Giorgio Montefoschi (Sette – maggio 2016)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 6 maggio 2016).
Il pianoforte a coda in mezzo al salotto. Le pareti che trasudano libri. Una poltrona da lettura che porta i segni di uno sprofondamento quotidiano. Giorgio Montefoschi, 69 anni, mi accoglie nella sua abitazione in cima a una collinetta di Roma Nord. Scrittore, critico letterario e storico autore del Mixer minoliano, ha vinto il Premio Strega nel 1994 con il romanzo La casa del padre e il premio Mondello con La sposa nel 2004. Seleziona le parole con cura, pronuncia con tono garbato e con lieve cadenza romana, anche i giudizi più ruvidi. Un esempio: per farmi capire quanto sia lontano dal mondo dei social network, dice: «Il fatto che il Papa sia su Twitter è indigeribile. Capisco che debba andare incontro al popolo, ma un minimo di sacralità andrebbe mantenuta. Va dappertutto, è encomiabile, ma più che il Santo Padre ogni tanto sembra un dirigente d’azienda». Mi racconta che all’inizio degli anni Novanta, essendosi allontanato troppo dalla Chiesa, cercò di espiare lo sbandamento frequentando per un anno San Gregorio al Celio, rifugio per indigenti e disperati: «Piegavo i panni e versavo le minestre agli ubriachi. Mi dava grande serenità. Lì c’erano anche le suore di Madre Teresa». Madre Teresa è una presenza intensa nel libro che Montefoschi ha appena dato alle stampe, Il buio dell’India (Guanda): un saggio/diario che è anche un inno alla sapienza millenaria degli indiani calata quotidianamente nel loro modo di essere. Spiega: «In India la vita è precaria, non è nulla, e proprio per questo va custodita amorevolmente». Le pagine sono gonfie di mantra sacrificali, fuochi notturni, villini seicenteschi, foreste umidissime, città sante e folle di storpi questuanti. Quando gli faccio notare che in alcuni passaggi su Calcutta c’è un eccesso di “politicamente scorretto” replica: «Forse è vero, ma Manganelli diceva che Calcutta è l’ano dell’India».
Parliamo di tv, di Roma, la città teatro di quasi tutti i suoi romanzi, dello stato di salute della narrativa nostrana e dell’Italia un po’ imbarbarita: «Ha ragione Ernesto Galli della Loggia quando scrive che c’è molta corruzione perché sin dalla nascita non siamo educati alle regole. Il nostro è un popolo che non cresce, è una nazione ancora analfabeta, si legge poco».
In realtà i lettori sono in aumento anche grazie agli ebook.
«Sì, ma se guardiamo i primi dieci titoli nelle classifiche dei più venduti… Quasi sempre è monnezza».
In classifica ci sono spesso Fabio Volo, Chiara Gamberale…
«Ecco, appunto».
Anche Andrea Camilleri è spesso tra i bestseller.
«Non lo leggo. Non so il siciliano. Ammetto che non mi interessa, non me ne frega nulla».
Elena Ferrante…
«Ho letto un po’ di pagine. I suoi mi sembrano libri da portineria. Da ballatoio. Qualità letterarie: zero».
Si vendono molte graphic novel… Zerocalcare…
«Non mi piace».
Non sia troppo snob.
«Mi deve piacere per forza?».
Uno scrittore vivente che apprezza?
«Franco Cordelli ha scritto un libro importante: Una sostanza sottile. La casa editrice Einaudi si è guardata bene dal farlo candidare al Premio Strega. Antonio De Benedetti scrive dei bei racconti. Il problema è che se Giorgio Bassani, da sconosciuto, scrivesse oggi L’airone non lo leggerebbe nessuno. Io da giovane andavo alla Feltrinelli per vedere le presentazioni dei libri di Carlo Cassola o di Fausta Cialente, ora l’evento è l’uscita dell’ultimo volume di Margaret Mazzantini o Chiara Gamberale che si fa fotografare in una vasca da bagno. Prima c’erano degli scrittori che oggi non ci sono più. C’era Alberto Moravia…».
Lo conosceva bene?
«Sì, ma ci davamo del lei. Ero con lui due sere prima che morisse: era incavolato perché la moglie era sparita, in Marocco. Una volta all’uscita da una trasmissione radiofonica, dopo aver sentito che ero in difficoltà con la stesura di un romanzo, mi diede un bel consiglio».
Quale consiglio?
«Mi disse di smettere di scrivere per un po’ e di fare un viaggio esotico. “Al rientro vedrà in modo diverso quel che ha fatto finora”. Funzionò».
Ha frequentato altre leggende della letteratura italiana?
«Ero molto molto amico di Elsa Morante».
Autrice dell’Isola di Arturo e di Menzogna e sortilegio.
«Su Menzogna e sortilegio ho scritto la mia tesi di laurea. Dopo aver letto Ginevra, il mio primo libro, Elsa mi recitò una frase e poi sentenziò: “Questa non la scrive neanche un appuntato di pubblica sicurezza”».
Stroncato.
«Trovò sublime il mio secondo romanzo, Il museo africano. Nella frequentazione Elsa era inferiore alla sua opera. Ripeteva sempre le stesse cose: che Gesù Cristo era l’unico rivoluzionario vero perché non puntava al potere, che mentre lei lavorava di notte non avrebbe aperto la porta di casa nemmeno a Mozart e che la bomba atomica era il problema dei problemi. Si arrabbiò molto per il fatto che il suo Il mondo salvato dai ragazzini non aveva spopolato tra i ragazzini stessi. Una volta eravamo seduti insieme al bar Rosati, a Roma. Si avvicinò un gruppo di giovani. Lei pensava che fossero lì per farle i complimenti, invece urlarono: “Ah Elsa, dacce ‘na sigaretta”. Rispose con un bel “vaffanculo”. Elsa, Parise, Cassola, Volponi erano scrittori di una levatura che non si vede più. Vogliamo dirla tutta?».
Diciamola.
«Sono rimasto sorpreso dal clamore sui quotidiani per la morte di Umberto Eco. Sembrava che fosse morto Alessandro Manzoni».
Eco era un gigante.
«Era un intellettuale raffinatissimo, un professore di grande intelligenza, ma come scrittore… era un giocoliere del romanzo. Quando è morta Fabrizia Ramondino, che era una grande scrittrice, non se l’è filata nessuno. Il mondo è davvero strano».
L’Italia si è impoverita culturalmente?
«Sì, ma non sono uno di quelli che getta tutte le responsabilità su Berlusconi. La crescita culturale dei cittadini comincia dalla scuola e lì non si legge. I ragazzi ormai stanno ore e ore completamente rincoglioniti con quei telefoni in mano. Ci sono delle belle eccezioni, naturalmente, ma io sento di appartenere a una generazione un po’ estranea…».
Adulti non educati alle regole. Ragazzi poco acculturati e ipnotizzati dallo schermo del loro telefonino. Come ci siamo ridotti così?
«Dopo un periodo di esplosivo arricchimento, c’è stato un involgarimento e un insuperbimento che non è stato tenuto sotto controllo. Mi capita di pensare che siamo effettivamente un popolo di maleducati che si meritano i governanti che abbiamo avuto, molto spesso ladri».
Lei ha scritto un articolo sul Corriere in cui sembrava favorevole a Renzi…
«È un uomo nuovo, sembra imbattibile. Certo, penso che sia troppo irruento, a volte arrogante, troppo legato al suo cerchio magico, ma ha una dote fondamentale».
Quale?
«Privilegia il fare rispetto al fare bene. E in un Paese dove le cause civili durano dieci anni e in cui servono mille firme per aprire una attività, meglio fare, anche se non benissimo, che non fare per niente. Penso che siamo in un momento politico molto interessante, vivo, fluido. Ci sono molte cose nuove».
Per esempio?
«Il M5S che è un partito incredibile. Mi sembra stranissimo che mantenga certe percentuali nei sondaggi».
È dato sopra il 25%.
«Da quando Beppe Grillo ha attraversato lo Stretto di Messina a nuoto ho previsto la fine del Movimento ogni tre mesi, e invece… È un partito di cui avrebbe potuto scrivere George Orwell: stalinismo in Rete, con gente cacciata via in maniera folle».
Qual è il libro che darebbe in mano a un dodicenne ipnotizzato dal suo smartphone per farlo appassionare alla letteratura?
«I ragazzi della via Pal e L’isola del Tesoro».
Il suo libro preferito?
«La ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Proust come scrittura è molto vicino al Padre Eterno e ai cherubini».
Il buio dell’India è una raccolta di testi in parte già pubblicati. Il suo prossimo romanzo…
«L’ho appena finito e lo sto copiando sul computer».
Il titolo?
«Ancora non c’è. È la storia di due fratelli: uno debole e uno forte… Le faccio vedere alcune pagine scritte a mano. Guardi…».
Sono piene di cancellature e di correzioni. Non le converrebbe scrivere direttamente con il computer?
«No. Devo vedere l’errore sulla pagina. Devo vedere la fatica di mettere insieme una frase che abbia un ritmo e che deve avere una parola finale di tre sillabe, e non di due. È una fatica che non può essere cancellata con un clic».
Conserva tutti i manoscritti dei suoi romanzi?
«Sì. E colleziono le boccette di inchiostro che mi sono servite per scriverli».
Moravia scriveva dalle 8 alle 12, lei dalle 9 di mattina alle 13.
«L’ispirazione non esiste. Bisogna imporsi un ritmo costante. Di ogni romanzo Moravia scriveva circa sette versioni e ogni volta che ne finiva una la buttava. Io ho altre piccole ritualità».
Quali ritualità?
«Prima di cominciare a scrivere faccio un giro intorno alla casa. Mi libero la testa e faccio il segno della croce, come i calciatori prima delle partite. Poi mi metto lì e aspetto che arrivino le parole».
È vero che scrive circa quindici righe al giorno?
«Se arrivo a quindici festeggio. Anche perché quando mi metto davanti al foglio non ho in testa una trama. La trama nasce dalle parole, dalla costruzione di una frase, dalla ricerca di una metrica interiore. Lei mi chiederà: “Tutto questo poi ha un riscontro nel lettore?”».
Si dia una risposta.
«Poco. I libri che vanno per la maggiore sono scritti coi piedi. La scrittura ormai non conta niente».
Lei quando ha cominciato a scrivere libri?
«A ventiquattro anni. Ma fin da ragazzino scrivevo racconti e poesie. Mio padre era giornalista al Messaggero».
Che studi ha fatto?
«Mi sono iscritto a Giurisprudenza, ma non ci capivo molto. Sono passato a Lettere e ho cominciato quasi subito a lavorare nelle case editrici».
Il primo incarico?
«Con la Bompiani per qualche mese. Dopo qualche anno tramite un amico di mio padre sono entrato nell’ufficio stampa della Rizzoli. Il primo giorno l’ho trascorso temperando matite. Per i ritmi di lavoro sembrava un ufficio indiano. Mi annoiavo moltissimo. Mentre ero lì ho scritto i miei primi quattro romanzi».
Qual è la critica più feroce che le hanno fatto?
«Non ricordo le parole che usò, ma una stroncatura di Angelo Guglielmi mi dispiacque molto».
I premi letterari…
«Prima erano anche una consacrazione. Ora aiutano soprattutto a vendere copie».
Chi vince il prossimo Premio Strega?
«Forse Vittorio Sermonti. Considero una vera cattiveria il fatto che non abbiano inserito Valentino Zeichen tra i dodici candidati allo Strega».
A cena col nemico?
«Con Claudio Lotito».
Il presidente della Lazio.
«Lotito sta distruggendo la Lazio. È un momento di sofferenza».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Decidere che Lucia sarebbe stata la donna della mia vita. Frequentavamo ancora il liceo Mameli. Ci siamo sposati presto, io avevo ventitré anni e lei ventuno».
L’errore più grande che ha fatto?
«Accettare l’incarico alle relazioni esterne nella Rizzoli di Bruno Tassan Din».
Perché fu un errore?
«Un giorno ero nell’anticamera dell’ufficio di Tassan Din, in via Abruzzi, a Roma, e mi chiesero se avevo già parlato con Fabrizio Trecca. Trecca era l’uomo che reclutava i membri della P2».
Si iscrisse alla Loggia massonica di Licio Gelli?
«No. Gli dissi che non ero interessato. Poi, per ottenere una buona legge sull’editoria, mi chiesero di portare dei soldi nella sede di un partito. Mi rifiutai. A quel punto mi fecero trovare i fili del telefono tagliati. Poco dopo lasciai quell’incarico».
In quel periodo lei cominciò anche a collaborare con Gianni Minoli a Mixer.
«Ho lavorato a quella trasmissione dal 1980 al 1998».
Andavate in onda sulla Raidue socialista… Lei una volta ha detto che Claudio Martelli è stato il miglior ministro della Giustizia dell’Italia Repubblicana.
«È stato coraggioso. Lui, Craxi, De Michelis… Li frequentavo. Erano intelligenti e bravi. A tarda sera, però, il clima delle conversazioni virava spesso sulla ferocia politica. E allora andavo via. Diciamo che erano tutti abbastanza assatanati di potere».

Categorie : interviste
Commenti
Giuseppe (Pippo) Mannino 12 maggio 2016

Premesso che sono un affezionato lettore delle interviste di Vittorio Zincone, ho trovato straordinaria quella di a Giorgio Montefoschi, che condivido in ogni sua parte, soprattutto per i giudizi su alcuni scrittori. Da ragazzo ho frequentato la casa-studio di Stefano (Fortunato) D’Arrigo, un grande scrittore, sfortunato nonostante il nome, che si ammalò per scrivere e riscrivere il libro che alla fine non ebbe il successo che si meritava. Frequentava la casa di D’Arrigo Andrea Camilleri, che non era d’accordo con D’Arrigo nell’uso di un particolare linguaggio siciliano, incomprensibile ai non siciliani. D’Arrigo avrebbe voluto fare un appendice per la traduzione di quelle parole, a cui rinunciò. Quel linquaggio, non sempre comprensibile per un siciliano come me, fu invece usato da Camilleri nei suoi libri e devo dire che la cosa mi disturba. Montefoschi mi conforta, dicendo cose che nessuno dice: in Italia si pubblicano libri di autori creati a tavolino.

daniela 14 maggio 2016

Sono piena di ammirazione per coloro che riescono ad affermare opinioni e giudizi non allineati al sentire comune. Mi piace cio’ che pensa Giogio Montefoschi e lo condivido in gran parte. Lo ammiro e adoro i suoi libri. Peccato avere gia’ letto molti degli articoli che ora verranno pubblicati , ma mi sembra di capire che ce ne saranno di inediti. Aspetto con ansia il prossimo lavoro.

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