Giovanni De Carolis (Sette – maggio 2016)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 27 maggio 2016).
L’incontro per l’assegnazione del mondiale WBA dei super-medi si è appena concluso. I faretti luminosi piroettano da un angolo all’altro del ring. Il pubblico tedesco fischia. I telecronisti commentano la vittoria di Ciofànni. Lui ha un occhio gonfio e assomiglia un po’ a Eros Ramazzotti. Ha il fiatone, si avvicina alla telecamera e urla con un po’ di rabbia: «Il pugilato in Italia va bene ancora». Ciofànni è Giovanni De Carolis, 31 anni, 76 chili. Da professionista ha combattuto 30 volte: 24 vittorie e 6 sconfitte. Il prossimo luglio dovrà difendere il titolo contro un altro tedesco, Tyron Zeuge. Lo provoco: «Zeuge ha 6/7 anni meno di te. Sportivamente potresti essere suo nonno». Sorride: «Er nonno però stabbene!». Vorrebbe avere il jab di Muhammad Ali e considera Joe Louis e Gennady Golovkin i suoi punti di riferimento pugilistici. Domando: «E Mike Tyson?». Replica: «Non amo l’equazione cattiveria uguale forza».
Figlio di un architetto e di un’insegnante, De Carolis ha una lieve cadenza romanesca e la parlantina che non ti aspetti. Ci resta malissimo quando scopro che non conosce i confini della Libia. E in due ore di conversazione scivola una sola volta nella retorica da tiratori romantici di uppercut: «Prima si formano gli uomini e poi i pugili». L’intervista si svolge nella sede del Team Boxe Roma XI, alla Montagnola, zona sud di Roma: sacchi appesi al soffitto e guantoni sudati ammassati sul ring. C’è anche un bambino di sette anni che tira mini pugni davanti a uno specchio. De Carolis: «Mi alleno qui, anche se ho una mia palestra (la Next) dove insegno, a Monterosi. Quasi ogni giorno guido per 60 chilometri per boxare col mio maestro, Italo Mattioli, che mi segue da sempre». Nel gruppo di lavoro che ha portato Giovanni al titolo c’è anche un nutrizionista che calcola ogni grammo di proteine da ingerire e un preparatore atletico che dosa ogni battito cardiaco. Un mix di tradizione e avanguardia. Quando gli chiedo di spiegarmi la frase amara pronunciata subito dopo aver vinto il mondiale, risponde: «Da 1 a 10 i pugili italiani, anche se campioni, sono valutati 2».
La nobile arte è sempre meno nobile?
«Il mondo del pugilato in Italia pullula. Le palestre sono piene. Abbiamo tradizione e talenti…».
Ma…
«Scarseggiano gli investimenti. Non c’è un interesse reale delle tv. Manca un imprenditore che prenda il diamante grezzo della boxe italiana e lo trasformi. Per questo siamo considerati dei mestieranti».
Tu hai conquistato da poco un titolo planetario.
«Non parlo del valore atletico o dell’abilità pugilistica, ma del peso economico del nostro movimento. Se un campione inglese e uno tedesco si sfidano, scatta un’asta per ospitare l’evento e per trasmetterlo in tv. In questo modo aumentano anche il valore e i compensi dei contendenti. Quando un anno fa l’americano Floyd Mayweather e il filippino Manny Pacquiao si sono affrontati per “L’incontro del secolo” a Las Vegas, il primo ha ricevuto 150 milioni di dollari e il secondo 100».
Boom.
«Quando Carl Froch e George Groves hanno combattuto a Wembley, c’erano 80 mila spettatori. In Italia queste cifre non sono nemmeno immaginabili».
Perché?
«Quale network italiano sarebbe disposto a partecipare a un’asta con un’emittente straniera per conquistare i diritti tv di un match? Chi sgancerebbe un milione di euro per far venire Arthur Abraham a combattere, come è successo recentemente negli Stati Uniti? Io cerco da tempo di portare gli incontri in Italia, ma al momento è impensabile: siamo fuori dal circuito dei grandi organizzatori».
Dove difenderai il titolo?
«In Germania, dove l’ho conquistato. Con tutti i rischi connessi ai verdetti casalinghi».
Temi qualche combine?
«No, ma temo un po’ i giudici. Gli organizzatori devono tutelare i beniamini di casa per dare continuità agli incontri dei propri campioni. E quindi… La storia del pugilato è piena di match letti male».
Un esempio?
«La finale per l’oro olimpico tra Roberto Cammarelle e l’inglese Anthony Joshua alle Olimpiadi di Londra».
Tu quanto hai guadagnato con il titolo mondiale?
«Posso non rispondere? Ti basti sapere che quando ho saputo la cifra ho chiamato il mio manager e gli ho chiesto: “Possibile che sia così poco?”. Ho preso un decimo di quello che ha percepito il mio avversario. E ho vinto io».
Hai mai combattuto contro uno di questi pugili milionari?
«Sì, contro Abraham. È uno che manda in coma gli avversari. È il simbolo della forza. La prima volta che l’ho visto combattere in tv con un colpo fece cadere in ginocchio l’avversario, svenuto. Quando ho saputo che avrei incrociato i guantoni con lui…».
Hai tremato?
«No, sono stato felice come lo sarebbe chiunque gioca a calcio e scopre di dover affrontare il Barcellona di Messi».
Nessuna paura?
«Quel tipo di emozioni le ho affrontate nei giorni precedenti all’incontro con alcuni esercizi di respirazione. Nel palazzetto c’erano 20 miei supporter e 9980 tedeschi che scandivano il tempo con le mani aspettando che il loro beniamino sgozzasse la vittima sacrificale».
Come è finita?
«In piedi fino al dodicesimo round. Ho perso ai punti».
Studi molto i tuoi avversari prima di combattere?
«Guardo i loro match in slow motion. È una guerra, va studiata. Poi c’è l’allenamento: per preparare la difesa del titolo ci vogliono circa 12 settimane».
Quando hai cominciato a boxare?
«Tardi e per caso. Giocavo a calcio come difensore centrale, prendevo pure qualche soldo. A sedici anni ho iniziato a frequentare una palestra per aumentare un po’ i muscoli e ho visto dei ragazzi che facevano pugilato. Ho provato e non ho più smesso».
Il primo incontro?
«Ho dovuto aspettare la maggiore età perché mia madre non voleva che combattessi. Al secondo round ho perso i due incisivi superiori».
Hai subìto molti ko?
«Uno solo, tecnico, in Ucraina. Ricordo ancora il ghigno dell’avversario quando si è accorto della mia smorfia dopo un suo pugno. Ho pensato: “Ora sono cavoli amari”. Un pugile esperto nasconde l’affanno e le espressioni di dolore. Lì ho capito che dovevo allenarmi in modo completamente diverso. Fortunatamente avevo detto al principale che dopo quel match mi sarei preso un paio di settimane di pausa dal lavoro. Le usai per riflettere sul mio futuro».
Che lavoro facevi?
«Lavoravo in uno smorzo, a Ponte Galeria».
Uno smorzo?
«Trasporto e vendita di materiale edile. Dalle 7 del mattino alle 4 del pomeriggio per novecento euro al mese. Prima avevo fatto per molti anni il cameriere in una sala da bowling».
Hai mai avuto la tentazione di cambiare disciplina? Ora vanno molto di moda le Mixed martial arts (Mma)…
«Qualche anno fa ho cominciato a praticare un po’ di wing chun, l’arte marziale di Bruce Lee. Un amico mi ha anche introdotto al jujitsu brasiliano che è alla base delle Mma. E ogni tanto mi alleno con Alessio Sakara. Ma non prevedo di partecipare a quelle lotte».
Sakara è un campione di Mma. Qualche anno fa è stato nel cast del reality show Pechino Express. Il tuo collega pugile Giacobbe Fregomeni, invece, ha vinto L’isola dei famosi. Tu?
«Ben vengano tutti gli strumenti per far conoscere e apprezzare il lato umano dei pugili e dei lottatori. Io però adesso faccio solo l’atleta».
Qual è la scelta che ti ha cambiato la vita?
«Aprire la mia prima palestra a Mazzano Romano nel 2006. Lì ho iniziato a trasmettere agli altri che cosa penso del pugilato».
L’errore più grande che hai fatto?
«L’acquisto di una casa, sempre a metà degli anni Duemila».
Perché è stato un errore?
«Perché ho aperto un mutuo molto oneroso e una volta entrati in casa abbiamo scoperto che non c’era l’abitabilità. Siamo rimasti senz’acqua e senza luce per sei mesi. Dopo due anni l’ho lasciata e sono andato a vivere in affitto. Sono in causa dal 2009 con chi me l’ha venduta e a giugno ci dovrebbe essere la sentenza».
A cena col nemico?
«Vincent Feigenbutz».
È il pugile che hai sconfitto quando hai vinto il mondiale.
«L’unico nella mia vita contro cui ho provato un po’ di rancore».
Che cosa ha combinato?
«Si è comportato un po’ troppo da sbruffoncello. Prima del nostro ultimo incontro è stato arrogante, irrispettoso».
Ti è mai capitato di avere la tentazione di usare la tua arte per strada contro qualche buzzurro troppo aggressivo?
«Qualche mese fa sulla Cassia ero in macchina in mezzo al traffico con mia moglie, Veronica. Mi si è affiancata una moto e un tipo mi ha detto: “Levati dal cazzo”. Veronica è sbottata: “Dovresti inseguirlo e dargli uno schiaffo”».
Lo hai fatto?
«Scherzi? Non lo farei mai».
Tua moglie si preoccupa per i combattimenti?
«No, lei lavora con me in palestra. Conosce bene il pugilato. Una notte, pochi giorni prima del match contro Abraham ho protestato perché volevo dormire e il nostro secondogenito si svegliava continuamente. Lei mi ha risposto: “Facciamo che ci vado io a combattere con Abraham e tu ti svegli per riaddormentare il piccolo?”».
Quanti figli hai?
«Due: Erin, come Erin Brockovich, di otto anni. E Noah che ne ha tre».
Qual è il tuo libro preferito?
«Ne cito due: Con l’anima di una farfalla di Muhammad Ali e La perfezione del corpo di Bruce Lee».
Il film?
«Al di là dei sogni con Robin Williams, molto romantico».
Pensavo citassi un film con qualche pugile.
«Il migliore è Lassù qualcuno mi ama: la storia di Rocky Graziano interpretato da Paul Newman».
I pugni nei film…
«Ho avuto una particina nel film Il pugile e la Miss con Luca Argentero: per rendere più godibili i combattimenti dovevo andare davvero piano. Se uno boxasse come si vede al cinema ci metterebbe ore a menare l’avversario».
Completa la battuta: “Bordignon…”.
«Non saprei…».
«…mena, mena. Bordignon mena». Lo dice Vittorio Gassman nell’episodio “La nobile arte” de I mostri: storia di un pugile già suonato che finisce in sedia a rotelle dopo essere stato riportato a combattere da un manager cialtrone.
«Eddai… per forza poi la boxe non è vista bene! Preferisco una battuta del film Incontriamoci a Las Vegas: se Gesù rinascesse farebbe pugilato».
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