più o meno esplicita di una parte della sinistra e di una parte della destra sul nome del dissidente democristiano Silvio Milazzo come Presidente della Regione Sicilia. «Fu una grande fiammata autonomistica. Ci fu la ribellione della borghesia siciliana al potere centrale della Confindustria. Molti anni dopo in Transatlantico mi si avvicinò il generale Giovanni De Lorenzo e mi disse che dietro la successiva crisi del governo Milazzo c’erano i servizi segreti. Io pagai personalmente la durezza di quella battaglia politica. Nel 1944 ero stato arrestato, insieme con la mia compagna Michelina Di Maria, per adulterio. Stavamo insieme, ma lei era sposata e non esisteva ancora il divorzio. Nel 1950 avemmo due gemelli. I miei avvocati dissero che se volevo dargli il mio cognome avrei dovuto registrarli come “figli di Emanuele Macaluso e di donna che non vuole essere nominata”. Beh, tra il 1959 e il 1960, quando ero già entrato nella Direzione del Pci ed eravamo nel pieno della crisi politica siciliana, i servizi segreti e i carabinieri avviarono un’indagine sulla nascita dei miei bambini: interrogarono il nostro vecchio portiere, andarono nella parrocchia dove mia madre li aveva fatti battezzare e, sulla base delle testimonianze raccolte, mi denunciarono per falsificazione di atti di nascita. Pena prevista: 11 anni di carcere. Il magistrato mi spiegò che sebbene la mia compagna fosse legalmente separata dal marito, i miei figli avrebbero dovuto avere il cognome del suo ex. L’Italia del 1958 era così! Chiamai Giorgio Amendola, che era il responsabile dell’organizzazione del partito, e insieme andammo dall’avvocato Achille Battaglia, suo amico. Lui mi disse che sarei certamente finito in galera. E allora fu chiesto a un compagno di Modena della Cgil, di “collocare” il compagno Macaluso e io mi feci qualche settimana di latitanza clandestina nella fattoria di un mezzadro emiliano. Fortunatamente una sentenza della Cassazione che riguardava un altro caso di “cognome rubato”, mi consentì di tornare alla vita pubblica».
Sono gli anni del boom economico. Le strade sono piene di Fiat 500. Mina gorgheggia Tintarella di luna. Nel marzo 1960 la Dc vara il governo Tambroni, con l’appoggio dei post-fascisti del Msi. Botteghe Oscure cavalca la protesta di piazza: gli scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine provocano vittime in tutta Italia. Il governo Tambroni è costretto a dimettersi. Amintore Fanfani prende il suo posto e Aldo Moro coltiva l’ipotesi di un governo a cui partecipi anche il Psi di Pietro Nenni. Il Pci vede i vecchi alleati socialisti allontanarsi sempre di più. Racconta Macaluso: «Diversamente dagli ingraiani che consideravano l’alleanza Dc-Psi un’operazione per inglobare la classe operaia nel sistema, Togliatti ritenne che in quel modo si arrivasse a un livello più alto di lotta per le riforme. Nel 1962 io mi trasferii a Roma, a Botteghe Oscure. Enrico Berlinguer, responsabile dell’organizzazione del Pci, mi aveva chiesto di aiutarlo a organizzare il X congresso. In quel periodo io ed Enrico abbiamo lavorato fianco a fianco, giorno dopo giorno». Casa e Botteghe Oscure. Botteghe Oscure e casa. «Nella capitale dividevo un appartamento con Giancarlo Pajetta», continua Macaluso. «Fu una convivenza problematica: Giancarlo mangiava robe pavesi, come le uova in brodo, e non riusciva a prendere sonno se prima non passava nella sede dell’Unità a prendere il giornale appena stampato. Rientrava a casa di notte, irrompeva in camera mia e urlava: “Hai visto che cazzo di titolo hanno fatto?”. Era un uomo di grandi qualità e un battutista incontinente. Un giorno Pietro Ingrao dopo aver terminato un suo intervento gli si avvicinò e gli chiese di passargli l’acqua. Pajetta replicò: “Questa dell’acqua è l’unica cosa che ho capito”».
Il congresso elegge una nuova segreteria. Macaluso: «Oltre a Togliatti c’ero io, come responsabile dell’organizzazione, e poi Longo, Amendola, Pajetta, Ingrao, Alicata, Natta e Berlinguer, che guidava l’ufficio di segreteria e in pratica dirigeva la vita interna del partito. Togliatti aveva grandi qualità e una conoscenza del mondo unica: nel 1959 andammo insieme a Mosca, al congresso del Pcus, e tutti chiesero di avere un colloquio privato con lui. Tutti: il vietnamita Ho Chi Minh, il premier maoista Chou Enlai, il presidente indonesiano Sukarno…». Nel 1964 Togliatti muore, a Yalta. Macaluso è il dirigente del partito che riceve la notizia dall’ambasciatore sovietico a Roma. Ed è anche il responsabile dell’organizzazione del funerale in piazza San Giovanni, che Renato Guttuso ha immortalato in una tela gonfia di bandiere rosse. Macaluso: «Luciano Barca mi diede una mano. Fu una manifestazione enorme. Parlarono Luigi Longo, Leonid Brežnev e Achille Occhetto, leader dei giovani comunisti». Occhetto conclude il suo intervento urlando: «Lo giuriamo, compagno Togliatti, nel tuo nome l’Italia sarà socialista!».
Il congresso del 1966, l’undicesimo, è il primo a cui non prende parte il Migliore. «Sulla linea di Togliatti», spiega Macaluso, «io, Berlinguer e Natta, soprannominati “la Triade”, cercammo di tenere insieme le esigenze delle varie anime del partito. I congressi locali furono accesissimi. Soprattutto nel Meridione alcuni ingraiani diedero vita a un plebeismo e a un sinistrismo populista che mortificavano la figura stessa di Ingrao. A Roma Ingrao pronunciò un discorso infuocato sulla creazione di un nuovo modello di sviluppo. Lo concluse alzando il pugno. Con lui c’erano Lucio Magri, Alfredo Reichlin, Rossana Rossanda, Luigi Pintor… Prese molti applausi. Longo, poi, chiudendo i lavori diede l’idea di un’unità ritrovata. Ma era solo apparenza. Paolo Bufalini, Mario Alicata e Giorgio Amendola pensarono di escludere Ingrao dall’ufficio politico. Io, Natta e Berlinguer andammo a casa di Longo per dirgli che sarebbe stato un grave errore. Fortunatamente ci ascoltò».

La primavera di Praga. Sale la protesta studentesca. Cominciano le occupazioni universitarie. Esplode il Sessantotto. Per i comunisti italiani, però, è anche l’anno in cui i carri sovietici si muovono per reprimere la Primavera di Praga. Questa volta, però, il Pci condanna l’invasione. «Io e Pajetta eravamo in vacanza a Yalta», racconta Macaluso. «Fu l’ambasciatore cecoslovacco a informarci di quanto stava succedendo a Praga. Longo ci convocò a Mosca: aveva avuto un colloquio burrascoso con i russi e decise che saremmo volati tutti a Parigi per concordare un documento con Waldeck Rochet, segretario dei comunisti francesi. All’aeroporto Pajetta baciò per terra ed esclamò: “Non tornerò mai più in Unione Sovietica!”. Pensava che la rottura sarebbe stata insanabile».
In Italia, nel frattempo, il rapporto tra il Pci e la protesta studentesca si rivela complicato. Spiega Macaluso: «Non posso dire che il Partito fosse pronto. Anzi. Quando Longo decise di incontrare un gruppo del Movimento studentesco (guidato da Oreste Scalzone) venne criticato duramente da Amendola. Io all’epoca stavo con Ninni Monroy, madre di Fiora Pirri Ardizzone il cui compagno era Franco Piperno, uno dei fondatori di Potere Operaio. Ebbi un buon dialogo con tutti loro fino a quando mantennero una posizione “nel sistema”. Poi li ho combattuti». Nel 1969 il Pci radia il gruppo de il manifesto: gli ingraiani Rossanda, Pintor, Natoli, Magri…«Abitavo a pochi passi dalla redazione», racconta Macaluso. «Prima che fosse presa la decisione li invitai a casa mia per mangiare qualcosa e per discutere. Cercai di convincerli a mantenere la loro posizione critica sospendendo la pubblicazione della rivista, perché sarebbe stata percepita troppo esplicitamente come una corrente. Al di là delle polemiche sulla Cina e sull’invasione cecoslovacca, il vero punto di rottura con il gruppo de il manifesto era un altro: loro ritenevano che dopo l’anno della contestazione studentesca (il ’68) e quello delle lotte operaie (il ’69) si fossero create le condizioni per assumere posizioni di potere nelle fabbriche e nella società. Ingrao, che ebbe la posizione più dura nei loro confronti, disse: “Volete trasformare i consigli di fabbrica in soviet?”».
In quello stesso 1969 Longo viene colpito da un ictus. Il gruppo dirigente del Pci si muove subito per nominare un vice-segretario “vicario”. Chiara Valentini, nella biografia Enrico Berlinguer, ha raccontato una riunione accesa dove Berlinguer trionfa sull’altro candidato: Giorgio Napolitano. Con un Amendola che si avvicina allo sconfitto dicendo: «Scusa Giorgino, ma non possiamo andare avanti». Il ricordo di Macaluso è diverso: «Quelle sono balle. Napolitano sapeva benissimo quale fosse la situazione. Era stato fino a quel momento coordinatore unico della Segreteria e dell’ufficio politico. Decise di fare un passo indietro».
Il 12 dicembre scoppia la bomba di Piazza Fontana: è la madre di tutte le stragi. Muoiono diciassette persone. Il Paese è squarciato. «Sono le forze della reazione», dice Macaluso. «Al grande movimento socio-politico-culturale di quegli anni, fatto anche di grandi battaglie e lotte sindacali, risponde una parte della classe dirigente del Paese che si muove per dare forza alla destra. È un periodo in cui emergono conati di eversione nera e in cui la P2 comincia a elaborare i suoi piani di modificazione costituzionale». Alle Politiche del 1972 avanzano le destre e i liberali e la Dc sforna il governo Andreotti-Malagodi. Berlinguer in quell’anno diventa segretario. «Enrico era preoccupato dello slittamento a destra. Mi chiese di parlare con Francesco De Martino, segretario del Psi, per cercare di riportare l’asse della politica nazionale più a sinistra. Lo incontrai a piazza del Collegio Romano. Sembrava poco disponibile, ma interessato al fatto che la sollecitazione arrivasse dal Pci».

Le paure di Enrico. Berlinguer alla fine di quel 1973 è scosso dal golpe cileno che ha visto cadere Salvador Allende. Inizia a pensare che la semplice unità delle sinistre rischia di non essere sufficiente per attuare riforme strutturali. Scrive una serie di articoli sulla rivista Rinascita in cui lancia l’idea del “compromesso storico”: una collaborazione tra le forze democratiche che superi la storica esclusione che dal 1948 tiene il Pci fuori dal governo. È la base teorica che porterà ai governi di “solidarietà nazionale” di metà anni Settanta.
Il 3 ottobre 1973, mentre si reca all’aeroporto di Sofia dopo un incontro burrascoso con il presidente bulgaro, la macchina che trasporta Berlinguer viene violentemente urtata da un camion carico di pietre. Tutti pensano a un incidente. Diciotto anni dopo, proprio Macaluso, rivela ai giornalisti di Panorama Corrado Incerti e Giovanni Fasanella che in realtà Berlinguer pensava di aver subito un attentato. «Rientrato dalla Bulgaria», racconta Macaluso, «Berlinguer mi confidò di essere convinto che l’incidente non fosse affatto un incidente. Mi pregò di non rivelare questa confidenza». L’uscita dell’articolo su Panorama fa scoppiare una polemica accesa tra gli ex Pci. Ma la discussione si chiude quando il sospetto di attentato viene confermato sull’Unità da Letizia Laurenti, moglie di Berlinguer: «Enrico mi raccontò questa ipotesi appena tornò a casa da Sofia. Da quanto mi risulta, non mise più piede in Bulgaria». Macaluso, oggi, aggiunge: «Erano gli anni in cui maturava l’Eurocomunismo, Berlinguer era un alto dirigente che aveva condannato con durezza l’invasione di Praga e il dissenso dall’Unione Sovietica in quella fase diventava sempre più evidente. Diciamolo: se io (Berlinguer), sospetto che tu (blocco sovietico), mi vuoi ammazzare, che opinione posso avere di te?».

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Vi ricordate lo spot elettorale con Gigi Proietti? Lui che ride e fissando la telecamera comincia a dire con cadenza romanesca: «No. No-no. Noooo. Io? Naaa. No. No». Una sola parola: No. Siamo a metà dei Settanta. Le piazze italiane sono piuttosto calde. In Parlamento da qualche anno fioccano riforme. Due su tutte: la stesura dello Statuto dei lavoratori e la legge Fortuna-Baslini sul divorzio. Quest’ultima è stata votata da tutta la sinistra e dai liberali ed è osteggiata dalla Dc e dal Msi, che impongono un referendum abrogativo. Il Pci è guidato da Enrico Berlinguer, che cerca di evitare fino all’ultimo la consultazione popolare, perché anche tra i compagni serpeggia un certo catto-tradizionalismo. Alla fine, però, Berlinguer si schiera. Registra un appello ultra laico, in primissimo piano, che viene trasmesso in tv: «La democrazia cristiana e i fascisti vorrebbero costringere tutte le famiglie a una indissolubilità forzata». Si mobilitano le truppe attoriali. Oltre a Gigi Proietti partecipano alla campagna per il “no”, fatta di mini-spot, anche Gianni Morandi e Nino Manfredi. Il “no” vince. Emanuele Macaluso, che allora faceva parte della segreteria di Botteghe Oscure e che ci accompagna nella storia rossa del comunismo italiano, racconta: «Ho sempre rimproverato amichevolmente Marco Pannella perché non ammetteva mai che senza l’impegno del Pci il No all’abrogazione del divorzio avrebbe perso: in quel 1974, il Pci aveva ancora una sezione accanto a ogni campanile».
Le riforme condivise con una parte della maggioranza di governo, la vittoria al referendum e le sezioni distribuite sul territorio in modo capillare portano il Pci a un’incredibile vittoria elettorale durante le amministrative del 1975. Un italiano su tre vota comunista. Il quadro politico traballa. «A dicembre di quell’anno ero in ospedale a Cortina», ricorda Macaluso. «Gerardo Chiaromonte e Paolo Bufalini vennero a trovarmi. Mentre eravamo lì venimmo a sapere che il segretario socialista Francesco De Martino era intenzionato a mettere in discussione il governo Moro. Bufalini lo chiamò per dissuaderlo, ma fu inutile. Pochi giorni dopo cadde il governo e Moro mise una croce definitiva sul rapporto esclusivo della Dc con il Psi. Il sistema partitico stava mutando radicalmente».

Vittima sacrificale. Siamo nel 1976. Berlinguer ha già pubblicato su Rinascita gli articoli con cui ipotizza il compromesso storico. Lavora per logorare i fili che tengono ancora troppo stretto il Pci al Pcus sovietico: tesse la rete dell’Eurocomunismo e rilascia un’intervista a Giampaolo Pansa sul Corriere della Sera in cui definisce il Patto Atlantico «uno scudo utile per la costruzione del socialismo nella libertà». A Mosca, in occasione del sessantesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre, il leader dei comunisti italiani pietrifica la platea elogiando la democrazia e il pluralismo. «In quel periodo», racconta Macaluso, «incontrai più volte l’ambasciatore americano a Roma Richard Gardner a casa di Leo Wollemberg, il corrispondente in Italia del Washington Post. Gli spiegai che se noi fossimo andati al governo con la Dc, poi la stessa Unione Sovietica avrebbe rotto definitivamente quel che non era ancora totalmente rotto del rapporto col Pci». C’è il Divo Giulio a guidare il governo di solidarietà nazionale: la Dc riceve l’appoggio esterno del Pci. «Quando nell’estate del 1976 la Dc propose Giulio Andreotti come presidente del Consiglio», continua Macaluso, «io andai da Berlinguer e suggerii di non votarlo al primo scrutinio per far capire che il nome non ci piaceva. Lui mi diede del pazzo. Aveva un rapporto stretto con Moro e sapeva che per lui la priorità era l’unità della Dc: il nome di Andreotti era blindato».
Sono anni di contestazioni durissime contro i dirigenti comunisti da parte di gruppi della sinistra extra-parlamentare. Nel febbraio del 1977, Luciano Lama, segretario della Cgil, viene fischiato e cacciato dall’Università La Sapienza dove era previsto un suo comizio. Le Brigate Rosse, che a metà Anni Settanta cominciano a uccidere, mettono nel mirino anche il leader del Pci. Il capo scorta Alberto Menichelli nel libro In auto con Berlinguer racconta che in quel periodo lui viaggia su una macchina blindata, costruita con la collaborazione dei compagni di Pisa (per i vetri) e di quelli di Roma (per le lastre d’acciaio delle portiere). Il 16 marzo 1978 i brigatisti rapiscono Moro e massacrano la scorta. «Quando arrivò la notizia ero in Senato», racconta Macaluso. «Non ho mai dubitato sul fatto che il rapimento e l’attentato fossero opera delle Br, ma penso anche (e ne scrissi) che una parte degli apparati dello Stato non fosse troppo dispiaciuta. Contro la rivoluzione del sistema politico che vedeva il Pci riaffacciarsi nell’area di governo in quel periodo si scatenò l’inferno: erano contrari gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e la destra italiana, nonché un raduno di forze eterogenee che si ritrovò nella P2 e di cui facevano parte esponenti della polizia, dei carabinieri, dell’esercito, dei Servizi Segreti, del mondo della finanza e della Dc».
La Dc e il Pci durante il rapimento Moro alzano il muro della fermezza. Coi terroristi non si tratta. Macaluso: «Ritenevo e ritengo che qualsiasi concessione fatta alle Br avrebbe scatenato l’inferno. E avrebbe indebolito la nostra posizione nelle fabbriche dove chiedevamo agli operai di collaborare attivamente alla lotta contro il terrorismo». Il 9 maggio 1978, Moro viene trovato morto nel portabagagli di un’auto parcheggiata simbolicamente in una traversa di via delle Botteghe Oscure, sede del Pci, a pochi metri da piazza del Gesù, tana della Balena Bianca. «In quel momento cambiò tutto», dice Macaluso. «Il gruppo dirigente che circondava il segretario della Dc, Benigno Zaccagnini, non aveva né il prestigio né la forza di Moro. Berlinguer a sua volta, nel settembre dello stesso anno, durante la festa dell’Unità di Genova pronunciò un discorso con cui accentuava gli elementi “di classe” e preannunciava una crisi di governo. Al congresso di Roma, all’inizio del 1979, invece, difese ancora il compromesso storico. E quando Umberto Terracini lo contestò duramente chiese a me di replicare».

La questione morale. Nell’estate del ’79 si apre la crisi di governo. Il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, prima cerca di affidare l’incarico di governo a Bettino Craxi, segretario del Psi, e poi sonda il repubblicano Ugo La Malfa. Berlinguer si mette di traverso. «Ho avuto un rapporto strettissimo e di grande affetto con Berlinguer», dice Macaluso. «Ma temo che in quel momento lui non avesse più una certezza politica, una linea su cui puntare. Ricordo che un giorno, mentre ero in visita a Milano come membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Sindona, un giornalista mi si avvicinò per dirmi che Botteghe Oscure aveva diramato un comunicato in cui specificava che le mie opinioni espresse in un’intervista quello stesso giorno, dovevano essere considerate personali. Io dicevo molto semplicemente che si doveva tornare alla solidarietà nazionale, con un premier non Dc, ma Psi. E che sarebbe potuto essere anche Craxi. Poco più di un anno dopo si tenne una riunione del Comitato Centrale del Pci e Berlinguer annunciò la cosiddetta “svoltina”. In pratica sosteneva che la Dc era inadeguata a governare e che il perno di un’alternativa democratica dovesse essere il Pci. Che cosa voleva dire quella formula “perno”? Avremmo dovuto candidare Berlinguer a palazzo Chigi? Io, Napolitano, Bufalini e Chiaromonte contestammo la linea. E in quel momento si formò il gruppo migliorista».
Berlinguer al fianco degli operai, ai cancelli, durante le occupazioni della Fiat, nell’autunno del 1980. E Berlinguer che meno di un anno dopo in un’intervista a Eugenio Scalfari su Repubblica, lancia la cosiddetta questione morale: «Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune…».
Il Pci si isola nel mito della diversità. E il governo di Giovanni Spadolini, il primo della storia repubblicana non guidato da un democristiano, nel frattempo inaugura la stagione del pentapartito: l’alleanza tra Dc, Psi, Pri, Pli e Psdi. Quando arrivano le elezioni del 1983, Berlinguer prova a capovolgere la situazione. Il colpo mediatico è rappresentato da una scenetta con Roberto Benigni che lo “prende in collo” sul palco di una manifestazione per la pace della Fgci e scherza: «È un comunista garantito». Il colpo politico è un incontro riservato che si svolge a Frattocchie, la scuola quadri del Pci. Sono presenti Berlinguer, Chiaromonte, Reichlin, Craxi e Formica. «Venne redatto un documento comune», spiega Macaluso, «una valutazione critica della situazione sociale, una preoccupazione sull’azione della magistratura milanese…Quasi un’intesa politica completa. Dopo le elezioni, però, dato che la Dc aveva subito una pesante sconfitta, Ciriaco De Mita propose a Craxi di guidare un altro governo pentapartito e Bettino accettò. Berlinguer lo considerò un tradimento. Lo scontro duro tra Craxi e Berlinguer cominciò in quel momento. E in quel momento, secondo me, la Prima Repubblica inizia a scricchiolare: né il Pci né la Dc hanno più una prospettiva di lungo periodo. Craxi prende denari a destra e a manca e pensa che l’unico modo per sfondare e battere la Dc sia creare un tesoro. Tutti cominciano a fare battaglie tattiche, senza avere una vera strategia politica».

Tradimenti e congiure. Lo scontro tra Craxi e Berlinguer diventa ferale durante la battaglia sul decreto di San Valentino: il 14 febbraio 1984 il governo vara un provvedimento che taglia tre punti di scala mobile e per tre mesi blocca prezzi e tariffe. La maggioranza della Cgil insorge. Il sindacato unitario, di cui fanno parte anche Cisl e Uil si spacca. Macaluso: «Giorgio Napolitano per il Pci e Rino Formica per il Psi cercarono una mediazione stilando un decreto ammorbidito che però venne rifiutato sia da Berlinguer sia da Craxi. Il 24 marzo si svolse la prima manifestazione del dopoguerra in cui la Cgil sfilava da sola. All’epoca ero direttore dell’Unità. Preparai la prima pagina con il titolo Eccoci che poi Berlinguer sventolò durante il corteo». Un paio di mesi dopo si svolge a Verona il congresso del Psi. Rino Formica per descrivere il clima conia l’espressione: «Una corte di nani e di ballerine». Quando Berlinguer, invitato, fa il suo ingresso nella sala dei delegati viene accolto da un’ondata di fischi sguaiati. E durante le sue conclusioni Craxi dice: «So bene… che non ci si indirizzava a una persona… ma a una politica. Una politica che noi giudichiamo profondamente sbagliata. E se i fischi erano un segnale politico che manifestava contro questa politica io non mi posso unire a questi fischi solo perché non so fischiare». Macaluso commenta: «Quello sciagurato di Craxi fu stupido e volgare». Il 7 giugno 1984, mentre è sul palco di piazza della Frutta a Padova, Berlinguer viene colpito da un ictus. Muore l’11. Macaluso, che in quel momento dirige l’Unità, firma l’editoriale Il compagno Enrico. Il 13, giorno del funerale, il titolo a caratteri cubitali, rossi, è Addio accompagnato da una foto sorridente del leader più amato dal popolo comunista. Alle celebrazioni in piazza San Giovanni partecipa più di un milione di persone. Quello stesso giorno Achille Occhetto e Massimo D’Alema, rientrati a Botteghe Oscure, nel garage della sede storica del partito, ebbero uno scambio di idee sul futuro. Macaluso: «Delinearono la transizione. Alessandro Natta, come segretario di passaggio, Occhetto come successione solida e, dopo qualche anno, D’Alema come approdo naturale. Natta era una bravissima persona. Cercò di correggere il rapporto con il Psi. Durante la sua segreteria venne approvato l’emendamento Napolitano in cui si diceva che il Pci era parte integrante della sinistra europea, ma sostanzialmente si vagava senza strategia». Nel 1985 arriva la sconfitta al referendum per abrogare il decreto di san Valentino sulla Scala Mobile. È un colpo molto duro per il Pci. L’11 agosto 1986, Tango, l’inserto satirico dell’Unità, pubblica una vignetta di Sergio Staino a tutta a pagina con Natta nudo che balla, mentre Andreotti e Craxi suonano il violino e l’organetto. Titolo: Nattango. «Natta si offese parecchio», ricorda Macaluso. «Si incazzò anche perché nel disegno c’era una sostanziale e irrispettosa stroncatura politica. Per placare gli animi portai il segretario, Staino e Chiaromonte (allora direttore dell’Unità) in un ristorante di pesce vicino al Pantheon». Quando Natta, nel 1988 viene colpito da un leggero infarto, i “giovani” del partito si muovono per organizzare la successione. «Misero in atto una specie di congiura», racconta Macaluso. «Fu sussurrato ad alcune federazioni periferiche di chiedere un ricambio alla guida del partito». Alcuni dei “congiurati” vengono sorpresi dalla moglie di Natta mentre parlano di successione fuori dalla porta della camera in cui il segretario è ricoverato. Lo stesso Natta scrive una lettera al partito in cui denuncia il «tramestio davanti alla stanza di ospedale». Macaluso: «L’avvento della generazione che si è abbeverata alla fonte frizzante del movimentismo sessantottino cominciò a cambiare il Dna del partito. Occhetto, una volta preso il posto di Natta nel 1988, fu il più vagante dei segretari del Pci». Durante il XVIII congresso del Pci, nel marzo 1989, il leader Achille abbraccia la virata revisionista gorbacioviana e propone la costruzione di un “Nuovo Pci”. Il 9 novembre crolla il muro di Berlino. Il 12 dello stesso mese, Occhetto si presenta alla celebrazione del 45° anniversario della battaglia di Porta Lame, un episodio della Resistenza italiana combattuto in alcuni quartieri di Bologna, tra cui Lame, Bolognina e Corticella. Davanti a un gruppo di anziani partigiani dichiara che è necessario «non continuare su vecchie strade, ma inventarne di nuove per unificare le forze del progresso». A chi gli chiede se questi ragionamenti lasciano presagire un cambio del nome, lui replica «lasciano presagire tutto». È la Svolta. Anche se del cambio di nome si era già parlato, è un fulmine che colpisce al cuore il popolo del Pci. Il giorno dopo se ne discute in Segreteria. Il Comitato Centrale si riunisce il 20 novembre, Occhetto nella sua relazione ammette di «condividere il tormento dei compagni», e chiarisce: «Prima viene la cosa e poi il nome. E la cosa è la costruzione in Italia di una nuova forza politica». Ispirandosi a quell’espressione, “La Cosa”, Nanni Moretti gira un documentario in alcune sezioni del Pci dove è in corso il confronto tra favorevoli e contrari alla svolta: ci sono lo spaesamento, la rabbia e la passione dei comunisti italiani. «Io frequentavo la sezione romana di via dei Giubbonari», ricorda Macaluso. «Il dibattito lì fu molto acceso. E alla fine prevalse la linea della svolta». Al congresso di Bologna del marzo 1990 la linea di Occhetto, contrastata dalla mozione di Alessandro Natta e di Pietro Ingrao, viene confermata. Macaluso, Napolitano e Chiaromonte sostengono la svolta con un documento separato in cui si immagina la creazione di un partito del socialismo europeo. Il segretario chiude i lavori in lacrime.

Fine dolorosa. Quello successivo, a Rimini nel 1991, è l’ultimo congresso del Pci. Macaluso: «Pensavamo che la caduta del Muro e l’implosione dell’Unione Sovietica avrebbero costituito una risorsa per una nuova prospettiva a sinistra. In realtà il crollo è stato tale che si è rivelato un boomerang: si è indebolita la stessa idea di socialismo, anche nella sua declinazione socialdemocratica». Molti anni dopo, in pieno fermento girotondino Nanni Moretti, intervistato da Ferruccio Sansa, rilegge così quel passaggio: «Dalla fine del Pci nacquero prima il Pds (insieme con Rifondazione Comunista) e poi i Democratici di Sinistra: una trasformazione che aveva come obiettivo quello di conservare il patrimonio della sinistra tradizionale, rinunciando finalmente al peggio della tradizione… Purtroppo, a volte, mi viene da pensare che sia successo proprio l’opposto». Macaluso sorride amaro: «Credo che Moretti abbia proprio ragione».

Vittorio Zincone
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