Paolo Fresco (Sette – ottobre 2015)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 30 ottobre 2015).
Paolo Fresco, ottantadue anni, è un omone garbato. Interrompe la nostra conversazione solo quando a richiederlo è l’assistenza a sua moglie Marlene. È stato presidente della Fiat, prima dell’era Marchionne, e numero due della General Electric, nel periodo di espansione globale della multinazionale americana. Spiega: «Negli Stati Uniti ho guadagnato più soldi di quanto mi rendessi conto. Dato che non abbiamo figli e non ci sembra educativo disperdere questo patrimonio, abbiamo deciso di dar vita a una fondazione e a un centro di ricerca. Si chiamerà Fresco Institute Italia». Tradotto: Fresco ha deciso di donare circa 25 milioni di dollari in un’attività benefica. Dice: «Cercherò di unire la grande organizzazione della New York University – Langone Medical Center con i talenti italiani disponibili nella ricerca del nostro Paese. Gran parte della donazione, circa 14 milioni, verrà spesa in Italia, con lo scopo di creare un network di eccellenza per la cura del Morbo di Parkinson». Perché proprio il Parkinson? «In un primo momento io e Marlene avevamo deciso di aiutare le scuole sponsorizzando attività artistico-pedagogiche. Poi, sette anni fa, mia moglie si è ammalata di una forma grave di parkinsonismo» Parkinsonismo? «Anche io non sapevo che cosa fosse. E quando i medici mi spiegarono che è una sorta di cugina del Parkinson tirai un breve sospiro di sollievo. Ma poi mi dissero che si trattava di una cugina crudele e aggressiva. E il sospiro rimase strozzato».
La prima sede italiana del Fresco Institute sarà un casale sulle colline fiesolane, a pochi passi dalla villa dove si svolge l’intervista. Prima di cominciare Fresco mi mostra le opere della sua collezione: il genio pop-artistico di Roy Lichtenstein, un paesaggio milanese del maestro Bellotto, due sculture sacre quattrocentesche… È particolarmente fiero di una scacchiera firmata da Man Ray e da Marcel Duchamp, testimonianza appesa della sua duplice passione per l’arte e per gli arrocchi. Una foto in tenuta dolomitica illustra il suo entusiasmo per l’arrampicata: «Ho scalato tutte e tre le cime di Lavaredo».
Fresco è un renziano sfegatato. Per rendere l’idea, usa una metafora in voga nel Ventennio: «Sono renziano ante-marcia». L’uomo soprannominato Mister Globalisation che tifa per il giovane leader di centrosinistra. Dichiara: «Renzi sta cercando di adeguare il Paese alla globalizzazione. Anche perché la globalizzazione non è un desiderio, o un’alternativa. È una realtà».
Quando vi siete conosciuti?
«Renzi aveva 29 anni. Ed era appena diventato presidente della provincia di Firenze. Mi chiamò e ci incontrammo. Da quel giorno mi ha utilizzato un po’ come si fa coi vecchi saggi. Siamo diventati amici. Ho pensato da subito che lui rappresentasse un’affascinante nuova linfa per la politica italiana. Aveva e ha parecchie marce in più».
L’ultima volta che vi siete incontrati?
«Qualche settimana fa. Ero con Ken Langone…».
…il multimilionario americano con cui lei collabora per il centro di ricerca…
«… ci ha ricevuti a Palazzo Chigi e abbiamo pranzato lì. Sul menù di accoglienza mi ha scritto: Fiorentina 14 – Inter 12».
Cioè la descrizione della vetta della classifica del campionato di serie A di qualche settimana fa.
«Io sono interista. I colori calcistici ci dividono, ma siamo andati spesso allo stadio insieme».
Lei è anche un finanziatore della Leopolda.
«È vero, ma non ci sono mai andato».
In quale azione del governo Renzi vede un po’ di “Fresco-pensiero”?
«Non so se l’ho influenzato, ma si è creato un bello scambio di idee. La mia esperienza, la sua energia».
Marchionne, che è il suo successore alla Fiat, e Renzi ora sono grandi amici, ma tre anni fa battibeccarono sull’abbandono del progetto Fabbrica Italia da parte del gruppo torinese.
«Sono uomini da confronto duro».
Marchionne. Con lui la Fiat si è de-italianizzata.
«Il destino della Fiat automobili era di morire o di fondersi con qualche altro gruppo. Marchionne è riuscito a portare a casa una fusione e a mantenere il controllo manageriale. Lo stimo. Io proposi ad Agnelli di vendere Fiat Auto a Mercedes. Si rifiutò dicendo che il nonno si sarebbe rivoltato nella tomba. In realtà, se avessimo venduto, oggi la Fiat sarebbe piena di soldi utili per sviluppare le altre attività del gruppo».
Lei non ha venduto Fiat a Mercedes, ma gestì la cessione del 20% di Fiat Auto alla General Motors. E GM, quando ne ebbe la possibilità, pur di non completare l’acquisto pagò una sorta di penale da 2 miliardi di dollari.
«Ero considerato un buon mediatore. E il segreto di ogni trattativa è la saggezza. Quando si accetta di fare il partner di un colosso mondiale ci si deve tutelare. Io ho dato armi efficaci alla Fiat per non restare stritolata, ma poi è stato Marchionne ad aver usato molto bene questi strumenti».
Quando lei è arrivato a Torino, i quotidiani la chiamavano l’Americano.
«So che in alcuni ambienti suona come una critica, ma io sono fiero anche del soprannome Mister Globalisation. Credo di aver previsto prima di altri che cosa sarebbe diventato il mondo: o sei globale o sei fuori. O al massimo puoi accucciarti in una minuscola nicchia di mercato».
I frutti amari della globalizzazione in Italia: salari più bassi, lavoro più precario.
«È un discorso complesso. Ma ogni Stato deve riorganizzare il suo mercato del lavoro e il suo welfare. Credo che Matteo lo stia facendo in una maniera che non lo renda inviso agli elettori».
Da bambino lei sognava di fare il manager?
«Non avevo grandi sogni professionali. Quando avevo undici anni è successa una disgrazia famigliare che ha influenzato l’idea che avevo delle mie responsabilità: mio fratello è morto in un incidente ferroviario. Da quel momento ho sentito il dovere di compensare i miei genitori, dando loro soddisfazioni doppie».
Che studi ha fatto?
«Liceo e università a Genova. Ho studiato Legge».
È vero che andava a scuola con Paolo Villaggio?
«Ero compagno di banco del fratello. Paolo è sempre stato divertentissimo. Un genio. Siamo ancora molto amici. A Genova ho conosciuto una generazione di artisti notevole: Gino Paoli, Fabrizio De André…».
Li frequentava?
«Con Faber condividevamo la passione sarda per la Gallura. La sera ci si metteva un’ora per convincerlo a cantare e tre per obbligarlo a smettere. Ho capito tardi che anche lui era un genio: all’inizio lo consideravo un burbero di talento che suonava bene la chitarra».
Il suo primo lavoro?
«Avvocato in uno studio legale di marittimisti. Ero ambizioso. Quando capii che non c’era grande spazio per le promozioni decisi di guardarmi intorno e trovai un posto come capo dell’ufficio legale della CGE, una sorta di succursale della General Electric. Producevamo macchinari per l’energia, motori, elettrodomestici. A inizio anni Settanta divenni amministratore delegato della stessa CGE e nel 1976 la General Electric mi offrì il ruolo di responsabile per l’Africa e il Medio Oriente».
Vita da globetrotter?
«Sì. Scelsi come sede Londra. Ma ero continuamente in viaggio. A inizio anni Novanta facevo su e giù da Londra e New York anche in giornata, con il Concorde».
Della multinazionale planetaria General Electric, guidata da Jack Welch, poi lei è diventato il numero due.
«È Jack Welch (ex chairman e Ceo di GE, ndr) ad avermi dato il nomignolo di Mister Globalisation. Ero il suo responsabile per gli affari internazionali: sostenni che ormai i concorrenti principali erano europei e che per vincere la sfida bisognava attaccarli a casa loro. Quando mi diede l’ok mi scatenai in una serie di fortunate acquisizioni».
Anche in Italia?
«Certo. In Italia prendemmo la Pignone».
In Italia lei ha concluso la sua esperienza da manager.
«Quando sono arrivato in Italia la Fiat aveva grossi problemi. Ne sono uscito faticosamente. Sospirando».
A cena col nemico?
«Non posso certo considerarlo un nemico, ma andrei volentieri a cena col Papa. Mi affascina, interpreta con grande forza il messaggio di Cristo. Se continua così mi riavvicino alla Chiesa Cattolica».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Sposare mia moglie Marlene».
Dove l’ha conosciuta?
«L’ho incontrata la prima volta a Roma. Era una modella di origini mauriziane. Dopo quattro anni, nel 1967, l’ho rivista a New York. Stiamo insieme da allora».
Sa quanto costa un pacco di pasta?
«No comment. Non lo so proprio».
Conosce l’articolo 1 della Costituzione?
«Dice che siamo una repubblica fondata sul lavoro».
È un articolo che le piace?
«Diciamo che i Padri Costituenti hanno utilizzato una formula un po’ demagogica».
Che cosa guarda in tv?
«Guardare la tv è anche un modo per stare accanto a mia moglie. Mi diverte L’Eredità su Raiuno. Sono anche bravino a scovare gli intrecci di parole».
Il film preferito?
«Tutti quelli di Federico Fellini. E poi Il settimo sigillo e Rashomon. Concordo col mio amico Villaggio sul fatto che La corazzata Potëmkin sia una cagata pazzesca».
La canzone?
«L’aria Nessun dorma della Turandot. Da ragazzo ho avuto ambizioni canterecce. Tra il basso e il baritono».
Le capita ancora di cantare?
«Canticchio. Sono specializzato in Les feuilles mortes di Yves Montand. E poi per far addormentare Marlene, ogni tanto le intono una ninna nanna mauriziana».

Categorie : interviste
Commenti
giacomo 18 dicembre 2015

ho avuto il piacere di conoscere paolo fresco , e una brava pesona a un cuore grande e rispetta a tutti , lo stimo come persona

Gianni P. 7 marzo 2016

Addio Marlène carissima……

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