Daniele Luchetti (Sette – dicembre 2015)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 4 dicembre 2015).
Ha immortalato l’arroganza del potere con Il portaborse (1991), la sgarrupatezza degli insegnanti di Stato con La scuola (1995) e gli scontri ideologico-famigliari degli anni Settanta con Mio fratello è figlio unico (2007). Daniele Luchetti, 55 anni, è regista e sceneggiatore pluripremiato, ora all’esordio in un doppio passo “film più fiction” sul Santo padre. Titolo: Chiamatemi Francesco (prodotto da Taodue). Svolgimento: «Bergoglio è passato dall’Inferno della dittatura argentina al Purgatorio delle periferie più povere del Sudamerica ed è arrivato al Paradiso del massimo status della Chiesa Cattolica».
L’intervista si svolge nell’appartamento trasteverino di Luchetti, a Roma. Sul tavolo mucchi di dvd immortali: Lo scopone scientifico, Assassinio per contratto, La stangata… Scherza: «Sono i film che dici di studiare continuamente, ma in realtà non li vedi da trent’anni». Quando gli faccio notare che il suo amico e maestro Nanni Moretti, a differenza di lui, probabilmente non si farebbe mai distribuire dalla berlusconiana Medusa, Luchetti replica: «Nanni è un artista rigorosamente autarchico. Gran parte delle sue energie sono rivolte a mantenere questo rigore, fa parte del patto che ha stipulato col pubblico sin dal suo primo film».
Parlando del film su Bergoglio lei aveva detto: «Non farò un santino». Invece un po’ lo è.
«Sto dalla parte del personaggio. Da onesto narratore. L’ho studiato per diciotto mesi. Lo sa qual è il commento più comune tra le persone che hanno incontrato Bergoglio nella sua vita pre-papato?».
Quale?
«Che non lo avevano mai visto sorridere».
Ora sorride sempre.
«Perché ora può migliorare la Chiesa come desidera».
Che cos’altro le hanno detto le sue fonti?
«Ho trovato sia adoratori sia detrattori. Un gesuita mi ha voluto incontrare in mezzo alla strada per raccontarmi di quanto sia ambizioso papa Francesco».
Nel suo film c’è una scena in cui Bergoglio dice Messa in casa del dittatore Videla, ma non si accenna alle teorie del giornalista Horacio Verbitsky che lo accusano di collaborazionismo.
«Le tesi di Verbitsky non sono molto attendibili. E comunque nel girato c’è tutto, anche il periodo in cui Bergoglio visse in Germania e quello in cui insegnava in un collegio di Gesuiti. Probabilmente inserirò queste scene nella serie. Per il film ho dovuto scegliere. E ho voluto rispondere a una domanda specifica: come mai papa Francesco ci appare così serenamente forte?».
La risposta?
«Chi ha attraversato dittature, povertà e disperazione… è molto molto più forte di chiunque trami alle sue spalle. Francesco fa parte di una Chiesa latinoamericana molto innovativa. I suoi documenti hanno un peso sociale e religioso eccezionale. L’Enciclica Laudato si’ è praticamente un manifesto politico».
Il Papa riceve molti applausi dalla sinistra italiana.
«È un po’ riduttivo parlare di Bergoglio in termini di destra o di sinistra, ma effettivamente lui pone un’attenzione agli ultimi e agli svantaggiati che la nostra gauche non ha più. Io sono praticamente un nostalgico del vecchio Pci: un tempo avevamo idee, usavamo parole come uguaglianza, impegno civile… Ora il Pd sembra inseguire solo la crescita del Pil».
Mi pare di capire che lei non sia un renziano sfegatato.
«No, infatti. Quando girammo Il portaborse, l’idea era quella di prendere alcune spie dell’arroganza di una certa sinistra e caricarle con l’elettricità. Col tempo è come se si fosse completato il processo e le batterie dell’arroganza si fossero scaricate. Ora a dominare c’è altro: gli interessi, la confusione e le lotte intestine».
Lei ha mai fatto politica?
«Quando frequentavo il liceo Vivona, in zona Eur a Roma, ero in area Fgci, i giovani comunisti italiani».
L’avvicinamento al mondo del cinema come è avvenuto?
«Ho frequentato le sale sin da piccolissimo. Mia zia Mafalda mi chiedeva: “Andiamo a vedere un film schizofrenico?”. Era l’aggettivo con cui chiamavamo le pellicole un po’ impegnate: Bergman, Fellini… Da ragazzo uscivo di casa apposta per mettermi in fila davanti al cinema, senza nemmeno sapere che cosa avrebbero proiettato».
Oggi il cinema vale il prezzo del biglietto?
«Io ci vado quando so che sarà un evento irripetibile e quando mi voglio godere quella concentrazione condivisa che solo il cinema sa dare. La serie A dei film va vissuta in sala. Il livello medio per molti lo si può vedere a casa, anche perché le tv series americane di qualità ormai soddisfano la necessità del prodotto medio».
In realtà si dice che le fiction abbiano eguagliato il livello qualitativo del cinema.
«Non mi pare che qualcuno abbia raggiunto il livello di Hicthcock o dei fratelli Cohen».
True detective
«Bello, ma se qualcuno proponesse quei dialoghi al cinema gli spettatori sradicherebbero le poltroncine per tirarle contro lo schermo. Il problema vero è che ormai il pubblico si sta trasferendo».
Da dove a dove?
«Semplifico: sono spariti i cinema di città, fioriscono i multiplex dove abbondano i film medi americani e così i film di qualità spariscono dalla circolazione. Tv e multiplex trionfano imponendo un prodotto medio».
Il trionfo della mediocrità?
«Come mai a Parigi hanno appena aperto una multisala dove proiettano solo capolavori restaurati e invece a Roma chiudono i cinema dove si proiettavano i film in lingua originale?».
Come mai?
«Per lo stesso motivo per cui la Francia investe un miliardo nel cinema e l’Italia quaranta milioni. A Buenos Aires, dove il teatro è detassato, ci sono 450 spettacoli all’anno. A Milano? A Roma? Probabilmente molti meno. E questo vuol dire meno indotto culturale, meno lavoro per autori e attori… Io il casting per Chiamatemi Francesco l’ho fatto proprio nei teatri».
Se il cinema non attrae è anche colpa della politica che non lo finanzia?
«È ovvio che il primo passo per riportare la gente al cinema è fare film più belli, quindi è prima colpa nostra, degli autori, sceneggiatori… ma un contesto culturale più favorevole aiuta. Da noi conta di più lo share».
Share. Lei ha prestato la sua macchina da presa agli spot.
«All’inizio mi dissero che mi ero venduto al capitale. Ma tutti fanno pubblicità anche se non lo dicono: Kiarostami ci finanzia i suoi film. Io uso la pubblicità anche per fare qualche esperimento espressivo o per provare un attore».
Mi fa un esempio?
«La camera a spalla. Prima di utilizzarla in Mio fratello è figlio unico l’ho sperimentata negli spot con Christian De Sica».
Attraverso uno spot, lei ha lanciato l’attore Stefano Accorsi.
«Faceva la comparsa in una pubblicità telefonica ed era stato molto efficace sui tempi di una battuta. Me ne ricordai mentre facevo il casting per lo spot di Maxibon e chiesi al mio aiuto regista di rintracciarlo».
Nacque la battuta leggendaria: «Tu gust is megl che uan».
«Eheh. La proposi io al cliente».
Le è mai capitato di dire di no a una proposta di un produttore?
«Continuamente. Dopo Il portaborse mi proposero di realizzare L’anchorman. Dopo La scuola, volevano La scuola B e poi la C. Ho sempre rifiutato».
Perché?
«Per evitare di annoiarmi».
Ha qualche progetto che si è incastrato in un cassetto?
«Anni felici».
Anni felici non è rimasto in un cassetto. Era in sala nel 2013.
«È un film che non ho risolto. Molto personale. Non è venuto come volevo. O forse non ho mai saputo come lo volevo. O forse semplicemente non dovevo farlo».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Decidere di vivere di cinema, dopo aver visto la prima busta paga, sul set di Bianca».
L’alternativa quale era?
«Mio padre era artista e artigiano. Stavo preparando l’esame per l’Istituto centrale di Restauro».
Le prime mansioni sul set?
«Facevo qualsiasi cosa. Sono stato assistente e poi aiuto regista di Nanni Moretti».
Moretti come la scelse?
«Avevo girato un corto intitolato Cinefilles. Lo segnalarono a Nanni e lui mi chiamò».
Il film preferito?
«8 e 1/2 di Federico Fellini».
La canzone?
«Speak low di Kurt Weill. Un minuto molto romantico».
Il libro?
«Moby Dick di Herman Melville. Una quindicina di anni fa Domenico Starnone mi disse che ero fortunatissimo a non averlo mai letto, perché da adulto me lo sarei goduto anche di più. Da quel momento ho cominciato a leggere tutti i libri che fingevo di aver letto».
Conosce i confini della Siria?
«No».
Iraq, Giordania, Turchia… L’articolo 11 della Costituzione?
«Uhm…».
È quello che dice che l’Italia ripudia la guerra.
«Ecco, ammiro molto i Paesi che decidono di spendere più soldi in cultura e meno in armi».

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