Enrico Dal Covolo (Sette – febbraio 2015)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, il 6 febbraio 2015).
La lunga veste nera, lo zucchetto vescovile violetto, la voce felpata da prete educatore. Monsignor Enrico Dal Covolo, 64 anni, è il rettore della Lateranense, l’Università del Papa. Gestisce sedi accademiche in tutto il pianeta e cura la formazione di migliaia di studenti. Da buon comunicatore rimbalza con disinvoltura da temi alti a temi bassi. Scherza: «Mi intendo di due cose. I Severi del Cristianesimo e il calcio». Sorride. Stringe la croce che ha appesa al collo, decorata con pietre gialle e rosse: «Me l’hanno regalata i miei studenti romanisti. Ma io sono atalantino».
Lo incontro a Roma. Alla fine dell’intervista mi mostra una foto bislacca che lo ritrae col Santo Padre. Chiedo: «Che cosa avevate da ridere?». Replica: «È lo scatto del nostro primo incontro. Prima di abbracciarmi Francesco mi ha detto: “Con lei ho un problema. Rischio sempre di chiamarla Del Cavolo”. Ahahah».
Dal Covolo ha da poco presentato la nuova edizione del master in Digital Journalism. Ne approfitto per chiedergli un commento sull’impatto mediatico della battuta del Papa sul pugno da dare a chi offende la mamma. Prima ride del nomignolo attribuito a quel gesto dal fumettista Vauro (il Papa-gno), poi passa all’esegesi: «Francesco studia bene ogni parola da dire. Ogni suo discorso ha pronto un titolo per i giornali. In questo caso il senso della battuta era quello di un vecchio proverbio italiano: “Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi”».
È anche un modo per dire all’islam che, pur condannando la violenza, esiste un intento comune per tutelare le religioni dalle offese?
«Sì. Il Papa è un sostenitore del dialogo con l’islam. Lo sono anch’io e ad aprile sarò a Teheran per parlare con i responsabili universitari del dipartimento di studi interreligiosi: le élite culturali possono guidare questo dialogo che poi avrà effetti concreti sui popoli. Contrariamente a quanto sostengono alcune fronde, questo processo deve andare avanti».
Processi. Francesco è più aperto al dialogo con l’islam e sembra anche più aperto del suo predecessore quando parla di coppie gay…
«I temi affrontati dai sinodi sulla famiglia in questi mesi sono delicatissimi. Papa Francesco nel suo stemma ha inserito le parole Miserando atque eligendo, cioè “Hai avuto misericordia di me e mi hai scelto”. La misericordia è la vera luce. E questa luce coinvolge anche le persone che hanno difficoltà con la fede».
Cioè, gli omosessuali…
«Sì. Ma questo non vuol dire che il Santo Padre non sia durissimo con l’ideologia gender».
Potrebbe essere più chiaro?
«La dottrina condanna il tentativo di equiparare a tutti i livelli l’uomo e la donna. Per la Chiesa le differenze tra uomo e donna fanno parte di un progetto provvidenziale. Detto ciò la misericordia, che è alla base dell’azione di questo Papa e della Chiesa, contribuisce a dare una dimensione intrinsecamente pastorale alla dottrina. Il messaggio di salvezza non può escludere nessuno».
Differenze. Approfittando dell’uscita di “Sottomissione”, il libro di Michel Houellebecq, c’è chi ha cristianamente rispolverato una citazione di San Paolo sulla sottomissione delle spose ai loro mariti.
«Bisognerebbe evitare di travisare le parole di San Paolo e si dovrebbe tornare a studiare. Io mi occupo proprio delle origini cristiane e ho scoperto che persino Tertulliano, autore della Chiesa Antica, considerato antifemminista, in realtà già nel III secolo parla di parità tra uomo e donna. Che l’ambiente e la cultura, poi, influiscano sui rapporti tra i coniugi, è un altro discorso».
Se c’è questa parità, perché il cattolicesimo non apre ai sacerdoti donne? La Chiesa anglicana ha appena eletto il suo primo vescovo donna. Si chiama Libby Lane.
«La nostra società vive un grande malinteso. Ripeto: la parità non è annullamento delle differenze, ma la loro valorizzazione. E la tradizione cattolica sul sacerdozio è molto consolidata, non vedo margini di cambiamento».
Nella sua università, quanti docenti uomini e quanti donne ci sono?
«Ventisei donne e centoventotto uomini».
Parità in famiglia. La sua famiglia…
«Mio padre era magistrato. Mia madre era professoressa di Lettere e Filosofia, ma quando ha avuto la prima figlia ha smesso di insegnare. Sono il più piccolo di dieci fratelli».
Una tribù.
«Cinque maschi e cinque femmine».
Due squadre di calcetto.
«Esatto. E le ragazze, essendo più grandi, ogni tanto ci battevano».
Lei quando ha deciso di farsi prete?
«Sono entrato in noviziato a ventidue anni, dopo aver visitato un riformatorio gestito dai Salesiani a Varese».
Aveva diciotto anni nel 1968. Il suo Sessantotto…
«Frequentavo il Gonzaga a Milano, che era considerato il liceo nero. Gli studenti si scontravano spesso con i “compagni” del Carducci».
Partecipava anche lei agli scontri?
«No. Io ero tra gli studenti dell’Azione cattolica. Solo una volta, durante un corteo dove ero finito per caso, mi è arrivata una manganellata di striscio. A diciannove anni, comunque, ho cominciato a insegnare».
Dove?
«A un doposcuola dei salesiani».
Silvio Berlusconi frequentava i salesiani.
«A scuola non l’ho mai incontrato. Apparteniamo a due generazioni diverse. Tra i nostri alunni molti hanno avuto brillanti carriere, ma non è mancato chi è finito in galera».
Nel suo percorso religioso lei ha avuto qualche maestro?
«Il padre salesiano don Egidio Viganò… per me è stato come un padre».
È vero che la nomina vescovile per lei è stata una sorpresa?
«Dopo quattro mesi che ero stato nominato rettore della Lateranense mi chiamò il cardinal Tarcisio Bertone per dirmi che sarei stato fatto vescovo. La sera, per l’emozione, non riuscii a prendere sonno. Trascorsi la notte pensando al motto e allo stemma vescovile che avrei dovuto adottare».
Il motto è Eritis mihi testes, “Sarete miei testimoni”…
«La mia vocazione è quella dell’educatore. E non credo che sia possibile educare se non con la testimonianza. Giovanni Paolo II, Madre Teresa di Calcutta e Martin Luther King hanno inciso con la loro testimonianza più che con i loro discorsi».
Quando un prete si comporta male quindi commette un peccato doppio.
«Si riferisce alla pedofilia?».
Alla pedofilia. Alla gestione “allegra” dello Ior che papa Francesco vuole correggere…
«Io sono uno storico e credo che si debba sempre contestualizzare. La consapevolezza della gravità di questo peccato, la pedofilia, è recente. È maturata negli anni, come è successo con la schiavitù. Per molto tempo si è stati troppo indulgenti, anche perché si pensava di lavare i panni sporchi in casa. Adesso la coscienza e la responsabilità sociale sono maturate e certi comportamenti non possono più essere tollerati».
A cena col nemico?
«Ceno volentieri con chi riesco a coinvolgere nel finanziamento dei progetti della Lateranense».
Pensavo che mi dicesse Dan Brown, l’autore de “Il codice da Vinci”, o qualcuno di simile.
«Non mi sembra la persona giusta per lo scopo di cui le ho parlato».
Ha un clan di amici?
«Ho amici antichissimi, dei tempi del liceo Gonzaga».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Ne faccio tanti, ma ho fiducia nella misericordia».
Si auto-assolve?
«No, mi confesso anche più volte a settimana. La confessione non è un bucato, ma un canale di grazia insostituibile».
Sa quanto costa un pacco di pasta?
«Immagino circa un euro».
Fa la spesa?
«La facevo da bambino quando mia madre mi spediva nei negozi. Riuscivo pure a ottenere qualche sconto».
Conosce i confini di Israele?
«Libano, Siria, Giordania… Abbiamo un centro affiliato alla Lateranense in territorio palestinese».
Che cosa guarda in tv?
«Qualche tiggì e qualche partita dell’Atalanta».
Il film preferito?
«Il Vangelo secondo Matteo, di Pier Paolo Pasolini. Quell’urlo del Signore che muore…».
Pasolini…
«Aveva uno spessore straordinario».
Il libro?
«Potrei dirle la Sacra Bibbia, ma ammetto che la sera mi addormento volentieri sfogliando i gialli di Andrea Camilleri. Ho letto tutte le avventure del Commissario Montalbano».
La canzone?
«Quelle di Lucio Battisti. Quando le sento mi commuovo ancora. Gli anni Sessanta, gli innamoramenti…».
I preti non parlano volentieri delle avventure amorose pre-ordinazione sacerdotale.
«C’è un po’ di pudore. Dipende anche dall’educazione che riceviamo».
Lei ricorda qualche fidanzata?
«C’era una ragazza ai tempi della scuola a cui volevo molto bene. Rossana, la chiamavo Roxi. Non l’ho mai più incontrata».

Vittorio Zincone

Categorie : interviste
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