Antonio Iavarone (Sette – gennaio 2016)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 26 gennaio 2016).
Non ama la retorica sui cervelli in fuga. E con l’Italia ha un rapporto di autentico odi et amo: spera di rientrare trionfante, ma non vede grandi speranze all’orizzonte. Soprattutto per il Meridione. Antonio Iavarone, oncologo al Columbia University Medical Center, è celebre per aver denunciato il nepotismo scientifico delle università nostrane e per i suoi studi americani: a inizio gennaio 2016, insieme con Anna Lasorella, compagna di vita e di provette, ha pubblicato su Nature una ricerca con cui ha isolato la proteina Id2 che accelera il moltiplicarsi di cellule tumorali maligne nel cervello. Spiega: «Grazie alla possibilità di sequenziare il Dna e le proteine che si trovano in un tumore, possiamo individuarne le alterazioni genetiche e bombardarle con terapie personalizzate». Boom. «In questo modo si possono affrontare anche tumori che fino ad oggi non hanno reagito alle chemioterapie e alle radioterapie».
Intervista via Skype. Iavarone è nel suo studio di New York. Il tavolo è sommerso dai documenti. A un certo punto, il medico/scienziato gira il computer portatile e con la telecamerina inquadra i palazzi fuori dalla finestra: «Sono le sedi delle start up, gli incubators. Usano le nostre ricerche per sviluppare farmaci». Nel mondo di Iavarone le cose sembrano molto semplici: la buona ricerca attrae ricercatori talentuosi, è una calamita per finanziamenti e sforna cure efficaci. In questo mondo non c’è spazio per i raccomandati e nemmeno per le amministrazioni chiacchierone che annunciano progetti e poi non combinano nulla. Dice: «Lei non sa quante fregature ho preso in Italia».
Quante?
«Tante. La più incredibile nel 2009/10. Insieme con il Comune e con la Provincia di Benevento, e con la Regione Campania, cominciai a ragionare sulla possibilità di realizzare un centro di ricerca: il Mediterranean Institute of Biotechnology (Mib)».
Un nome altisonante.
«Doveva costare non so quanti milioni. Sono stati spesi cinquantamila euro per uno studio di fattibilità e poi… puff. Il progetto è sparito».
Si è infranta la sua occasione di tornare in Italia?
«No. Si è infranta la possibilità di attrarre ricercatori e fondi, in un territorio che avrebbe bisogno soprattutto delle cure prodotte dalla ricerca. Io sono un disperato che vorrebbe fare qualcosa per il Sud. Lo sa che dopo gli annunci strombazzati sui giornali mi hanno cominciato a chiamare molti studenti per chiedermi di lavorare al Mib? Erano convinti che fosse già operativo. Invece…».
Lei ha fatto parte anche di una task force di scienziati messa su dal governo Monti.
«Ci fu un bell’incontro con vari ministri. Caduto Monti… si è sgretolata anche la task force. I governi promettono, ma raramente mantengono. Con grande sfacciataggine, dal 2000 a oggi, ho scritto a tutti i premier per suggerire loro di non gettare soldi in strutture universitarie fallimentari e per suggerirgli di indirizzare i finanziamenti verso progetti di respiro internazionale».
Che cosa le hanno risposto?
«Poco o niente. Quasi tutti propongono piccoli provvedimenti per il rientro dei cosiddetti cervelli in fuga. Finzioni. Prese in giro. Ma veramente pensano che un ricercatore qualificato torni per un contratto da 500 euro al mese? Purtroppo le opportunità in Italia non parlano la lingua del mondo scientifico».
Faccia lei da interprete.
«Bisognerebbe smettere di parlare di cervelli in fuga. È dal Rinascimento che la patria degli scienziati è il mondo. E l’Italia dovrebbe puntare ad attrarre i migliori cervelli del mondo, non solo il mio o quello di altri italiani. Solo così si può attivare una crescita. L’industria non bussa alla porta di un laboratorio perché dentro c’è il parente di un politico. L’industria cerca opportunità commerciali e queste si trovano dove la ricerca è avanzata. Per attrarre cervelli servono progetti seri e internazionali. Gli stessi che producono cure sperimentali efficaci. Se ci fosse una grande struttura nel Sud Italia che si occupa di tumori al cervello, molti meridionali si risparmierebbero inutili viaggi della speranza in America».
Riceve molte lettere con richieste d’aiuto dall’Italia?
«Cinque/dieci al giorno. Cerco di spiegare che per studiare le loro malattie ho bisogno di campioni tumorali ben conservati. Ho anche parlato con alcune strutture ospedaliere spiegando che se avessero comprato i macchinari per ibernarli, poi avrei seguito io il trasporto dei campioni negli Stati Uniti. Crede che abbiano fatto qualcosa? No. Mi fa rabbia perché oggi le cure ci sono. Sono lì. Ma non sono cure di routine. C’è bisogno di tanta ricerca».
Come si passa dall’individuazione della proteina Id2 alla cura di un paziente malato di cancro al cervello?
«Quando ci vengono forniti i campioni da una sala operatoria, noi li purifichiamo, grazie alla presenza della proteina Id2 individuiamo le cellule staminali tumorali e le mettiamo nel cervello di un topo».
Gli animalisti saranno contenti di questa notizia.
«C’è una regolamentazione ferrea. I topi vivono coccolati come in un hotel a cinque stelle».
Fino a quando non iniettate loro un glioblastoma.
«Si chiama tumor avatar. È un clone del cancro che ci permette di sperimentare farmaci con il cosiddetto Co-Clinical Trials: invece di dare il farmaco al malato lo si sperimenta prima sul cervello del topo dove abbiamo fatto crescere lo stesso tumore del paziente. In questo modo si arriva a personalizzare le terapie. Il mio sogno è portare tutto questo nel Beneventano».
La sua infanzia a Benevento.
«Felice. Mio padre era pediatra e immaginava anche per me un futuro da medico cittadino».
Lei era adolescente negli Anni 70.
«Tempi di grandi ideologie e opposti schieramenti. Frequentavo i movimenti culturali della nuova destra. Leggevamo Alain de Benoist. Tra i leader c’era Marco Tarchi».
Università?
«Un anno a Napoli e poi a Roma: medicina alla Cattolica del Sacro Cuore. Nel 1991 partii per gli Stati Uniti. Sono rientrato quattro anni dopo per partecipare alla realizzazione di un centro di ricerca dedicato ai tumori infantili al Gemelli, sponsorizzato dalla Banca d’Italia».
Nel 2000 è tornato a New York.
«Il perché, lo avrà letto sui giornali».
Denunciò un caso di nepotismo: il primario vi aveva imposto di far firmare una ricerca anche a suo figlio.
«Fosse stata solo una. Ci ripenso con tristezza: io e Anna pensavamo che le istituzioni universitarie avrebbero preso le nostre difese».
Invece…
«Ricevemmo molta solidarietà privata, ma pubblicamente restarono tutti zitti, in difesa dei feudi universitari. Dicevano: “Ma che vi importa?”».
Già. In che modo vi danneggiava far firmare una ricerca anche al figlio del primario?
«In che modo? Quell’imbroglio abbatteva la nostra credibilità. Nel mondo scientifico internazionale la credibilità è tutto».
Vita da scienziato della medicina: più ore in laboratorio o davanti a un computer nel suo ufficio?
«Una giusta media. I momenti più calmi per approfondire la ricerca sono quelli nei weekend. Durante la settimana ci sono anche lezioni, meeting, riunioni per reperire fondi».
Lei si occupa di reperire fondi?
«L’Università mi tiene anche perché porto soldi. Io pago il mio stipendio e i miei progetti di ricerca attraverso un finanziamento del National Institute of Health».
È un ente pubblico?
«Sì. Se io cambio università, i soldi vengono con me. Le Università fanno a gara per accaparrarsi i migliori ricercatori anche perché portano con sé molti finanziamenti».
Lei ha figli?
«No».
Ha sacrificato la paternità sull’altare della medicina?
«Diciamo che il mio pensiero è rivolto quasi sempre ai passi scientifici successivi da fare. Le nostre scoperte sono importanti, ma lo sono soprattutto perché conducono a una nuova ricerca, a una nuova frontiera».
A cena col nemico?
«Con Eugenio Scalfari».
Condividerebbe un pasto con Renato Mastrangelo, il primario di Oncologia che lei denunciò per nepotismo?
«Non ci sarebbe grande conversazione. Quindi direi di no».
Quella vicenda portò a denunce e querele. Che cosa hanno stabilito i tribunali?
«Che avevamo ragione io e Anna e che il sistema universitario del Gemelli era infiltrato dal nepotismo».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Non aver anticipato di qualche anno la decisione di trasferirmi all’estero».
Che cosa guarda in tv?
«L’O’Reilly Factor, trasmissione tosta di uno dei più popolari giornalisti americani».
Il libro preferito?
«Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien e Il Corsaro Nero di Emilio Salgari».
Il film?
«Novecento. Da bambino anche io suonavo il pianoforte».
La canzone?
«La canzone dell’amore perduto di Fabrizio De André. Mi fa tornare in mente la tristezza che provo per il mio Paese. Io sono molto legato all’Italia e a Benevento. Quando posso mi guardo anche le partite della squadra campana».
Il Benevento gioca in Lega Pro (la vecchia serie C). Meglio un Nobel o il Benevento che vince lo scudetto di serie A?
«Lo scudetto. Ma solo se accompagnato dalla costruzione di un centro di ricerca internazionale per la cura dei tumori a Benevento».
Conosce i confini della Libia?
«Certo. L’Egitto, l’Algeria… Mio nonno viveva a Bengasi».
Quando la Libia era una colonia italiana?
«Sì. Dirigeva l’ufficio postale cittadino».
Conosce l’articolo 9 della Costituzione?
«No. Ammetto di no».
È quello che dice che la Repubblica promuove lo sviluppo della ricerca scientifica.
«Eh, che bello se fosse vero!».
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