Tiziano Ferro (Sette – febbraio 2015)

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(Intervista pubblicata sulla copertina di Sette – Corriere della Sera, il 13 febbraio 2015).

I suoi testi sono appena finiti sui foglietti languidi e trasparenti dei celebri cioccolatini per innamorati, tra una citazione di William Shakespeare e un verso di Walt Whitman. Ha da poco messo in circolazione tzn, un cofanetto gonfio di hit. E quest’estate dovrà affrontare un tour nei principali stadi italiani, con tanto di raddoppio delle date di Milano e Roma. Tiziano Ferro, performer trentacinquenne, golden boy del pop italiano sprofonda nella poltrona che mi sta di fronte e comincia a parlare. Nel locale meneghino che ospita l’intervista riecheggiano le voci di Timon e Pumbaa, protagonisti del Re leone: «Hakuna Matataaaa…», cioè «Senza pensieri». Ferro sorride: «Ottimo. È proprio il mio motto. Sin da quando ero piccolo il mondo mi è stato presentato come difficile, incasinato o doloroso. Ora va meglio, eh». Parla con lieve cadenza romana. Scodella ricordi assortiti: le lezioni di giapponese prese in gioventù per tradurre i manga arrivati dal Sol Levante, la prima volta che a vent’anni fece ascoltare una canzone registrata ai genitori e l’attesa timorosa del loro giudizio, il grande amore durato quattro anni e mai rimpiazzato seriamente. Accanto al nostro tavolo due ragazzi sembrano ipnotizzati dallo schermo del loro smartphone. Non parlano. Tiziano commenta: «Non sopporto quando i miei amici a tavola chattano freneticamente».
Non sei uno di quei trentenni in perenne multitasking & socialnetworking?
«No. Sto cercando di rieducare le persone che mi stanno intorno alla parola e alla conversazione. Alcuni non si schiodano da certe app neanche mentre mangiano».
Di quali app parli?
«Ehm, quelle per appuntamenti gay. Che poi non concludono mai niente. Io evito pure i social network e tengo il telefono sempre silenziato. L’unica tecno-attività che mi concedo è la chat di Whatsapp, per evitare gli sfottò. Mi dicevano: «Quando arriva un sms è chiaro che sei tu, sei l’unico superstite a usare ancora quella tecnologia».
La tua identità digitale. Foto spiritose? Frasette a effetto?
«Nel mio status c’è sempre una citazione di Rimmel: è la canzone che avrei voluto scrivere».
Sei un fan di Francesco De Gregori?
«Chi sogna di fare il mio mestiere non può non conoscere a memoria la discografia di De Gregori».
Lo hai mai incontrato?
«Una sola volta, a Roma, ai Music Awards. Si è presentato lui, in modo quasi paterno».
Ci faresti volentieri un duetto?
«Magari. Se mai volesse… Fermerei l’agenda e cancellerei qualsiasi appuntamento»!
Duetti. Nel tuo ultimo disco/raccolta tzn ce ne sono parecchi.
«Sono nati quasi tutti da chiacchierate amichevoli».
C’è una Tanto tanto tanto di Jovanotti in cui gorgheggiate in spagnolo.
«È un inedito, nato a New York, nel 2005. Lorenzo stava masterizzando il suo disco. Io ero lì per arrangiare dei pezzi. Mi fece ascoltare il giro di basso… Tanto tanto tanto tanto tanto… Rimasi inchiodato alla sedia. Allora vivevo in Messico. Decidemmo di farne insieme una versione spagnola».
Hai incrociato voci e musica anche con Franco Battiato.
«Altro mito. Il pezzo si chiama Il tempo stesso. È uno di quelli che avrei voluto valorizzare un po’ di più. Solo io, che sono scemo, ho una canzone con Battiato e non ne ho fatto un singolo».
Un altro pezzo che avresti voluto valorizzare di più?
«Sono tanti. Mentre incido un disco, so già qual è la canzone sfigata, quella che passerà di meno in radio. E allora comincio un’azione diplomatica per cercare di promuoverla. Un esempio classico è stato Hai delle isole negli occhi».
Perché?
«È una canzone suonata soul, molto strumentale. Sapevo che avrebbe avuto problemi a passare in radio. E allora ho insistito per piazzarla come prima traccia del disco. In pratica ho costretto tutti ad ascoltarla. È piaciuta ed è diventato un singolo malgrado la sua natura troppo R&B».
È vero che hai scritto Raffaella è mia, dedicata alla Carrà, nota icona gay, per lasciare ai fan un indizio della tua omosessualità?
«No. L’ho scritta perché in Sud America ogni volta che qualcuno mi intervistava, alla fine mi chiedeva: “Ma la Carrà che fine ha fatto? Lei è la numero 1”. Effettivamente è l’unica che riempiva gli stadi in Argentina. Qualche anno fa le ho proposto di fare un tour latino insieme».
Si è rifiutata?
«No. Ci siamo andati vicinissimi. Purtroppo è prevalsa la sua paura degli aerei».
Ora Raffa si è data ai talent: The Voice, Forte forte forte
«I talent stanno al Festival di Sanremo, come gli sms stanno alle lettere. Sono figli di questo tempo. Mi sono ricreduto».
Eri contrario e ora sei favorevole?
«All’inizio ho subito un po’ di terrorismo psicologico da parte dei miei discografici spagnoli. Mi dicevano che i talent avevano stravolto la discografia latina e quindi pensavo: non mi avranno mai».
Poi che cosa è successo?
«Ho cominciato a guardarli. Penso che siano ottimi prodotti televisivi. Ho collaborato a X-Factor con Giusy Ferreri e con l’ex cantante di Amici Alessandra Amoroso. So bene che un ragazzino non diventa il più grande cantante italiano in due mesi. Allo stesso modo so che dei dilettanti non possono cucinare il piatto della vita in sette minuti. Eppure sono fissato in modo insensato con MasterChef. Vedo tutte le edizioni del pianeta».
Ti hanno mai proposto di fare il giudice di un talent musicale?
«Me lo propongono tutti gli anni da dieci anni. All’inizio ho rifiutato per partito preso, poi per mancanza di tempo, ma ora…».
Potresti accettare il ruolo di giurato a X-Factor?
«Se capita la proposta giusta al momento giusto… Il prossimo anno ho il tour, ma quello successivo…».
Sarebbe l’inizio di una nuova vita. Ricordi la tua prima esibizione in pubblico?
«Fu durante una gara di karaoke in un parco giochi acquatico, nel 1996. Cantai Finalmente tu di Fiorello. Arrivai terzo. Vinsi un’autoradio».
I primi lavoretti nel mondo della musica?
«Facevo volantinaggio in strada per una radio. Con i primi risparmi mi comprai un biglietto sottopalco per il concerto di Whitney Houston al Forum di Assago».
Intendevo lavori musicali, usando la voce.
«Ah. Suonavo in locali sperduti con gruppi hip hop. Facevo il corista».
È vero che hai cantato con i Sottotono?
«Sì. Ero la voce principale in tour».
Solo lei ha quel che voglio
«Esatto. Tormento, il leader del gruppo, per me è stato un maestro. Aveva un modo di rappare molto musicale. Come lui non ce ne sono stati più, in Italia. Un paio di anni fa gli organizzatori dell’Hip Hop Music Awards mi invitarono per cantare con Baby K. Gli proposi di aggiungere un duetto con Tormento. Non lo vollero. E allora io declinai proprio l’invito».
Un capriccio da star?
«Mi sembrava assurdo non celebrare l’old school del rap. Io vengo da lì. Alberto Salerno…».
… il produttore discografico che insieme a Mara Maionchi ti ha scoperto e allevato tra il 1998 e il 2001…
«… mi massacrava anche perché il mio modo di scrivere veniva da quella scuola. Mi considerava forte, ma non tollerava frasi come “… se quel che è fatto è fatto io però chiedo scusa…”. Mi diceva: “Così ci parli con i tuoi amici al bar”. Alla fine mi ha dato ragione».
Ne è venuta fuori Xdono (Perdono). Super hit che hai cantato in cinque lingue.
«Una sonorità hiphoppeggiante, figlia di un passato nei sottoscala laziali del R&B. Quando uscì il primo album i critici scrissero che avevo successo per la mia faccia carina. Oggi ci rido, ma allora…».
Il pop in Italia è maltrattato dalla critica?
«C’è un equivoco: non si dice abbastanza che il pop è la cosa più difficile da fare».
Non esagerare.
«Nel pop non hai scorciatoie. Non ti puoi nascondere dietro a suoni controversi o a frasi incomprensibili. Non puoi creare un successo pop a tavolino».
C’è chi sostiene l’esatto contrario.
«Ci può essere qualche eccezione, ma nel pop funzioni e duri se sei sintetico e trasparente: perché parli a tanta gente. Se non sei sincero, non funziona».
Tu non sei stato esattamente “sincero”: le tue fan ti adoravano senza sapere che fossi gay.
«Chi ascolta la mia musica non credo che si faccia questo tipo di problemi. E le ragazze continuano a essere il mio pubblico più assiduo. Sono più profonde. Insieme funzioniamo».
Con Senza scappare mai più hai scritto la tua prima canzone in cui si parla esplicitamente di un “lui”. Hai mai pensato a un pezzo engagée sui diritti gay?
«No. Non credo nelle star educatrici e nelle canzoni politicizzate. E non salirei mai su un palco per catechizzare le folle con un comizio».
Neanche per una buona causa?
«Ho rivelato la mia omosessualità per fare un favore a me stesso. E dicendo che vorrei stare con un uomo tutta la vita e avere un figlio credo di fare molto. Quando parlo di un amore risolto e felice do già un segnale molto forte, il più difficile da accettare per chi non vive bene la propria omosessualità. C’è un esercito silente che accoglie più volentieri un messaggio così, che uno slogan ruvido contro gli omofobi».
Omofobi. Per chi voti?
«Mi posiziono in modo diverso a ogni elezione. Mi è capitato di votare a destra e a sinistra. Voto un po’ di pancia».
Non voteresti mai qualcuno che…
«… non voto chi usa toni troppo violenti o incivili».
Hai detto di volere un figlio. Hai anche espresso il desiderio di chiamarlo Francesco o Margherita. Se qualcuno ti dice che tu, da gay, in Italia non potrai mai diventare padre…
«Non lo voto, ovvio».
Qual è l’errore più grande che hai fatto?
«Gli errori non li celebro, li dimentico».
La tua canzone preferita?
«Aver paura di innamorarsi troppo di Lucio Battisti».
Il libro?
«Ho sempre un libro nello zaino, ma non sono un grande lettore… Il corpo non dimentica di Violetta Bellocchio».
Il film?
«Revolutionary Road di Sam Mendes, anche per celebrare il talento di Leonardo Di Caprio».
Qual è la scelta che ti ha cambiato la vita?
«Rivelare la mia omosessualità».
L’alternativa era…?
«Stavo male. Volevo smettere di fare questo mestiere: mi sembrava ingombrante e privativo».
Hai raccontato che tuo padre e il tuo manager ti convinsero a cambiare prospettiva: non cambiare mestiere, ma modo di vivere la vita.
«Ho trascorso due mesi in viaggio: sembravo il George Clooney di Tra le nuvole. Sono volato in giro per il mondo per fare brevi colloqui con parenti e amici e per comunicargli la mia decisione».
Reazioni?
«Ho trovato affetto e bellezza. Ho capito che ero stato per molti anni una testa di cavolo con troppe paranoie. A un ragazzo che si trova nella mia situazione consiglierei di non perdere tempo. Si vive molto meglio».

Vittorio Zincone
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Categorie : interviste
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