Michael Dobbs (Sette – aprile 2015)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 3 aprile 2015).

Frank Underwood è entrato nelle nostre case pisciando sulla tomba di suo padre. Sputando su un crocifisso. Calpestando i rivali. Uccidendo una giornalista con cui aveva una relazione. Guardandoci negli occhi. È il potere, baby. Frank Underwood, interpretato da Kevin Spacey, è il protagonista della serie tv House of Cards (HoC): storia di una scalata al potere degli Stati Uniti, con dosi sesquipedali di cinismo. Barack Obama, che è un fan, ha detto: «Mi piacerebbe che le cose a Washington fossero così spietatamente efficienti».
La fiction è ispirata a un’omonima trilogia letteraria di fine Anni 80 che si svolge a Londra e che Fazi Editore ha appena pubblicato in Italia. Nei libri al posto del democratico Frank Underwood c’è il tory Francis Urquhart. Al posto della Casa Bianca c’è Downing Street. La mente che ha partorito Urquhart e che ora sta collaborando al successo del personaggio Underwood è Sir Michael Dobbs, 66 anni, rappresentante conservatore della Camera dei Lord, ex capo dello staff di Margaret Thatcher, soprannominato dal Guardian «the Westminster baby-faced hit man», «il sicario politico con la faccia da bambino».
L’intervista si svolge via Skype. Dobbs è una trottola da campagna elettorale e lo intercetto tra uno spostamento e l’altro nella provincia inglese. Ha toni e modi garbati. Dopo aver visto una foto di Matteo Renzi con in mano uno dei suoi romanzi, si è affrettato a scrivergli un biglietto: “È un libro di intrattenimento, non un manuale di istruzioni”. Gli racconto che in Italia alcuni critici hanno sfoderato un’analogia bislacca: come Underwood, il premier Renzi è arrivato al potere da non eletto e ha puntato subito su una legge per far ripartire il mercato del lavoro. Lo scrittore sorride e mi fa notare che in Gran Bretagna si arriva spesso a Downing Street senza passare per le urne.
Descrivendo la spietatezza della politica, Dobbs ha entusiasmato lettori e telespettatori urbi et orbi. Dice: «So che HoC piace ad alcuni big del Partito Comunista Cinese, al ministro delle Finanze inglesi George Osborne e pure al premier David Cameron. Molti politici vengono da me suggerendo spunti per la trama, altri ci sono rimasti male perché speravano che mi fossi ispirato a loro per un determinato personaggio». Lui non ha mai tenuto un diario della sua esperienza politica, ma sostiene di aver visto fare moltissime delle cose che ha descritto nei suoi libri e a cui assistiamo nella fiction.

Underwood nella terza serie tv dice: «Non conosco un politico che resista alla tentazione di fare una promessa che non può mantenere».
«La politica non è un mestiere per personcine carine. È roba tosta. E quindi sì, devi saper mentire. Non sempre, ovviamente.  Ma non si possono prendere decisioni difficili e raggiungere il successo facendo finta di essere bravi ragazzi».
Si dice: il politico dovrebbe essere trasparente e vivere in una casa di vetro.
«È un’idea piuttosto naif che rinnega millenni di storia. Per quella roba ci sono i preti».
Meglio un politico bravo ma cinico o un politico limpido ma meno capace?
«Meglio un politico efficace. E per essere efficaci spesso bisogna essere senza scrupoli. I governi cambiano la vita dei cittadini. A volte devono rompere per poi ricostruire. Non sono lì per farci sentire a nostro agio e spesso devono portare avanti il lavoro sporco, quello più duro, della politica. La grandezza può essere molto controversa».
La spietatezza del mondo di House of Cards è travolgente.
«È pur sempre fiction. Mostriamo il lato oscuro dove tutti danno il peggio. Non è il tutto, ma è una parte esistente della politica che è giusto comprendere e di cui è giusto imparare a ridere».
Underwood è turpe pure nei gesti della sua vita privata.
«Alcune scene sono appositamente disturbanti. Sono messe lì per farci sentire a disagio. E per farci realizzare la profondità dei suoi odi e delle sue passioni».
Lei ha scritto anche Family Affair, un radio drama sulla vita coniugale di Margaret Thatcher e di suo marito Denis. In HoC, Claire, la moglie di Underwood, interpretata da Robin Wright, ha un ruolo chiave.
«Per capire un grande leader devi conoscere la sua vita e le sue relazioni private».
Una volta ha detto che anche la sessualità dei politici è diversa da quella dei cittadini comuni.
«A grandi passioni pubbliche spesso corrispondono grandi passioni private. Non ci dobbiamo stupire».
In Italia siamo abituati. Le feste di Berlusconi…
«Non mi pare che Berlusconi abbia mai fatto mistero della sua passione per le donne. Ha lasciato che gli elettori decidessero se quello era un problema. E gli elettori lo hanno tenuto al potere per molti anni».
Underwood ha un rapporto pessimo con la stampa.
«Tratta la verità e i fatti come una merce da comprare, da vendere e da usare per uno scopo. Credo che ogni politico cerchi di usare la realtà, manipolandola, per i suoi obiettivi. È naturale. Gli elettori hanno sufficiente intelligenza per capire se ci si è spinti troppo oltre».
Underwood arriva a uccidere una cronista.
«Conosco vari primi ministri inglesi che hanno avuto lo stesso desiderio, eheh. Le nostre democrazie sono meravigliose e sane anche grazie a questo rapporto di amore e odio tra i politici e la stampa».
Lei, come politico, ha un buon rapporto con i giornalisti?
«Ottimo. Ho lavorato nel settore per decenni. E se prendessi una sterlina ogni volta che un giornalista mi chiede una piccola parte nella serie House of Cards, guadagnerei più di quanto faccia scrivendo».
Guadagni. Il suo primo stipendio?
«Ho messo i primi soldi in tasca da ragazzo lavando le macchine dei vicini. Poi molti lavori part-time mentre ero studente».
Che studi ha fatto?
«Ero a Oxford. Ho studiato vino, abbigliamento, rugby e pomiciate. Ahahah. Alla fine mi hanno conferito una laurea in politica ed economia. Il primo lavoro vero è stato con i Conservatori, al fianco di Margaret Thatcher».
Margaret Thatcher…
«Fui io, durante la notte delle elezioni del 1979, a darle la notizia che aveva vinto e che sarebbe diventata Primo ministro».
Lei è stato capo del suo staff. Ebbe anche uno scontro con lei. Era così dura?
«François Mitterrand una volta ha detto che la Thatcher aveva la bocca di Marilyn Monroe e gli occhi di Caligola. Beh, il suo sguardo io lo ricordo molto bene».
È vero che ha cominciato a scrivere House of Cards per liberarsi dallo stress thatcheriano?
«Dopo le elezioni del 1987, le ultime a cui la Thatcher ha partecipato e che ha vinto, ero in vacanza cercando di capire che cosa avrei fatto in futuro. E così ho iniziato a scrivere».
La leggenda vuole che lei si trovò a bordo piscina con una bottiglia di vino sul tavolo e che nel primo giorno da scrittore riuscì a disegnare su un foglio solo una F e una U. L’abbreviazione di Fuck You.
«Nonché le iniziali, toste, di Francis Urquhart e di Frank Underwood».
Lei che cosa guarda in tv?
«Il mondo della tv sta vivendo un momento molto felice per le fiction. Il problema è trovare il tempo per assistere a tutte le meraviglie che vengono prodotte».
La sua fiction preferita?
«Come si fa a scegliere? Da Breaking Bad alle serie in onda sulla Bbc…».
Conosce la serie tv The West Wing?
«Lo stesso set politico di HoC, la Casa Bianca, e un tv drama costruito in modo completamente diverso. Avvincente».
Il film preferito?
«Casablanca. Senza alcun dubbio».
Il libro?
«L’Isola del tesoro di Robert Louis Stevenson».
Pensavo che citasse William Shakespeare. Una volta lei ha detto che in HoC c’è molto dramma shakespeariano.
«È vero. Ho letto il Giulio Cesare di Shakespeare quando ero adolescente. Cesare, l’uomo più potente del mondo, ucciso dai suoi migliori amici».
A cena col nemico?
«Intende oppositori storici? Cenerei volentieri con Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione Europea».
Non apprezza la presidenza Juncker?
«Mi pare che la Commissione Europea aspiri a creare gli Stati Uniti d’Europa. Non c’è nulla di sbagliato, ma credo che i cittadini europei non abbiano la stessa aspirazione».
Netflix ha messo in lavorazione la quarta serie di HoC.
«Beau Willimon e la sua squadra di sceneggiatori ci stanno lavorando. Mi consultano. Il lavoro con loro è un’esperienza molto felice».
Può garantire al pubblico che anche nella quarta serie i buoni continueranno a essere sconfitti?
«Se glielo dico, poi sono costretto a ucciderla».

Categorie : interviste
Commenti
Lucio De Angelis 4 aprile 2015

Frank Underwood dovrebbe essere democratico

vz 9 aprile 2015

grazie (corretto)

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