Maurizio Maggiani (Sette – settembre 2015)

2 commenti

(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 25 settembre 2015).

A un certo punto, mentre sta declinando le sue perplessità sulla deriva oligarchica della riforma del Senato, si ferma e si rivolge a qualcuno nella stanza a fianco: «Abbassa il fuocoooo». Poi a me: «Sto preparando una zuppa di fagioli e sedano, con qualche pezzo di salsiccia dentro». Maurizio Maggiani, 64 anni, non ama essere definito «scrittore», preferisce «narratore». È anche polemista e autore di invettive. Dice: «Sono anarchico e conservatore». Vota? «Non più. Non voglio cedere la mia sovranità a delle facce da culo».
Vive con sua moglie Gloria, detta «la Faenza», nella campagna romagnola, tra vigneti di Sangiovese e albicocchi. Racconta: «Sono nato figlio di operaio e morirò figlio di operaio». Obietto: «Lei ha vinto uno Strega, un Campiello, uno Stresa… È l’autore più premiato tra gli italiani. C’è scritto anche sulla fascetta della sua ultima fatica Il Romanzo della Nazione (Feltrinelli)». Ride: «Il più premiato… Ma come gli è saltato in mente di scrivere quella roba? È un po’ come se fossi la Scavolini della letteratura».
Maggiani non twitta e non frequenta i social network. Quindi non ha letto il cinguettio con cui lo scrittore Fulvio Abbate ha commentato l’uscita del Romanzo della Nazione: «Il renzismo si fa romanzo! Narratori coraggiosi. #maggiani». Maggiani si mette in scia con lo storytelling di Renzi e del partito della Nazione? Replica: «Se Abbate viene a casa mia gli faccio vedere il file di inizio lavori. È datato 2011. Il premier era Monti». Effettivamente basta leggere l’esergo per capire che il libro non è ispirato al neo-ottimismo fiorentino: «Questa è una storia di gente viva, viva davvero, intendo. E è la storia di una Nazione che è morta, morta sul serio, voglio dire». Maggiani individua tra le cause del decesso la perdita della memoria. Spiega: «La Nazione e il suo romanzo si formano quando un popolo, testa per testa, prende la propria vita e la propria storia e la condivide, in un patto libero e franco».
In Italia non è mai successo?
«Noi avevamo gli elementi per una grande storia fondante, ma ci sono stati alienati».
Di quali elementi parla?
«Della rivoluzione italiana. Quella che ebbe per protagonisti Mazzini e Garibaldi».
Il Risorgimento?
«Anche se lo usò per primo Mazzini, il termine Risorgimento non mi piace: fa parte di un’operazione di marketing dei Savoia. Preferisco “rivoluzione italiana”. Abbiamo vie dedicate e piazze intitolate ai nostri eroi ma non ricordiamo neanche più chi sono. Gli americani hanno dedicato centinaia di film ai miti che fondarono la loro Nazione. E noi? Da noi è stata coltivata la smemoratezza. Abbiamo perso la memoria di tutti gli italiani che dalla Sicilia in su hanno lottato per l’Italia. È rimasta la retorica dei Savoia e di uno Stato in cui per cinquanta anni le decisioni sono state prese dal 2% di cittadini maschi adulti scelti per censo. Che Nazione può nascere se alla base ci sono solo gli interessi dei ricchi?».
In Italia c’è stata anche la Resistenza. Mito fondante repubblicano.
«È vero. Ma la Resistenza da Firenze in giù l’hanno sentita solo raccontare, non l’hanno vissuta. Non è la storia di tutta la Nazione».
Lo è il suo Romanzo della Nazione?
«No. Il mio è un incipit. È la storia di alcuni costruttori di questa Nazione. Ma ci sono milioni di altre storie che andrebbero raccontate. Bisognerebbe tornare a coltivare la memoria e trovare un filo comune per queste storie. La memoria per capire chi siamo, che poi è l’unico modo per non perdersi. Nulla come la memoria ha la potenza creativa per immaginare il futuro».
Il premier Renzi col suo racconto ottimista vuole traghettare gli italiani nel futuro.
«Renzi forse vuole costruire un partito della Nazione. E racconta una favola. Penso che la racconti bene visto il suo successo. Ma quella favola non può essere il mito fondante di una Nazione».
Memoria. Lei ha usato la sua, nel 2014, per scrivere un’invettiva (I figli della Repubblica) e per demolire la sua generazione.
«Sono stato dentro Lotta Continua per molti anni. La mia generazione ha avuto in dono dai padri molto tempo e la possibilità di istruirsi. E con quel tempo che cosa ci abbiamo fatto fatto? Lo abbiamo dissipato. Abbiamo fantasticato».
La generazione del ’68, la contestazione, la partecipazione, gli ascensori sociali in movimento…
«Macché. Pensavamo di avere il mondo nelle nostre mani. E invece una parte di noi è morta, anche di eroina, un’altra parte è finita in galera, e un’altra ancora si è salvata per caso. Nessuno di quella generazione ha pensato di spargere almeno una briciola per i propri figli».
Lei ha scritto: «Strapparono i coglioni agli amatissimi figli e le ovaie alle dilettissime figlie».
«Esatto. Hanno saccheggiato l’eredità dei loro padri e poi hanno impedito ai loro figli di diventare adulti, liberi».
Come?
«Costringendoli dentro un’immonda catasta di gadget a trastullarsi perché non rompessero i coglioni. E questo perché gli ex contestatori volevano mantenere, se non il potere, almeno l’illusione di una eterna giovinezza».
Si tira fuori da queste responsabilità?
«Non sono un maestro del tua culpa. So che ho delle colpe».
Lei ha figli?
«No, ma è come se ne avessi».
Ha cresciuto i figli delle sue compagne di vita?
«Ho una discreta carriera nel sangiuseppismo».
A cena col nemico?
«Pietrangelo Buttafuoco. Mi piace moltissimo come scrive. E mi piace come pensa, ma non che cosa pensa».
Ha un clan di amici?
«Ho amici antichi. GP lo conosco da quando aveva quindici anni».
G e P sono le iniziali?
«No. G come giustizia e P come proletaria. Lui si chiama Stefano. La prima volta che l’ho visto fu durante una manifestazione a Parma. Si lanciò contro la polizia urlando giustiziaproletariaaaa».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Ne ho fatti talmente tanti! Forse il peggiore è stato comprarmi la moto con cui poi mi sono sfracellato contro una macchina, nel 1985. Stavo per cominciare la mia carriera di direttore della fotografia in una cooperativa di produzione cinematografica. Dopo l’incidente ho fatto avanti e indietro con l’ospedale per tre anni. Ne sono uscito romanziere».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Scagliare un posacenere contro un sindaco, che era il mio datore di lavoro: ero funzionario nell’amministrazione di un comune. Da allora vivo di sola scrittura».
Che cosa guarda in tivvù?
«Per molto tempo ho fatto l’errore madornale di non guardare la televisione. Ora sto recuperando con massicce dosi di serie tv: Wired, The Revenant, Fargo, Homeland. Sono romanzi straordinari della contemporaneità».
Il film preferito?
«Apocalypse now di Francis Ford Coppola».
La canzone?
«Musica proibita. Voooorrei baciare i tuoi capelli neriiii…».
Che fa, canta?
«Piango sempre quando sento questa melodia».
Il libro?
«Casa desolata di Charles Dickens».
Il volume che darebbe in mano a un tredicenne per farlo appassionare alla lettura?
«Harry Potter».
La differenza di prezzo tra un e-book e un libro di carta?
«L’e-book costa la metà».
È vero che ormai legge i libri soprattutto su tablet?
«Sì, per due motivi. Essendo ipovedente l’e-book è più comodo. E poi il libro di carta non ha più senso».
Come, scusi?
«Lo sa che circa il 90% dei libri stampati tornano nei magazzini come “resa”? Che senso ha un’industria che ha queste percentuali di invenduto?».
Me lo dica lei.
«Essendo pagato in percentuale rispetto al prezzo di copertina sono grato ai miei lettori su carta. Ma considero insopportabile la retorica di chi dice che legge i libri per il profumo dei fogli: la carta usata per i libri ormai puzza, quella buona viene usata nel florido mercato della carta igienica. E poi io ho cominciato trent’anni fa con un Macintosh».
E quindi?
«Da quando ho iniziato a scrivere quel che digito finisce così com’è in pagina. Chi compra i miei volumi, acquista una riduzione analogica di un prodotto che nasce digitale».
Quali sono i confini dell’Ungheria?
«Romania, Croazia, Serbia, Austria…».
Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha alzato un muro spinato sui confini per non far entrare i profughi nel suo Paese.
«Ci vogliamo ricordare quanti ungheresi abbiamo accolto dopo la repressione sovietica del 1956 a Budapest?».
Gli ungheresi stanno tradendo i valori europei?
«Sì. E per questo andrebbero espulsi dall’Europa».
Conosce l’articolo 1 della Costituzione?
«L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Gli preferisco l’articolo 1 della Costituzione della Repubblica romana: «La sovranità è per diritto eterno nel popolo». E’ il concetto più sconvolgente e l’utopia più potente mai elaborata da una mente politica».

www.vittoriozincone.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Categorie : interviste
Commenti
Maria Resca 1 gennaio 2017

Mi piace molto questa intervista che rispecchia Maurizio in tutto il suo pensiero e nella sua personalità.
Ho avuto, insieme a mio marito e a tanti cittadini di S.Giovann in Persiceto, la grande fortuna di conoscerlo. Ci ha lasciato un ricordo bellissimo nei 2 incontri che ci ha regalato.

Wanda 19 febbraio 2017

Ho finito la zecca e la rosa, ora. E’ bello quando finisci un libro e vorresti che lo scrittore fosse tuo amico e potergli telefonare (citazione di Salinger) per dirgli: E’ poesia, Maurizio, hai fatto poesia, parlando di te.

Lascia un commento