Luisa Ranieri (Sette – marzo 2016)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 4 marzo 2016).
Si infuria quando parla di tasse, si illumina quando descrive la sua leggendaria collezione di scarpe. Scherza: «Le scarpe sono l’unica cosa di cui sono davvero esperta». Aggiunge: «Una volta, per comprarne un paio avvistato in una vetrina parigina, sono rimasta senza i soldi per il viaggio di ritorno in Italia». Incontro Luisa Ranieri, attrice, nella sua abitazione romana. Giacchetta militare verde, jeans e stivali. Cadenza decisamente campana. È reduce dalla fiction spacca-ascolti Luisa Spagnoli e sta per sbarcare in sala con l’ultimo film di Fausto Brizzi, Forever young. Racconta: «Mi ha chiamato e mi ha chiesto se volevo interpretare una Milf aggressiva». Milf è l’acronimo di «Mother I’d like to fuck», un modo gergale per definire donne/madri oggetto di desiderio sessuale da parte di uomini più giovani.
Prima che ti chiamasse Brizzi sapevi che cosa fosse una Milf?
«No, ma poi mi sono informata».
Non ti ha dato fastidio che un regista ti chiamasse per interpretare una tardona?
«Fermi tutti! Una Milf non è una “Cougar”».
Potresti tradurre?
«La “Cougar” è la tardona, cinquanta/sessantenne che gioca ancora a fare la felina. La Milf è una mamma che j’ammolla e piace ai ragazzotti».
Ti sono mai capitati corteggiatori giovanissimi?
«No o non me ne sono mai accorta. Io sono un po’ rinco: saluto tutti con cortesia e perché temo di non riconoscere persone che dovrei conoscere».
Hai la fama di essere gelosissima. Temi le giovani corteggiatrici di tuo marito, Luca Zingaretti?
«Naaaa. Ogni tanto le signore per strada lo abbracciano. Ma è giusto così, basta non esagerare. Il pubblico è tutto. Forever young comunque è soprattutto un film che demolisce la ridicolaggine di tutti i maniaci della gioventù protratta: padri che non si rassegnano al naturale invecchiamento, mamme di 40 anni che si conciano come le figlie».
Tu hai 42 anni. Prevedi ritocchi, lifting e tagliandi assortiti?
«No, ma non giudico chi lo fa. Se sei amata e vivi in un contesto felice probabilmente non ti viene nemmeno in mente. Ma se hai intorno persone che ti dicono che non lavori perché sei invecchiata e ti fanno credere che col bisturi puoi tornare giovane, bella e fica… La verità è che i vent’anni non tornano e quando ti ritocchi spesso dimostri più anni di quelli che hai. Io prendo atto che i quarant’anni sono belli».
Luisa la saggia.
«Dieci anni di analisi mi hanno aiutata. Ho cominciato praticamente quando ho iniziato a fare questo mestiere. Era un approfondimento per capire come sono, un appuntamento piacevole con me stessa».
Come sei diventata attrice?
«Un po’ per caso».
È la risposta che danno praticamente tutte le persone che lavorano nello show business.
«Stavo attraversando un periodo abbastanza complicato. Mi ero iscritta a Giurisprudenza perché volevo fare il magistrato, ma non sopportavo la tensione degli esami. Svenivo per l’ansia. Un giorno ho incontrato un amico, gay e tossico, che mi ha raccontato di aver superato le sue difficoltà a parlare in pubblico partecipando a un corso di teatro. Così ho cominciato a frequentarlo pure io. Avevo 19 anni. Dopo un paio di esami lasciai l’Università, anche perché nel frattempo erano arrivati i primi spettacoli con la compagnia teatrale dei miei insegnanti e avevo capito che recitare mi piaceva davvero».
Prima avevi mai lavorato?
«Per arrotondare mettevo timbri in ufficio per l’azienda di famiglia: distribuzione di prodotti farmaceutici».
Ci sono ruoli che avresti difficoltà a interpretare?
«Dopo il film con Michelangelo Antonioni posso fare qualsiasi cosa».
Anche un ruolo da super cattiva come Donna Imma Savastano della serie tv Gomorra?
«Di corsa».
È vero che dopo aver girato una sequenza di nudo con Antonioni hai vomitato?
«Beh, Antonioni mi chiese di fare una scena di auto-masturbazione. Ero giovane, mi sono sentita male».
Hai dichiarato: «Ho fatto sparire quella scena dal Web». Uno strano destino: lavori con il maestro Antonioni e sei costretta a nascondere quel lavoro.
«Il film con Antonioni faceva parte di un progetto internazionale, Eros, che comprendeva pure un episodio diretto da Steven Soderbergh. Negli ultimi anni però la mia scena è stata estrapolata e usata da morbosi feticisti, piazzata in mezzo a scene porno. Sono intervenuta».
Se ti proponessero di presentare Sanremo, accetteresti?
«Non lo so. È un altro mestiere».
Ma tu hai già fatto Rockpolitik con Adriano Celentano.
«Celentano era il mito della mia infanzia. Sono cresciuta con le sue canzoni. Anche lì, avevo un’ansia…».
A causa della diretta televisiva?
«Sì. Ad Adriano non piaceva il fatto che fossi troppo perfettina, che mi preparassi troppo. Un giorno venne nel mio camerino e mi domandò: “Sai cantare qualcosa?”. Risposi di sì. Dopo qualche ora, praticamente senza prove, cantavo Maruzzella in diretta di fronte a dieci milioni di persone. Stonai. Ero desolata. Alla fine dello show Adriano mi disse: “Finalmente un po’ di umanità, sei stata fantastica”».
Hai lavorato col Molleggiato, sei stata diretta da Leonardo Pieraccioni e da Ferzan Özpetek. Ora come è stato lavorare con un regista ultra-renziano?
«Chi sarebbe?».
Brizzi ha collaborato con varie edizioni della Leopolda.
«Non lo sapevo. Ammetto che, fuori dai set, non frequento attori e registi, quindi so poco dei loro orientamenti politici».
Tu hai mai fatto politica?
«Da ragazza frequentavo Piazza del Gesù, a Napoli. Luogo storico degli azzeccati».
Gli azzeccati?
«La sinistra-sinistra-sinistra».
Oggi voti a destra o a sinistra?
«Ma nuncestannocchiù la destra e la sinistra. Sono tutti democristiani riciclati che vanno dove li porta la convenienza».
Renzi…
«Lo racconta lui stesso: è un diccì con qualche idea di destra e qualche idea di sinistra. Ha capito che il mondo è cambiato e che se fosse troppo di sinistra sarebbe fuori dalla storia. Si è adeguato. È un po’ furbacchione, un grande comunicatore».
Davvero con il fratello di Luca, Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, non parli mai di politica?
«Giuro. Ogni tanto gli chiedo qualche cosa, ma lui lascia scivolare altrove la conversazione».
Qualche anno fa hai detto che tu e Luca avete pensato di trasferirvi all’estero.
«Io vorrei che le mie figlie crescessero qui, ma ogni tanto si ha davvero la sensazione di fare tanto e di ricevere pochissimo in cambio».
Dare tanto, ricevere poco. Parli di riconoscimenti professionali?
«A parte il fatto che gli attori sono una categoria non protetta, precaria…».
Non credo che tu e Luca avrete mai problemi economici.
«Non pensare a noi o alle 4/5 star in circolazione. Pensa alle centinaia di attori che lavorano senza garanzie, che pagano contributi e probabilmente non avranno una pensione. A parte questo… Da me lo Stato prende il 69% di quello che guadagno. Che cosa ho in cambio come cittadino? Poco. Per quasi tutti i servizi principali, per evitare attese folli, devo ricorrere ai privati. La tentazione di andare qualche anno fuori, è tanta. Ne parliamo, ne parliamo… ma poi restiamo».
Hai un clan di amici?
«Ne cito un paio: Francesca, romana, fa l’avvocato, e Marinella, che vive ad Atlanta, negli Stati Uniti».
A cena col nemico?
«Con un prepotente. Sono quelli che tengo più a distanza… Con Matteo Salvini. Gli vorrei spiegare du’ cosette».
Qual è la scelta che ti ha cambiato la vita?
«Trasferirmi a Roma, nel 1997. Presi una stanza insieme con un’altra ragazza e cominciai a recitare per le pubblicità».
Il leggendario spot del tè freddo Anto’ fa caldo.
«Prima di quello ne ho fatti una ventina di cui non ero protagonista».
Il film preferito?
«L’amore molesto di Mario Martone. Una storia difficile che diventa accessibile a tutti grazie allo strumento filmico».
Il film che non vedi l’ora di far vedere alla tua primogenita, Emma?
«La ciociara».
La scena dei sogni, quella che avresti voluto girare?
«Innamorarsi: quando Meryl Streep e Robert De Niro si incontrano in metropolitana. C’è un’intensità pazzesca».
Hai lavorato in Francia. Ti hanno mai proposto una grossa produzione americana?
«Qualche anno fa. Per partecipare a un progetto statunitense con Kevin Costner rinunciai al ruolo di protagonista in Benvenuti al Sud. Alla fine, però, il film con Costner saltò».
Il libro?
«Le braci di Sándor Márai».
La canzone?
«Sono un jukebox ambulante. So a memoria centinaia di pezzi. Pino Daniele è la mia storia: A me me piace ‘o blues…».
Canti qualche ninna nanna alle tue figlie?
«Le invento. Spesso il testo è costituito dal racconto di quel che è successo durante la giornata».
Sai quanto costa un pacco di pannolini?
«Circa otto euro».
L’articolo 1 della Costituzione?
«L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro».
È anche democratica. I confini di Israele?
«Non li so. Se vuoi li sparo a caso. La Siria? In geografia pijavo sempre 3».
L’errore più grande che hai fatto?
«Ce n’è uno ricorrente: non cavalco mai l’onda».
Di che onda parli?
«Non sfrutto i grandi momenti di visibilità. Come avrei potuto fare dopo Rockpolitik. Tendo a ritrarmi, per una esigenza di autenticità. Ho bisogno di tornare a me stessa. Anche ora, dopo il successo della fiction su Luisa Spagnoli avrei potuto cominciare ad agitarmi, a frequentare salotti, per propormi surfando il momento. Invece sono andata in Brasile, da un’amica».
Il meritato riposo.
«A Rio mi sento a casa, come a Napoli. Solo che i carioca non mi riconoscono e posso stare in ciabatte tutto il giorno».

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