Walter Veltroni – 2 (Sette – ottobre 2015)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 23 ottobre 2015).
Incontro Walter Veltroni, ex sindaco di Roma e fondatore del Pd, nel suo appartamento romano. Quartiere Salario. Sulla parete del salotto, tra un disegno di Fellini e la foto di famiglia scattata dopo la vittoria alle Comunali del 2001, c’è lo schizzo del progetto dell’Auditorium, luogo culto del veltronismo. Il disegno glielo ha regalato Renzo Piano qualche mese fa per i suoi sessant’anni. L’età ha molto a che fare con il volume che Veltroni ha appena dato alle stampe (Ciao, Rizzoli). Dice: «Ho sempre vissuto progettando. E a sessant’anni si fa più fatica a progettare. Invece di fare come tanti che continuano a stare in politica, io ho cominciato a girare film, rischiando di beccarmi pomodori e insulti. E ho continuato a scrivere. In quest’ultimo romanzo, cerco mio padre Vittorio».
Siamo nella stessa stanza in cui si svolge gran parte di Ciao. Ci sono cinque telecomandi su un tavolinetto. Tre librerie gonfie di dvd. Una scrivania ricoperta di carte. C’è anche la scatola d’argento con incise le firme dei colleghi Rai di Vittorio Veltroni che contiene le fiches colorate con cui Walter giocava da piccolo. Il libro è un fantasy intimo: Veltroni immagina di incontrare suo padre, morto quando lui aveva un anno. Dalla conversazione tra i due nasce un racconto intrecciato: l’informazione Rai degli anni Cinquanta, di cui Vittorio era mattatore, e l’infanzia anni Sessanta di Walter. Le radiocronache di eventi epocali e le lotte politiche. Il padre che veniva soprannominato “volemose bene”, per l’indole pacificatrice, e il figlio gran cerimoniere del buonismo nazionale. C’è tutta la cosmogonia veltroniana e ci sono molti ricordi personalissimi dell’ex leader democratico. Il volo liberatorio, in aliante, dopo le dimissioni da segretario del Pd. Il rapporto con mamma Ivanka, le partite di calcio infinite al parco dei Daini, le molestie subite sulla Cristoforo Colombo dopo un concerto dei Rolling Stones, la conferenza di Herbert Marcuse al teatro Brancaccio di cui non capì molto, la canzone A Whiter Shade of Pale ballata con la figlia di un dirigente del Pci, sperando che nessuno passasse con la scopa per chiedere il cambio. Domando: la figlia del dirigente era l’economista Lucrezia Reichlin? Replica: «È difficile sbagliarsi. Lei era inarrivabile». Veltroni, nel finale, costringe persino se stesso a una straziante telecronaca del funerale del padre.
Quando insisto troppo con le domande su Roma, sul Pd e sulla Rai, mi stoppa: «Io non mi occupo più di politica. Questo è il libro più importante della mia vita e non voglio sporcarlo con le polemiche sull’attualità». Gli faccio notare che leggendo la conversazione immaginaria con il padre, si percepisce una tensione sul presente di Walter Veltroni. Una paura. Spiega: «La vecchiaia per me è un inedito, come lo è stata la paternità. Non ho avuto un padre a cui ispirarmi e non ho mai visto un Veltroni invecchiare».
Che tipo di vecchiaia vorrebbe avere?
«Non incattivita. Senza rimorsi né rancori. Si può essere vecchi come quelli che ho amato: Ciampi, Napolitano…».
Ex Presidenti della Repubblica. Aspira al Quirinale?
«Ma no. Loro, come Vittorio Foa e Pietro Ingrao, sono diventati vecchi mantenendo uno sguardo positivo sul futuro».
Nel libro lei cita anche Sandro Pertini.
«Racconto di quando da Presidente ex partigiano andò al capezzale di Paolo Di Nella, militante di destra, sprangato da aggressori di sinistra e morente. Fu un gesto controcorrente. E sarebbe dovuta essere una mossa conclusiva. Invece, per molti anni, si è continuato a coltivare l’ambiguità per cui esiste una violenza sostenibile. Come sindaco ho cercato di ricucire le ferite inferte alla città di Roma dagli scontri brutali tra giovani degli anni Settanta».
Ha un rimpianto su Roma? Qualcosa che avrebbe voluto realizzare da sindaco e non ci è riuscito?
«Tanti. Mi dispiace, per esempio, non aver costruito lo United Religions: un luogo in cui far incontrare tutte le religioni. Ne avevo parlato sia con papa Ratzinger sia con il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon».
In Ciao, il suo io narrante racconta a suo padre che oggi in Italia le persone hanno smesso di sorridere, che hanno perso la fiducia e che crescono l’intolleranza e la violenza.
«Noi viviamo in un tempo fantastico. Ma viaggiamo troppo velocemente sul pelo dell’acqua. Non abbiamo più voglia di fermarci per osservare i fondali. Siamo nel cuore di una rivoluzione tecnologica che muta l’antropologia degli esseri umani. Ecco, il compito valoriale della sinistra oggi è quello di armonizzare velocità e profondità».
Il Pd sta andando in questa direzione?
«Sto parlando di un processo che riguarda tutti. La politica, certo, ma lei non pensa che anche i media dovrebbero riflettere? Ormai non metabolizziamo più le notizie che ci travolgono. Tutto si basa su un impatto rapido ed emotivo. Purtroppo una società emotiva è esposta al veleno della paura e della violenza».
Una società emotiva è anche caratterizzata da una politica con identità poco definite. Il Pd…
«Il Pd che ho provato a costruire io era un partito libero dalle ideologie e con un forte ancoraggio valoriale: una sinistra maggioritaria che l’Italia non aveva mai avuto».
Oggi che cosa è diventato il Pd?
«Le mie responsabilità finiscono nel 2009. Ma non smetto di sperare il meglio per il Pd e per il riformismo italiano».
Lei utilizzò la formula del partito “a vocazione maggioritaria”. Oggi il Pd è costretto a chiedere aiuto a senatori di ogni colore politico.
«Non mi faccia parlare dell’attualità… Il mio Pd era nato per creare consenso intorno a un programma e a una identità. Purtroppo vedo riaffiorare un’idea di sinistra che ho sempre rifiutato: quella per cui si è di per sé minoritari e si ha bisogno di volta in volta di allearsi con questo e con quello. Ma per fare che cosa? Si dovrebbe tornare a prendere decisioni sulla base del nostro sistema di valori, anche perché oggi il Pd ha una forza che prima non aveva».
Lei era vice-premier quando fallì il tentativo di approvare i Dico. Nel sistema di valori del Pd c’è anche una legge sulle unioni civili per i gay?
«Considero ormai inspiegabili l’arretratezza del sistema politico e delle decisioni legislative su questa materia. È inutile raccontarci un mondo che non c’è più. Oggi i rapporti d’amore sono quelli che sono, quindi vanno sanciti».
A cena col nemico?
«Con qualcuno che mi faccia capire meglio la natura e i programmi del Movimento Cinque Stelle. Ci sono molte cose, lì dentro. Ed è sbagliato appiccicare facili etichette».
Il prossimo sindaco di Roma potrebbe essere un pentastellato?
«Potrebbe. In democrazia funziona così. Ma io spero che la sinistra riformista, profondamente rinnovata, riesca a riprendere ed evolvere il cammino delle Giunte che hanno cambiato la città: quella di Petroselli, di Rutelli, la mia fino e quella di Marino».
Lei ha un clan di amici?
«In questo momento frequento soprattutto quelli di mia moglie. Quando lo incontro sto molto bene con Ettore Scola. Ciao è dedicato anche a lui».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Ne cito due. La prima a diciotto anni quando ho smesso di fare l’assistente alla regia di Gianni Bongioanni e sono diventato responsabile degli studenti della Fgci romana. La seconda quando ho lasciato l’incarico di sindaco di Roma per approdare alla segreteria del Pd».
Che cosa guarda in tv?
«Molto sport e serie tv: Les Revenants, Fargo…».
Sono tutte serie trasmesse da Sky. La Rai…
«La Rai quando ci si mette produce ottimi risultati, come Montalbano. Certo avrebbe dovuto produrre anche fiction come Romanzo criminale e Gomorra, e invece… Credo che ora stiano facendo uno sforzo di correzione. Quando ero al governo ho sponsorizzato una legge che obbliga i broadcaster a investire una quota di bilancio nella produzione di fiction italiane. Quelle cifre oggi andrebbero controllate. Se fossi un dirigente Rai spingerei anche per rendere fruibili le Teche. Lì dentro c’è la storia d’Italia».
Rai. La politica cerca ancora di controllarla con i suoi artigli. Ha letto le polemiche sui talk gufanti?
«Non mi va di parlarne. Ma dico questo: la Rai potrebbe avere un ruolo fondamentale nella ricostruzione di un clima civile».
I talk…
«Sono disposto ad aprire un confronto culturale, non politico sui talk. Ad alcuni oggi si potrebbe togliere l’audio, perché si sa che cosa diranno le persone. Ma temo che sia più colpa della politica che dei conduttori. Spesso, è vero, non c’è una narrazione originale».
La narrazione originale può essere anche da “gufi”?
«Chi ama il racconto non può pensare di mettere paletti politici».
Il film preferito?
«2001 Odissea nello spazio. Il modo in cui Stanley Kubrick descrive la tragedia della perdita della memoria è eccezionale».
La canzone?
«She’s leaving home dei Beatles. E La canzone dell’amore perduto di Fabrizio De André”.
Il libro?
«Il castello dei destini incrociati: il punto più alto della complessità narrativa di Italo Calvino».
Conosce i confini dell’Ungheria?
«Se mi dà un minuto li visualizzo. Una cosa è certa, però: chi alza muri non può restare in Europa».

Categorie : interviste
Commenti
Cinzia 2 novembre 2015

Ho sempre ritenuto Veltroni una persona intelligente. Questa intervista me lo fa sentire molto vicino, nei valori e nelle opinioni. Credo che tu sia riuscito a far emergere la sua personalità, le sue idee… Bravo

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