Anna Marson (Sette – ottobre 2014)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, il 17 ottobre 2014)
L’hanno definita sessantottarda, benecomunista e bizantina. L’hanno provocatoriamente descritta come una tiranna del paesaggio. In pratica una piccola Pol Pot che si aggira per le campagne toscane a bacchettare i viticoltori. Anna Marson, 57 anni, è l’assessore all’Urbanistica della Regione Toscana che con il suo Piano d’Indirizzo Territoriale (Pit) ha scatenato polemiche ruvidissime e l’ira imprenditoriale di molti consorzi agricoli. L’accusa: vorrebbe imporre il ritorno alla pastorizia nella terra del vino e introdurre una vetero-conservazione del territorio, frenando l’onda alcolica dello sviluppo. La difesa: «Sono calunnie». Quando Marson ha letto su Sette che il suo Pit ha un sapore «palesemente irragionevole», ha chiesto di replicare.
Mi accoglie in una stanzetta della Regione. Le pareti sono tappezzate di mappe. Una di queste si chiama “carta muscolosa”, «in omaggio allo storico dell’arte Cesare Brandi»: c’è disegnata la zona del Chianti con le vigne colorate di rosa e il resto in verde. L’assessore indica una zona dove il pink power fa abbastanza impressione: «Vede? Qui ci sono praticamente solo vigne. Ogni tanto sarebbe meglio se si mantenesse il mosaico complesso». Cioè? «L’alternanza tra vigneti, oliveti e seminativi».
Marson è cauta e garbata. Quando non vuole esprimere un giudizio troppo negativo si trincera dietro un sorriso molto eloquente. Quello più prolungato lo fa quando le chiedo un giudizio su Renzi. Appena ci sediamo apre una cartellina. Dentro ci sono un centinaio di fotocopie: titolacci di quotidiani sul Pit, stroncature della Giunta… Sventola pure un comunicato di un esponente del Pd che definisce l’assessore “insipiente”. Commenta: «I nemici si annidano anche dentro questa specie di aggregazione che continuano a chiamare partito». Aggiunge: «Sono insulti irricevibili. Qualche anno fa, con il Pci, i funzionari di partito ti venivano addosso se non eri schierato solo dopo aver approfondito seriamente un argomento. Ora calunniano senza essere preparati».
La calunnia che l’ha colpita con più forza?
«Far credere ai piccoli produttori che io avrei proibito loro qualsiasi cosa. Sono andati a intervistare anche i miei vicini di casa».
Ha dei vicini viticoltori?
«Sì. Anche io ho un piccolo pezzo di terra. Facciamo vino e olio, ma poca roba».
Quale sarebbe lo scopo di queste calunnie?
«Credo che si tratti di un attacco politico. Le elezioni in Toscana sono vicine. Il Presidente Enrico Rossi ci tiene al Pit e attaccare il Piano vuol dire colpire uno dei principali obiettivi della Giunta».
Sarà, ma i produttori sembrano davvero preoccupati. Qualche settimana fa Davide Gaeta, del Consorzio del Chianti, ha detto che con il nuovo Pit un qualunque funzionario potrebbe imporre a un viticoltore di passare alla pastorizia.
«Non è vero. Punto».
E allora che cosa è vero?
«Che il Piano serve a dare una lettura del paesaggio oggettiva, a smaltire la burocrazia e ad arginare l’arbitrio nelle interpre-tazioni dei vincoli anche da parte delle soprintendenze. E che noi, senza introdurre nuovi vincoli, abbiamo solo rilevato che i vigneti di tipo industriale estensivo possono comportare delle criticità».
Anche se in burocratese, ecco il punto.
«Il punto è soprattutto economico. Stiamo solo chiedendo a chi riceve lauti finanziamenti pubblici per le proprie vigne di seguire qualche minimo accorgimento».
Si spieghi meglio.
«Un ettaro di terra usato per la pastorizia non vale quasi nulla e riceve pochi finanziamenti. Un ettaro di vigne nella zona di Montalcino può valere anche cinquecentomila euro e ricevere circa quindicimila euro di finanziamento per impiantare una vigna. In pratica con l’uva ottieni una rendita fondiaria, corroborata da soldi pubblici. A fronte di questa plusvalenza, la Regione potrà chiedere di adottare qualche accorgimento che tuteli il paesaggio?».
Mi può fare qualche esempio di questi accorgimenti?
«Mantenere la biodiversità. Non distruggere manufatti architettonici storici, fontane e capitelli, o strade vicinali, solo perché intralciano la vigna. Parliamo di un interesse collettivo, non crede?».
L’interesse privato contro quello collettivo. Un grande classico.
«In Toscana la cultura dell’agire collettivo c’è sempre stata, coniugata alla ricerca di innovazione. Venti anni di Berlusconi evidentemente hanno cambiato le cose. Molti oggi pensano solo a ottimizzare il profitto».
“Ottimizzare il profitto” mi pare un buon proposito per un imprenditore.
«Io credo che il genio di impresa sia un’altra cosa. Un’imprenditorialità sana guarda al ritorno dell’investimento nel medio e lungo periodo. E invece… Lo sa che lungo il corso dell’Orcia, una vigna è entrata nella golena del fiume?».
Vigne, vigne e vigne. Anche una vigna è un bel paesaggio.
«Meglio di una casetta a schiera fatta male, certo. Ma in alcuni casi le vigne intensive provocano dissesti idrogeologici».
I produttori sostengono che non sia vero. Aggiungono che ci sono problemi interpretativi del Pit.
«Nessuno è perfetto. E ovviamente il Piano è migliorabile».
Non potevate scrivere semplicemente che, fatto 100 ogni ettaro di terra coltivabile, una piccola percentuale, anche minuscola, dovrebbe essere dedicata ai boschi e alla pastorizia?
«Ci avrebbero accusati di essere sovietici. Non lo siamo e non pensiamo che la Regione debba entrare nel merito delle scelte sulle coltivazioni. Ma se i viticoltori accettano una soluzione così, io la firmo domani».
È vero che dopo le polemiche sui quotidiani avete aperto un nuovo tavolo di discussione sul Pit con i consorzi vinicoli?
«C’è un confronto in corso».
Non potevate farlo prima?
«Il piano è stato portato in tour in tutta la Toscana. Insieme con il Garante della comunicazione e partecipazione, ho percorso ottomila chilometri per spiegarlo a tutti e nessuno aveva avuto da ridire. Per questo credo che le polemiche siano pretestuose e finalizzate all’attacco politico».
Prima di diventare assessore ha mai fatto politica?
«Non politica nei partiti o in movimenti organizzati».
Era adolescente negli anni Settanta.
«La mia rivoluzione l’ho fatta staccandomi dalla tradizione di famiglia: industriali, farmacisti… Mi iscrissi a Urbanistica per occuparmi dell’interesse collettivo».
Lei è stata chiamata in Giunta su consiglio di Pancho Pardi, ex girotondista ed ex militante di Potere Operaio.
«Ho conosciuto Pardi come collega di Università. Condividiamo il modo di guardare al territorio e al paesaggio».
A cena col nemico?
«Philippe Daverio».
Il critico d’arte? Come mai?
«Mi ha attaccato a causa del Pit. Sulla parte che riguarda le cave di marmo e, con minor convinzione, su quella che riguarda i vigneti. Gli proporrei di immaginare insieme un progetto per il paesaggio delle Alpi Apuane».
Ha un clan di amici?
«Avendo cambiato spesso città, purtroppo ne ho persi molti per strada».
L’errore più grande che ha fatto?
«Aver creduto che fosse possibile migliorare le politiche pub-bliche attraverso scelte razionali».
Sa quanto costano sei uova?
«Un euro e cinquanta. Quando posso faccio la spesa diretta-mente dai contadini».
L’articolo 3 della Costituzione?
«È quello sul lavoro?».
No, è quello sull’uguaglianza. I confini di Israele?
«Siria, Giordania… Purtroppo non ci sono mai stata».
Che cosa guarda in tv?
«I tiggì, Artè, qualche film».
Il film preferito?
«La forma della città. Un breve ma straordinario film di Pier Paolo Pasolini e Paolo Brunatto su Orte».
Il libro?
«È un libro di molti anni fa: Inventario della casa di campagna di Piero Calamandrei».
Il giurista e costituente?
«Sì. Riesce a descrivere il paesaggio rurale toscano in modo straordinario».
La canzone?
«Crêuza de mä di Fabrizio De André. Ha a che fare con trasformazione e conservazione. È un esempio di retro-innovazione».

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