Gianluca Vialli (Sette – aprile 2016)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 29 aprile 2016).
Bomber blucerchiato, bianconero e Azzurro. Giocatore e allenatore, anche contemporaneamente, del Chelsea. Ogni tanto il suo nome spunta tra le possibili candidature alla presidenza della Federazione italiana gioco calcio. Gianluca Vialli, 51 anni, dal 2002 srotola commenti sportivi in tv. L’intervista si svolge via Skype. Lui si trova a Londra, dove vive da tre lustri. Parla svelto, ma misura ogni parola. Gli faccio notare che è troppo moderato. Replica: «Io moderato? Sono riflessivo». Un esempio: quando gli chiedo di Carlo Tavecchio, presidente della Figc e maestro di scivoloni razzisti, dice: «Andrà giudicato per i risultati a fine mandato. Se dice una cosa razzista ovviamente mi dissocio, ma se ne dice una intelligente… mi associo».
Vialli è anche il conduttore di una miniserie di approfondimenti sui guai del mondo del pallone (Codice rosso), che andrà in onda dal 30 aprile su Sky. Nella prima puntata, Vialli definisce la Premier League inglese «il campionato più importante d’Europa».
E la serie A italiana?
«Per ricchezza e spettacolarità? Siamo al quarto posto».
Un lento declino.
«Non è solo un discorso tecnico. In Inghilterra ci sono stadi più adatti, c’è un’atmosfera migliore, c’è entusiasmo. Loro non aumentano i prezzi dei biglietti, per premiare un pubblico che riempie le tribune e con i suoi cori rende il calcio inglese vendibile in tutto il mondo».
In Italia molti stadi sono semivuoti.
«Ed è uno spettacolo che fa perdere l’entusiasmo. Qualche cosa di buono si sta muovendo. Le cose potrebbero migliorare quando i club italiani si costruiranno i loro stadi e faranno entrare solo chi vogliono, con tanto di liste d’attesa».
Se Vialli potesse manovrare le leve del governo calcistico…
«Mi concentrerei su trasparenza, credibilità e rispetto delle regole».
Metterebbe mano anche alla torta dei diritti tv?
«È competenza delle varie Leghe. Ma da capo del calcio mi preoccuperei di far sì che le decisioni sui diritti venissero prese in trasparenza, senza scorrettezze e senza giochi di lobby».
C’è chi vorrebbe le big europee riunite in una Super Lega, un campionato gonfio di top-player.
«Il tutto a discapito dei campionati locali. No, grazie. Lo scontro tra le stelle dei club europei dev’essere un premio agognato. Se diventasse routine dopo un po’ annoierebbe. E poi credo che il tifoso della Juve preferisca vedere la lotta contro l’Inter, piuttosto che contro l’Atlético Madrid. Il campanile. Invece non sarebbe male se l’Italia acquisisse il modello della Fa Cup».
Cioè?
«È una competizione a cui partecipano tutti i team iscritti alla Football association. È come se in Italia squadre minuscole di serie D o di Promozione avessero la possibilità di giocare a San Siro con il Milan o al San Paolo con il Napoli. Un sogno. Mi piacerebbe se la Coppa Italia diventasse così. Sarebbe un bel modo per coinvolgere ed entusiasmare il movimento».
La prima puntata di Codice rosso riguarda le storie di piccole squadre che sognano di fare l’impresa. Una di queste è il Leicester, allenato da Claudio Ranieri: primo in classifica a pochissime giornate dalla fine. Quanto c’è di Ranieri nell’impresa del Leicester?
«Tanto. Ranieri è più bravo di tutti gli allenatori inglesi. È arrivato in punta di piedi, ha aumentato la qualità della difesa e immaginato uno dei contropiedi più forti d’Europa. Introducendo un minimo di tatticismo in un mondo poco tattico, ha trovato una chiave per il successo. Tutto senza stravolgere troppo il modello inglese».
Il modello inglese.
«In Premiership si pensa al calcio durante il match e durante gli allenamenti. Punto. Anche perché i tifosi pretendono e premiano la performance più del risultato».
Non sembra un modello detestabile.
«Non lo è. Ti permette di giocare con meno pressioni addosso. Ma ci sono delle conseguenze: in Italia i calciatori pensano al calcio (e vabbé, un po’ anche alle donne) 24 ore su 24 e questo li abitua a ogni tipo di tensione. Molti giocatori inglesi, invece, quando giocano in Nazionale, dove oltre all’impegno sono richiesti soprattutto i risultati (che non arrivano da 50 anni), non reggono quella pressione».
L’insostenibile richiesta di vittorie delle piazze italiane. Roma, Torino…
«Quando indossi certe maglie la pressione è costante. Mi dicono che a Roma si sta sulle montagne russe: un giorno sei un re e quello dopo un incapace».
A Roma i tifosi hanno fibrillato per lo scontro tra Spalletti e Totti: l’Allenatore contro il Capitano.
«Spero che finisca la sua carriera con molte altre zampate indimenticabili e fondamentali per le sorti del campionato romanista. E capisco che sia innamorato del suo lavoro. Ma ammetto che se fossi stato in Totti mi sarei ritirato già l’anno scorso».
C’è un accanimento di Spalletti nei confronti di Totti? Ultimamente ha pure detto: “Totti non è la Roma”.
«Spalletti ha scelto una strategia che desse un taglio netto con l’atteggiamento dei precedenti allenatori. Ha messo la squadra al centro del proprio progetto. È normale che chieda a Totti di seguire gli stessi comportamenti richiesti ai suoi compagni».
Scelga: Sarri o Allegri?
«Il Napoli è più divertente e riconoscibile, la Juve ha più facce e si può adattare meglio alle situazioni più diverse. Si appresta a vincere il quinto scudetto di fila. Roba da robot».
La chiamavano Juverobot. Chi ha sprecato di più tra le avversarie?
«Milan e Inter. La Roma, prima dell’arrivo di Spalletti, si era involuta».
Il 28 maggio a San Siro si gioca la finale di Champions League…
«Punto sul Bayern Monaco. Ha già vinto in quello stadio nel 2001. Credo nelle congiunture astrali».
L’Europeo…
«L’Italia si comporterà bene. Mi fido di Conte. È uno che da allenatore ha vinto scudetti con Vucinic e Giovinco, che non sono esattamente come Ibrahimovic´ e Cavani. Ha portato tra gli azzurri la cultura dell’orgoglio e dell’umiltà».
Sono doti sufficienti per vincere?
«No. L’Europeo potrebbe andare alla Francia, Paese ospitante».
Se potesse suggerire a Conte una formazione…
«Le squadre si costruiscono dalla difesa e quando parti con quella della Juve, parti bene. Certo, qualche problema a centrocampo dopo l’infortunio di Marchisio ci sarà».
In politica, ormai, si chiede agli indagati di dimettersi. Nel calcio Conte resta al suo posto malgrado la procura di Cremona ne abbia chiesto la condanna per frode sportiva.
«Non è detto che Conte non sia innocente e che non ne esca pulito».
È un’affermazione amicale o è sempre così garantista?
«So quanto possono essere ingigantite certe situazioni. Quando un fatto è evidente è impossibile essere garantisti, ma non mi pare il caso di Conte. Tornando alla Nazionale, ci vorrebbe un attaccante che faccia il salto di qualità proprio durante gli Europei».
Chi potrebbe essere?
«Zaza? Qualcuno si deve dare una mossa».
Il gol più bello di Vialli in Azzurro?
«Forse quello sotto l’incrocio alla Svezia nel 1987».
Il gol che la rappresenta di più?
«Mi dicono tutti quello in rovesciata fatto alla Cremonese nel 1994. Giocavo nella Juve. Ma ce ne sono altri…».
Il più rocambolesco?
«Bari-Sampdoria, 1991. Tiro da fuori di Vierchowod. Palo-palo. Vedo il pallone che rimbalza incustodito davanti alla porta, penso “minchia che culo, è la prima volta che mi capita una palla così da opportunista”, solo che mentre mi avvicino scivolo. Non so come ma sono comunque riuscito a segnare di testa».
C’è qualche gol “non fatto” che la tormenta?
«Un paio di occasioni durante la finale di Champions a Wembley nel 1992».
La Samp perse la finale col Barcellona. È vero che sogna ancora di rigiocare quella partita?
«Ho fatto quel sogno per molti anni, ora è passata».
Dopo la sconfitta chi fu il primo a parlare nello spogliatoio?
«Nessuno dei giocatori. Ricordo che Boškov, l’allenatore, vide me e Mancini in lacrime e ci disse un paio di parole importanti».
Cioè?
«Sono cose personali. Boškov era uno che metteva sempre il punto finale. Dopo che aveva parlato lui, non restava molto da dire».
Chi è oggi il giocatore più sorprendente del calcio italiano?
«Buffon. Con tutti i colpi che ha preso… Ha una fame che mi sorprende».
A cena con il nemico?
«Direi… Arrigo Sacchi».
Perché Sacchi?
«A causa di una serie di incomprensioni non andai negli Stati Uniti con la sua Nazionale».
Pensavo che dicesse Zeman.
«…».
Negli anni Novanta Zeman disse che la crescita muscolare del Vialli juventino, era sospetta. Lei lo definì “terrorista”. Ora nella trasmissione Codice rosso ci sono un po’ di interviste al Boemo. Avete fatto pace?
«Siamo molto democratici, amanti della pluralità. Se qualcuno dice qualcosa di rilevante la inseriamo».
Al di là dei fatti personali, le piace il calcio di Zeman?
«Non lo conosco molto. Non sono mai stato allenato da Zeman… Oddio, l’ho nominato, ahah… Però ritengo che sia un po’ facile conquistare la fantasia dei tifosi lanciando le proprie squadre tutte in attacco. Trovare un equilibrio è cosa più complessa».
È chiaro: ha ancora un po’ il dente avvelenato per quell’accusa di doping.
«Ma no. Non mi va molto di parlare di questa storia vecchia».
È una storia finita bene?
«Per me non è neanche cominciata. Sono stato coinvolto solo sulla base di quello che lui aveva detto di me. Rendiamoci conto».

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