Gianfranco Ravasi (Sette – agosto 2013)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, il 2 agosto 2013).
Quando gli chiedo quante lingue conosce, risponde: «Greco antico, latino, aramaico, ugaritico, siriano, samaritano… O intendeva quelle vive?». Gianfranco Ravasi, 70 anni, biblista e presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, è uno dei cardinali più colti della Curia romana. Di sicuro è il più mediatico. Ha scritto circa duecento libri. Praedica Verbum è il suo motto e appena può lo mette in pratica: pesca frasi d’autore illuminanti per i lettori dell’Avvenire, scrive articoli cultural-pop sul Sole 24 Ore, cinguetta su Twitter e la domenica mattina è una presenza fissa su Canale 5. Domanda: «Ha mai provato imbarazzo a parlare di Gesù Cristo in una tivù commerciale dove compaiono donne scosciate?». Risposta: «Il cristianesimo ha sempre cercato di insediarsi in tutti i contesti. San Paolo non ha avuto imbarazzo a parlare all’Areopago di Atene, dove c’era di tutto. Io ho ottenuto di non essere interrotto dalle pubblicità».
L’intervista si svolge in una stanzetta monacale di via della Conciliazione, a Roma. Ravasi è una miniera di citazioni: testi sacri, Platone, Bob Dylan… Prende in prestito la distinzione tra verità ultime e penultime del teologo Dietrich Bonhoeffer per spiegare che la Chiesa su alcuni temi di bioetica e di morale generale resterà inamovibile. E fa sua la teoria del Non Overlapping Magisteria del biologo Stephen Gould per definire il rapporto tra scienza e fede. Parla con lieve cadenza lombarda. Indossa il clergyman d’ordinanza e una croce d’oro al collo, con le scritte greche fos (luce) e zoe (vita) incrociate tra loro: «Di croci ne potrei cambiare una al giorno. È il regalo più comune che riceviamo noi vescovi». Appena mi siedo mi porge un foglio: è l’elenco delle attività del suo “ministero”. Tra quelle a cui tiene di più c’è l’organizzazione del “Cortile dei Gentili”, la struttura vaticana per il dialogo con i non credenti. Il “Cortile”, circa un mese fa, ha organizzato una visita di 300 bambini disagiati a cui ha partecipato anche il Papa. Ravasi racconta: «Francesco mi ha chiesto che cosa avrebbe potuto dire a quei ragazzi. Io gli ho preparato un documento. Ma alla fine si sentiva talmente a suo agio che ha ignorato i miei suggerimenti e ha improvvisato. Lui è così».
Così come?
«Spontaneo e istintivo».
Quasi eccessivo. Non ne sbaglia una. Si parla di uno stile-Francesco: la poltrona lasciata vuota nell’aula Paolo VI, la croce poverissima e marinara a Lampedusa, l’utilitaria con il finestrino abbassato in Brasile… Gira portando a mano la sua borsa da lavoro.
«Il suo linguaggio e i suoi gesti piacciono perché sono compatti con la sua persona».
Compatti?
«Non artificiali. Non pubblicitari. Non c’è una costruzione mediatica. Non si mette in posa».
Un po’ sembra.
«Ma no. È talmente abituato a vivere nell’odore del gregge che non conosce un altro modo di comportarsi. Lo so anche perché ormai con lui ho un rapporto senza mediazioni».
Vi incontrate spesso?
«È un Papa che abbatte le barriere. Ha rotto molti formalismi. Ti chiama al telefono. Ti manda messaggi su buste siglate con una F. Una volta la mia segretaria si è insospettita per un pacchetto senza affrancatura: “Eminenza, questo è firmato Francesco, senza l’indirizzo del mittente”. Era un libro da parte del Pontefice».
Francesco ha anche accolto (in modo irrituale?) una richiesta di incontro da parte dello scrittore ebreo Marek Halter e di dieci imam parigini.
«Sarà banale dirlo, ma come Francesco d’Assisi non ha paura del dialogo. E come il Poverello è radicale nella fede e parla agli ultimi».
Sembra lontano anni luce dal pontificato di Benedetto XVI, forse un po’ più elitario.
«Benedetto è più attento all’articolazione sistematica del pensiero. Più curioso di questioni teologiche. D’altronde hanno anche modi di esprimersi diversi. Benedetto XVI parlava in modo colto per subordinate. Francesco procede con le coordinate. Adotta spesso un linguaggio contemporaneo. Lo stesso usato dai giovani. Lo stesso che si usa su Twitter».
Che tipo di Chiesa ha in mente Francesco?
«Una Chiesa più attenta all’ascolto del popolo di Dio. Più collegiale e aperta alla partecipazione dei vescovi».
Ha detto: «San Pietro non aveva un conto in banca». E ora sta mettendo sottosopra lo Ior, simbolo di traffici finanziari poco limpidi.
«Francesco è molto attento ai simboli. La periferia a cui fa spesso riferimento è un simbolo fortissimo. Anche attraverso questi simboli riesce a raggiungere i giovani».
Pure lei fa questo sforzo. Tra le citazioni che ha pubblicato sull’Avvenire ce n’è una di Baglioni.
«Si può trovare un po’ di luce in qualunque testo. Ed è bene conoscere i brani amati dai giovani. Quando è venuto a Roma stavo per incontrare Bruce Springsteen. Ma poi l’organizzazione è saltata. Qualche mese fa ho studiato le canzoni di Amy Winehouse. Una fatica incredibile visto l’inglese stropicciato e la musica particolarmente ardua per le mie orecchie».
Il biblista che studia il testo di Rehab.
«C’è quell’essere risucchiati nel vuoto. Un mondo in cui non si accendono stelle. Vedo passare i ragazzi sul Lungotevere con le cuffie e gli occhi fissi sui loro smartphone. Se voglio coinvolgerli devo sapere che cosa ascoltano e che cosa guardano».
Meglio entrare in quelle cuffie e sui loro display o invitarli ad alzare lo sguardo e aprire le orecchie?
«Le due cose. Dobbiamo provocarli. Invitarli a fermarsi e a riflettere sulla vita, sulla morte, sulla gioia, sulla sessualità e su ciò che non è scientificamente dimostrabile o verificabile. E poi non possiamo non essere dove sono loro. Tra i miei consulenti c’è il compositore Arvo Pärt. Mi ha detto che è impressionante come i giovanissimi costruiscono la musica e i testi oggi. Sono fenotipi antropologici molto diversi da un settantenne come me».
Lei li insegue su Twitter.
«C’è un vescovo francese che ogni domenica pubblica su Twitter la sua omelia. Io non arrivo a tanto. Ma sono fiero della mia curiositas e del mio eclettismo. Anche se so che l’eclettismo ogni tanto ha il limite della superficialità».
Benedetto XVI venne aggredito con insulti su Twitter.
«Io ricevo al massimo qualche provocazione. Red Ronnie non mi lascia in pace perché vorrebbe che rispondessi sempre alle sue».
Lei digita da solo i suoi tweet?
«Li detto. Io non uso telefoni cellulari e nemmeno computer».
E dove scrive i suoi articoli?
«Li compongo nella mia testa, mentre passeggio per le strade di Roma. E poi li scrivo a mano. Per lo più senza correzioni».
Un po’ secchione. È sempre stato così?
«All’esame di maturità bisognava portare la traduzione di due Dialoghi di Platone. Io li portai tutti».
Mi racconta la sua infanzia?
«Mio padre l’ho conosciuto quando rientrò dalla guerra. Avrò avuto circa tre anni. Mia madre era geniale. Capiva tutti i miei libri di studio pur non essendo attrezzata a farlo».
È vero che da giovane era esperto di archeologia?
«Era soprattutto una passione estiva. Ora sono presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra».
Ha accesso a tutti i tesori artistici vaticani.
«Quando ero a Milano alla Biblioteca Ambrosiana potevo prendere in mano il Codice Atlantico di Leonardo. Ho sfogliato più volte il Virgilio di Petrarca, con le sue note scritte a mano e le miniature di Simone Martini».
Un vero privilegio di casta.
«Certo, eheh. Ma sa, quando si partecipa a un Conclave nella Cappella Sistina non si ha da chiedere molto di più».
Racconti.
«C’è il segreto. Ma insomma… è un rituale talmente grandioso. Esteticamente è molto suggestivo. Sei lì che tieni in mano la scheda sopra cui hai scritto il nome che pensi sia quello giusto per la Chiesa e devi recitare una formula di giuramento di fronte al Cristo di Michelangelo… Non è esattamente come un voto a Montecitorio, ecco».
A cena col nemico?
«Queste domande non fanno per me».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Entrare in seminario, a quattordici anni».
Che cosa guarda in tv?
«I tiggì. E poi mi piacciono molto i gialli».
Come si è avvicinato al mondo Mediaset?
«Ventisei anni fa, Confalonieri chiese alla Conferenza Episcopale di indicare un sacerdote adatto a una trasmissione domenicale. Feci un provino a Milano 2 e mi presero. Non ho mai smesso. Forse è arrivato il momento».
Il film preferito?
«Il diario di un curato di campagna di Robert Bresson. E Ordet di Carl Th. Dreyer».
Due film sulla fede.
«Ordet è stato una folgorazione quando ero al liceo. Andrebbe fatto vedere ai ragazzi, ma probabilmente oggi verrebbe considerato troppo forte».
Il libro?
«I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij».
Quanti libri legge ogni anno?
«Centinaia. Ammetto però che i contemporanei non mi appassionano più di tanto. Leggo molto di notte. Dormo poco più di quattro ore e mi bastano. Mi piace esplorare le inquietudini degli autori. Una volta lo scrittore Julien Green, convertito dal protestantesimo al cattolicesimo, mi disse: “Finché si è inquieti si può stare tranquilli”. Alla cultura moderna a volte manca questa inquietudine positiva, fatta di ricerca. E a me piacerebbe trasmettere ai giovani il messaggio che Platone attribuisce a Socrate e cioè che “una vita senza ricerca non merita di essere vissuta”».
La canzone?
«Oltre Mozart, Beethoven e le geometrie perfette di Bach?».
Sì, svecchiamo un po’.
«Non mi dispiace Blowin’ in the wind di Bob Dylan. Quel vento può essere letto come l’attesa di una epifania».
Lei suona qualche strumento?
«No, ma sono andato in scena con Riccardo Muti alla Scala».
Che cosa ha interpretato?
«Alcuni brani del Vangelo in Le ultime sette parole di Cristo sulla croce di Franz Joseph Haydn».
Sa quanto costa un pacco di pasta?
«Non faccio la spesa».
C’è una parola che aggiungerebbe alla Costituzione italiana?
«Bellezza. Sarebbe un modo per educare i cittadini e invitarli a proteggerla».
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Commenti
elena 27 agosto 2015

ravasi sei forte… bellezza spirituale…. é la tua conoscenza ….. pane per i cristiani

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