Carmen Consoli (Sette – maggio 2014)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, l’1 maggio 2015).

Carmen Consoli, ugola catanese, ha trascorso gli ultimi cinque anni tra gli ulivi e i ciliegi, ai piedi dell’Etna. Ha curato l’azienda agricola di famiglia. Ha avuto un figlio, Carlo Giuseppe, che attualmente ha ventuno mesi. L’estate scorsa ha registrato l’album L’abitudine di tornare. E lo ha appena portato in tour. Le faccio notare che in alcuni brani sembra aver abbandonato quel suo stile molto riconoscibile, parlato e ultra-aggettivato, da cantantessa, che le costò un’imitazione beffarda di Checco Zalone. Dice: «Ho cercato un po’ di vie di fuga e di contaminazioni. Avevo paura di diventare la parodia di me stessa». A un certo punto, mentre mi racconta i suoi esordi e la nascita di quel suo stile, si mette a cantare a squarciagola una sua hit. Usa il piglio tonante di Ivana Spagna. «Confuuuusa e feliceeeeeee…». Spiega: «Negli Anni 90 alcuni discografici mi avrebbero voluta così. Ma io non mi ci rivedevo».
L’intervista si svolge in un appartamento romano, zona Prati. Carmen infila abbondanti dosi di siciliano nelle sue risposte. Chiama l’Etna Iddu, o, sottolineandone la natura femminile, ‘a Muntagna. Chiede un decaffeinato: «Non vorrei che col caffè il latte prendesse un cattivo sapore». Domando: «Il tuo piccolo ha quasi due anni. Prende ancora il latte al seno?». Replica: «Ne ho tanto. Per un certo periodo l’ho pure donato. E mi capita di arrivare tardi sul palco dei concerti perché me lo devo tirare. Che altrimenti mi presenterei davanti ai fan con una settima».
Nel 2010 Consoli ha vinto il Premio Amnesty Italia, col pezzo engagée Mio zio: storia di uno stupratore parentale. Ora ha acquisito un occhio mammesco, oltre che “impegnato”. Il sottotitolo della sua ultima raccolta potrebbe essere: che Paese lasceremo ai nostri figli? Ci sono anche storie d’amore, certo, ma è gonfio di cronaca sociale: il marito in crisi che ha perso il lavoro, il femminicidio… I naufraghi, con gli eccessi del circo mediatico lampedusano. E poi la mafia e lo “Stato assai spiacente che posa una ghirlanda tricolore con su scritto assente…”.
Protesto. Ancora con la retorica dello Stato assente?
«Lo so, lo so. Gli italiani, soprattutto al Sud, dovrebbero aspettarsi meno dalle istituzioni e prendersi più responsabilità. Ma sai quand’è che lo Stato proprio non c’è?».
Quando?
«Quando si tratta di finanziare il telefono rosa di Bronte, l’1522, l’unico centro di tutta la Sicilia, dove chiamano donne alla ricerca disperata di un aiuto. E non c’è, lo Stato, quando una di queste donne porta in questura la lettera con cui un uomo descrive il modo in cui la vuole uccidere. E dopo un anno viene uccisa senza che nessuno faccia nulla. È assente, come Stato/Europa, quando si tratta di accogliere i profughi che arrivano dall’Africa e dal Medio Oriente».
Nel pezzo La notte più lunga scrivi: “…quella sera il nostro mare avrebbe riportato a riva/mappe e foto di famiglia, stracci e una scarpetta bianca”.
«Molti siciliani hanno cambiato il loro rapporto col mare. Ci domandiamo: che cosa ci porterà oggi il Mediterraneo? E abbiamo paura della risposta. Poi senti alcuni parlamentari dire che quei barconi andrebbero affondati, che bisognerebbe fare il blocco navale, come se la disperazione di una madre e la paura della guerra di un profugo potessero essere fermati dalla Guardia Costiera… E ti viene da piangere».
Hai letto i commenti truci sui social network quando è comparsa la notizia dell’ultimo naufragio?
«Mi tengo lontana dai social network. Uso il computer per le email. Ma preferisco scrivere a penna le missive».
Scherzi?
«No. L’enorme progresso tecnologico, purtroppo sta portando con sé un’involuzione umana. Nella realtà dei virtual networks è sempre più difficile distinguere il grano dalla gramigna. Mi sembra tutto inquinato. E molti politici ci sguazzano. Fanno perdere traccia delle loro fesserie o dei loro voltafaccia. E rovesciano sui cittadini frasette di retorica persuasiva, spesso prive di logica. La parola data ha perso significato».
Non ami il libero cinguettio della Rete?
«Tutti sentono l’urgenza di dire la loro, spesso senza pensare. Siamo tornati neo-primitivi. Tra dieci anni ci prenderemo a morsi. Invece dovremmo tornare a riflettere prima di scrivere o di criticare. Anche perché certe cose scritte di fretta e mandate online, assumono dimensioni enormi senza che noi ce ne accorgiamo. Non so se siamo pronti per questo tipo di agorà feroce. Forse lo saranno i nostri figli».
Ricevi molte critiche?
«Ho una difesa. Non leggo. Salgo sul palco, canto. E quando scendo non mi leggo e non mi autocelebro. È un modo per non diventare scemi. Ho una vita e la difendo, anche perché me la sono conquistata con impegno, anche stando fuori dalle scene per cinque anni».
In questi cinque anni non hai avuto una casa discografica che ti sollecitava a produrre canzoni?
«Abbiamo fatto patti chiari. Niente pressioni. Anche perché sono molto emotiva. È per questo che non sono più andata a Sanremo: l’ultima volta mi sono venuti i capelli bianchi a causa della tensione. Non la so gestire. E poi per me la musica non è una gara».
Ora spopolano i talent show musicali. Gare.
«Se fossi un esordiente ci andrei. Anche perché la scena musicale, fatta di locali e caffé-concerto, dove feci io la gavetta nel frattempo si è un po’ desertificata».
Parteciperesti come giurata a un talent?
«No, grazie. Mi basta quello che faccio. Anche perché dopo la morte di mio padre, sei anni fa, siamo rimaste solo io e mia madre a gestire gli affari di famiglia: le case vacanza e l’azienda agricola».
È vero che segui il decalogo ambientalista di Al Gore?
«Cerco di fare una vita eco-sostenibile».
A cena col nemico?
«Avrei cenato volentieri con Indro Montanelli. Io sono cresciuta nella cultura di sinistra, ma ho letto i suoi libri di storia. Era di destra, ma mai volgare e mai prevaricatore».
Hai un clan di amici?
«Sì, sono quelli che porto con me in tour da vent’anni. Massimo che è il mio chitarrista, Santi che ora compone colonne sonore…».
È vero che in tour accudisci i maschietti della tua band?
«Cucino. A volte gli stiro le camicie quando i colli si stropicciano. Faccio da zia ai loro figli. È una famiglia».
Qual è l’errore più grande che hai fatto?
«Miiiinchia. Uno? Ne ho fatti tanti. Ma sono quasi sempre stati errori vantaggiosi».
Errori vantaggiosi?
«Sì. Un esempio? Quattro anni fa decisi di non partire per il Giappone. Avevo una bella opportunità di lavoro. E praticando il buddhismo del maestro Daisaku Ikeda ho una vera passione per il Sol Levante. Non andai perché avevo promesso a un giovane cantante di produrre un suo disco».
Fin qui non si vedono vantaggi.
«In quello stesso periodo ci fu il disastro di Fukushima».
La scelta che ti ha cambiato la vita?
«Da ragazza ho cercato la via della musica in ogni modo. Proponevo a tutti Amore di plastica e Confusa e felice, ma venivo regolarmente respinta. Dopo un po’ una casa discografica di Roma mi propose un contratto: volevano investire su di me e farmi cantare come si faceva allora, nei primi Anni 90, con una vocalità fortissima e perfettissima. Probabilmente mi avrebbero portato a Castrocaro. Nello stesso periodo, però, mi arrivò l’offerta di un piccolo produttore catanese indipendente, Francesco Virlinzi. Scelsi lui».
Perché?
«Perché nel modo di farmi esibire pensato dagli altri c’era qualcosa che mi stava storto. Virlinzi, invece, mi disse: “Tu sei la non cantante. Non devi cantare, devi dire le tue cose. Devi fare come se ti seccasse cantare. Hai presente Suzanne Vega?”. Sia chiaro: io sapevo e so cantare, ma l’idea di essere così libera mi piacque molto».
Che cosa guardi in tivvù?
«Ultimamente ne guardo tanta. Con mia madre Velvet, la serie di Rai1. Con mio figlio Peppa Pig. E poi i talk show».
La leggenda vuole che il tuo esordio a livello nazionale fu proprio durante un talk.
«Non è una leggenda. Gli inviati di Michele Santoro mi vennero ad ascoltare durante una serata alla Cartiera, un locale di Catania. Pochi giorni dopo ero a Roma, negli studi di Tempo reale».
Il film preferito?
«Bolero di Claude Lelouch».
La canzone?
«In questo momento… Femme Fatale dei The Velvet Underground. La metto alla fine dei miei concerti».
Che cosa canti per addormentare tuo figlio?
«Summertime. A Carlo piace molto quando canto. Lo uso come test per le canzoni nuove. Se piacciono a lui… Ahah».
Il libro?
«Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez».
Sai quanti anni ha la costituzione?
«È del Secondo Dopoguerra. Quindi una settantina».
Conosci i confini della Libia?
«No, dai. Non rispondo. Potrei dire qualsiasi cosa. Una volta, mi sono trovata per caso sulle rive del lago di Garda, in Trentino. E ho esclamato: “Miiii, hanno il mare da queste parti?” Ahah».

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