Luigi Manconi (Sette – maggio 2015)

0 commenti

(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 29 maggio 2015).

Ha fatto della lotta per i diritti civili una missione e del garantismo una bandiera esistenziale. Luigi Manconi, sassarese, 67 anni, è sociologo, storico della musica e senatore del Pd. Lo incontro nella sua abitazione romana. Qualche tempo fa ha rivelato la sua quasi totale cecità. Vede solo ombre. Ma in casa si muove con disinvoltura. Mentre accarezza l’angolo di un quadro bianco dell’artista Gianni Dessì, una collaboratrice gli legge sms e posta elettronica.
Manconi è radicalmente di sinistra e libertario. Dopo il trionfo del conservatore David Cameron alle ultime elezioni inglesi ha twittato: «Ve l’avevo detto che il matrimonio gay fa vincere le elezioni». Aggiunge: «Mi sarebbe piaciuto vedere la minoranza Pd impegnarsi a favore dell’accoglienza per i migranti con la stessa energia utilizzata contro l’Italicum». Domando: «Sulla riforma del Senato, la maggioranza di Matteo Renzi rischia di andare sotto?». Risponde con tono navigato: «Ci sarà tensione, ma niente più di una normale conflittualità».
Lui ha appena dato alle stampe per ChiareLettere un libro, Abolire il carcere, scritto con Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta. Esclamo: «Bella provocazione!». Replica: «Nessuna provocazione. Il titolo va letto insieme al sottotitolo: Una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini. Prima ci sono state Una ragionevole proposta di sperimentazione sulla legalizzazione della droga (nel 1991) e Una ragionevole proposta per salvare l’Italia, gli italiani e gli immigrati (nel 2013)».
Temo che agli italiani le sue proposte sulle droghe, sull’immigrazione e sulle carceri non risultino così ragionevoli. Il suo Pd, poi, va verso altri lidi.
«Io parto da un dato statistico inconfutabile: coloro che scontano interamente la pena in carcere tendono a reiterare il reato nel 68-70% dei casi. La recidiva tra coloro che sono sottoposti a pene alternative, invece, è intorno al 20%».
Conclusione?
«Il carcere dovrebbe garantire la sicurezza dei cittadini. Non lo fa e, al contrario, riproduce all’infinito criminali e crimini. Dunque, il carcere fa male alla società e attenta alla sicurezza collettiva».
Chi subisce un torto vuole vedere in galera chi ha causato il torto. È umano.
«La ritorsione e la rappresaglia corrispondono a sentimenti umanissimi, ma non risultano né utili, né efficaci. E se dovessimo ascoltare solo la pulsione di vendetta, dovremmo ricorrere all’uso massiccio dell’ergastolo o della pena di morte. Ma queste soluzioni estreme non risarciscono in alcun modo la società e non danno un senso al dolore dei familiari delle vittime: si limitano a offrire simbolicamente la testa del colpevole».
Agli italiani le carceri e i carcerati interessano poco.
«Il carcere è il luogo del male, dove finisce chi ha ceduto a tentazioni che in realtà ciascuno avverte oscuramente: rubare, aggredire, corrompere. Di conseguenza, si vogliono sottrarre allo sguardo della collettività le sbarre che imprigionano quel male a cui tutti potremmo cedere. Si rimuove la prigione dal tessuto urbano per rimuovere dalla nostra sensibilità e dai nostri incubi ciò che contiene».
La sua parte politica è abbastanza disattenta su questi argomenti.
«In realtà, la sinistra non è mai stata garantista, perché ha sempre privilegiato, comprensibilmente, i diritti sociali rispetto alle garanzie individuali, e le tutele collettive rispetto a quelle della persona. Solo negli anni Settanta si sono affermati movimenti che valorizzavano l’autonomia individuale».
Il Pd di Renzi farà qualche passo avanti sui diritti? Lei è stato il primo a presentare un disegno di legge sul testamento biologico, nel 1996 e, un disegno di legge sulle unioni civili nel 1995.
«Sui diritti l’Italia ha buttato venti anni, anche a causa di una distanza molto ampia tra sensibilità e maturità dell’opinione pubblica e arretratezza della classe politica. Sul testamento biologico, per non rischiare di veder approvare obbrobri, c’è da sperare che questo parlamento non legiferi».
Sembra condividere molto poco di quel che produce il suo partito. Perché resta nel Pd?
«Per una questione di lealtà. Dopo un quindicennio vissuto da Sora Camilla..».
…la signorina che romanescamente tutti vonno ma nessuno se la piglia…
«…nel 2013 Pierluigi Bersani ed Enrico Letta hanno deciso inopinatamente di candidarmi».
Nel frattempo il Pd è cambiato. I dirigenti con cui si sente in debito sono stati fatti accomodare in panchina.
«E infatti c’è un altro motivo per cui resto nel Pd: non saprei dove altro andare. La mia vita politica si è quasi sempre svolta nel minoritarismo: un anno nella Fgci, poi Psiup, Lotta Continua e Verdi. Nel 2005 Piero Fassino mi propose di entrare nei Ds come responsabile dei diritti civili, ma già da qualche tempo avevo maturato l’idea che una posizione radicale può operare proficuamente all’interno di un partito largo. Certo, le mie idee non sono egemoni nel Pd. O meglio: non contano quasi nulla. Ma posso esprimerle liberamente e qualche volta perfino ottenere risultati: sono riuscito a ridurre il tempo di trattenimento nei Cie da 18 a 3 mesi. Fossi stato in un altro partito, ce l’avrei fatta?».
A cena col nemico?
«Dico Silvio Berlusconi. Invecchiato, ridimensionato, ai margini. Gli sconfitti mi interessano sempre più dei vincitori».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Trasferirmi da Sassari a Milano. Avevo due ambizioni: fare il sociologo e recitare. Di giorno militavo nel movimento studentesco, la sera frequentavo i teatri».
L’errore più grande che ha fatto?
«Firmare nel 1972 un articolo collettivo su Quaderni Piacentini: una scellerata apologia della violenza rivoluzionaria».
In quel periodo lei militava nel gruppo extraparlamentare Lotta Continua.
«Di quella militanza, conclusa nel 1975, ancora mi si chiede conto».
Chi gliene chiede conto?
«Il Fatto quotidiano, per esempio, se deve scrivere di me, aggiunge: “Ex capo del servizio d’ordine di Lotta Continua”. Loro sono dei reduci, morbosamente avvinti al passato. Io, quel passato credo di averlo elaborato. E ci riconosco sia miseria sia nobiltà».
La nobiltà.
«Venivo da una famiglia della piccola borghesia sassarese e con Lotta Continua ho conosciuto un pezzo importante di mondo: ho parlato e vissuto per molte ore al giorno con gli operai, e ho imparato a leggere le loro buste paga».
La miseria.
«L’incapacità di distinguere tra mezzi e fini: la tardiva espulsione della violenza dal nostro corpo militante e dal nostro pensiero. E poi avevamo un’idea di giustizia, per così dire, maoista, tutta repressiva e anti-garantista».
Lei aveva fama di essere un abilissimo organizzatore di cortei. Ha visto che cosa hanno combinato i cosiddetti Black Bloc a Milano lo scorso Primo maggio?
«Ai miei tempi non sarebbe accaduto. Novantanove volte su cento le manifestazioni erano l’esito di un negoziato. Quando falliva il negoziato era tutto il corteo o i responsabili della polizia a volere lo scontro, e non delle schegge impazzite dell’una o dell’altra parte».
Lei che cosa guarda in tv?
«Negli anni Ottanta e Novanta ho visto quasi tutto: da Samarcanda a Mai dire Banzai. Oggi quasi nulla: l’attuale programmazione mi sembra la monotona ripetizione di ciò che è andato in onda per decenni».
Il libro preferito?
«I versi di Paul Celan. Ho letto moltissima poesia nella mia vita. Non poterlo fare oggi è uno degli effetti più dolorosi della mia quasi cecità».
La canzone?
«In cerca di te, cantata da Nella Colombo, poi da Natalino Otto e, infine, da Simona Molinari».
Lei sa qual è l’articolo 3 della Costituzione?
«È quello sull’uguaglianza dei cittadini. Davvero pensava che non lo conoscessi?».
Non si sa mai. In Italia oggi l’articolo 3 della Costituzione viene applicato?
«No. Negli ultimi decenni, molte funzioni del welfare sono state cancellate, o ridotte, o sostituite da altri sistemi, in particolare da quelli del controllo e della repressione. Innanzitutto il carcere, oggi vera e propria agenzia di stratificazione sociale».
Si spieghi meglio.
«Il carcere è il luogo dove vengono rinchiusi tossicomani, alcolisti, infermi di mente, senza fissa dimora, stranieri, poveri e quanti precipitano nella scala sociale. Per loro i meccanismi di protezione sono stati sostituiti da quelli di esclusione e contenimento. Anche per questo, abolire il carcere sarebbe un atto di civiltà».

Categorie : interviste
Lascia un commento