Urbano Cairo (Sette – settembre 2014)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, il 19 settembre 2014, chiusa il 12, prima dei guai di salute di Gruber e delle traversie di Floris).

Urbano Cairo l’editore, il tycoon televisivo, il ras della pubblicità, il presidente del Torino Football Club. Ha 57 anni, quattro figli e una solida fama di ritardatario, che non smentisce: si fa attendere una mezz’ora. Mi accoglie nel suo studio milanese. Libri, riviste e fogli sparsi ovunque. Sulla parete un’enorme tela di Mario Schifano.
Mi autodenuncio: Cairo è azionista di Rcs, quindi prende un obolo anche sulle vendite di questo settimanale ed è il boss di La7, rete con cui collaboro da una decina di anni. Ce ne facciamo una ragione. Sbuffa solo quando gli accenno alle antiche ironie che lo dipingevano al perenne inseguimento del modello berlusconiano: calcio, tv, giornali… Cairo salta con disinvoltura da un argomento all’altro. Serie tv americane: «Non sono un grande fan delle serie e in Italia non fanno grandi ascolti». Editoria: «È una follia che i quotidiani diano gratis i loro contenuti su Internet». Come resistere alla crisi della carta stampata? «Invertendo la rotta: invece di aumentare i prezzi e diminuire la qualità, tagliare i prezzi e far crescere la qualità. E poi cercando di essere popolari, come fece Paolo Mieli col Corriere nel ’92». Non facile. Nel frattempo crollano anche gli ascolti delle tv generaliste. Ci avviamo come negli Usa verso un mercato scosso dai provider on demand modello Netflix? Replica: «L’Italia è in ritardo su quel fronte. Da noi la frammentazione degli ascolti è dovuta a un incredibile aumento dell’offerta. I canali con il calcio, con i film, con i cartoni animati…». Su La7 non servirebbe una trasmissione pomeridiana per sostituire le quattro ore di vecchi telefilm? Risponde: «La nostra è una rete in progress. Ci stiamo pensando. Per gli investitori il pomeriggio non è importante quanto il prime time da cui viene il 60% del fatturato».
Lei ha Santoro, Formigli, Mentana, Paragone e Gruber. Ora ha preso pure Floris. È un maniaco dei talkshow o pensa che il pubblico voglia una La7 all news?
«A me le news piacciono. Ma non farei mai una scelta imprenditoriale solo sui miei gusti. La7 ha un’identità precisa, un Dna fatto d’informazione».
Il palinsesto è sovraffollato. Il rischio è che un talkshow al giorno tolga lo share di torno.
«Non credo. Ho tenuto il meglio e preso il meglio. Floris l’ho sempre voluto».
Gli ascolti della prima settimana di diciannovEquaranta non sono stati esaltanti.
«diciannovEquaranta è in crescita e ha un bel target. Diamogli un paio di mesi per farsi conoscere».
Che cosa si aspetta da diciannovEquaranta a lungo termine?
«È una fascia difficile…».
Più del 3%?
«Be’, sì, ci mancherebbe. Ma ci vuole tempo, appunto: una striscia quotidiana si carica giorno per giorno. E quando va bene aiuta sia il Tg sia le prime serate».
diciannovEquaranta, poi Otto e mezzo, poi Dimartedì… Il palinsesto del martedì sembra scritto dall’artista concettuale Joseph Kosuth.
«Non un colpo di fantasia incredibile, ma i titoli contano poco. Quando ho fatto nascere il settimanale Di Più Tv, mi hanno rivolto le stesse critiche. Le vendite corpose hanno chiuso ogni polemica».
Dal confronto Floris/Giannini che cosa si aspetta?
«Nel lungo termine? Cose buonissime. L’impianto di Dimaterdì è efficace e poi c’è la ciliegina Maurizio Crozza».
Massimo Giannini dice che a lui gli ascolti non interessano.
«Devo ancora conoscere un conduttore a cui non interessano gli ascolti».
Qual è la trasmissione che manca e che vorrebbe nel palinsesto di La7?
«Qualcosa come il Letterman Show. Ho anche un’idea su chi potrebbe farlo».
Fuori il nome.
«In Italia il più adatto sarebbe Enrico Mentana, che si divertirebbe un mondo. Ha la velocità di pensiero di Letterman. Ma dovrebbe fare gli straordinari e continuare col Tg».
Un aggettivo e l’ascolto che si aspetta per ognuno dei suoi conduttori. Michele Santoro e Servizio Pubblico…
«Autorevole. Lo scorso anno ha chiuso con una media vicina al 10%».
L’ascolto di quest’anno…
«Da tutti mi aspetto che confermino i risultati già ottenuti».
Formigli e Piazzapulita…
«Formigli è on the stump, sul pezzo, sul territorio. Vorrei che confermasse il 5%. Ma la prego, basta previsioni».
Lilli Gruber?
«Impeccabile. Floris è accurato e affidabile, Myrta Merlino avvolgente e Daria Bignardi curiosa e stimolante».
Come si può gestire un simile affollamento di primedonne senza un direttore di rete?
«Ho preso La7 che perdeva 100 milioni all’anno. Dovevo dare un segnale in controtendenza. E comunque quando il direttore Paolo Ruffini ha lasciato il suo incarico eravamo in buoni rapporti».
La vulgata è che vi ignoravate.
«C’è stato qualche dissidio iniziale. Ma alla fine mi risulta che Ruffini abbia addirittura consigliato a Floris di venire da noi. Quindi…».
Resta il fatto che non c’è un direttore. In una rete praticamente all news è un’anomalia. Fa tutto lei? Si dice che sia ultradecisionista…
«Facciamo degli incontri di coordinamento. Dopodiché ho nominato Gianluca Foschi direttore del palinsesto. Credo che abbia la capacità di crescere in questo ruolo. Poi ho preso Sara D’Amico come direttore delle produzioni. È una persona a cui ho delegato molto».
È la persona che, mannaia alla mano, ha gestito i tagli: interni, dei fornitori e delle produzioni esterne.
«Secondo lei perché oggi La7 vive? Perché abbiamo tagliato i costi improduttivi. Perdevamo 100 milioni e abbiamo messo i conti a posto. È una cura che servirebbe anche al Paese».
Cairo alla spending review…
«L’Italia dovrebbe cominciare tagliando almeno il 10% dei 150 miliardi spesi ogni anno in beni e servizi. Sono spesso rendite di posizione. Il superfluo va tagliato».
Già, ma i fornitori di La7 hanno sofferto molto: pagamenti in ritardo peggio che con la P.A., sconti forzati…
«Appena arrivato dovevo capire perché ogni cosa costasse così tanto».
La qualità costa.
«C’erano molti sprechi. Dovevo approfondire i conti. Una volta stabilito che una troupe la si poteva pagare il 30% in meno o che si poteva risparmiare sulle luci… ho ridotto gli eccessi e la situazione si è normalizzata».
Sicuro?
«Oggi marciamo spediti, paghiamo in maniera più veloce e lo faremo sempre di più».
La leggenda vuole che lei abbia imparato a tagliare da Franco Tatò, a.d. della Mondadori berlusconiana nei primi Anni Novanta. Tatò imponeva ai dipendenti di usare i fogli dei fax su entrambi i lati.
«Nel mio settore, Mondadori pubblicità, in realtà c’era poco da tagliare. La vera scuola per me è stata la Giorgio Mondadori. Quando l’ho comprata, nel ’99, perdeva 10 miliardi di lire su 50 di fatturato. Dovetti pure vendere un paio di immobili».
Lei è stato alla corte di Berlusconi per quattordici anni.
«Nel 1995 mi ha licenziato. E mi è cambiata la vita».
È vero che è ancora alleato del Cavaliere nella spartizione della torta televisiva e pubblicitaria?
«Alleato? Ma se durante tutto l’anno scorso su La7 gli abbiamo fatto un mazzo così: Berlusconi mi ha pure fatto causa per l’affaire Bonev a Servizio Pubblico. Formigli mandò in onda la voce di Berlusconi che accusava Napolitano… Piuttosto può capitare qualche telefonata di protesta».
Berlusconi ha il Milan. Lei il Torino. Massimo Gramellini, tifoso granata, sulla Stampa ha criticato l’ultima campagna acquisti. In pratica ha detto che prendere Amaurì, dopo aver ceduto Cerci, è stato come se per La7 avesse preso Vespa, invece di Floris.
«Gramellini ha scritto un pezzo populista. Cerci voleva andar via. Con quel che ho ricavato dalla sua vendita e da quella di Immobile ho preso sette giovani di talento. Amaurì era fortemente voluto anche dal nostro mister».
Non teme una ribellione dei tifosi o un soprannome come quello che i laziali hanno dato a Lotito… cioè Lotirchio?
«No. Anche perché negli ultimi anni il Toro mi è costato sessanta milioni di euro».
Perché buttare 60 milioni nel calcio?
«Non pensavo di buttarli. Io sono sempre riuscito a gestire le mie aziende. Se non fossimo stati in B tre anni non avrei perso quei soldi».
Lionel Messi o Cristiano Ronaldo?
«Ronaldo. Ultimamente ha qualcosa in più».
Il calciatore della storia del Toro che vorrebbe far tornare in campo?
«Gigi Meroni. La farfalla granata».
Ha mai fatto politica?
«No».
Un politico che apprezza?
«Renzi ha idee, energie e positività. Ma è arrivato il momento che entri nella carne viva dei problemi economici del Paese».
Ci entri lei. Dove metterebbe le mani?
«A parte i tagli di cui parlavo? Il lavoro. Riparte tutto da lì».
È vero che qualche anno fa Montezemolo e Della Valle volevano coinvolgerla in un progetto politico centrista?
«Assolutamente no».
Ed è vero che con Della Valle condivide la linea editoriale di La7?
«È una totale fantasia. E se me lo sta per chiedere… non ho intenzione di cedergli quote della mia emittente».
Le stavo per chiedere se invece condivide la linea editoriale con Beppe Caschetto, produttore e manager.
«È l’agente di…».
…Gruber, Bignardi, Formigli, Crozza, Floris…
«All’inizio ci siamo dovuti capire un pochino. Ci siamo studiati».
È divertente che lei chiami “momenti di studio” fatti e rapporti che dall’esterno vengono percepiti come cruenti.
«Con Caschetto, dopo quindici incontri durati in tutto oltre cinquanta ore per chiudere gli accordi relativi ai suoi assistiti, i rapporti sono diventati più fluidi. E lui è molto attento a non invadere il campo altrui».
A cena col nemico?
«Con Rupert Murdoch».
Lo ha mai conosciuto?
«Sì. Ha fatto cose straordinarie. Con lui abbiamo avuto anche una causa, perché quando arrivò in Italia con Sky mi tolse i contratti pubblicitari che avevo con Telepiù».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«La Cairo Directory. Non è decisamente decollata».
Che cosa guarda in tv?
«A parte La7? Molto calcio. Su Sky».
Il film preferito?
«C’era una volta in America».
Pensavo dicesse Balla coi lupi. Negli ultimi mesi l’ha trasmesso tre volte.
«Ahah. Altre emittenti mandano Bud Spencer in loop».
Il libro?
«Il Conte di Montecristo di Dumas».
Una volta, rispondendo a una domanda su una vecchia condanna patteggiata, disse che si immedesimava nel protagonista Edmond Dantès.
«Un po’ è vero. Dantès dopo essere sprofondato risorge in modo eccezionale».
La canzone?
«Tutto Lucio Battisti».
Quanto costa un pacco di pasta?
«Non faccio la spesa. Due euro?».
Un po’ meno. Dove si trova il Kurdistan?
«Questo lo so anche perché ci è appena stato Formigli: tra l’Iraq e la Siria».
Conosce l’articolo 21 della Costituzione?
«Non lo ricordo».
È quello sulla libertà di informazione. Lei è uno di quegli editori che cercano di limitare le libertà dei giornalisti e degli scrittori?
«Io scelgo i direttori e i conduttori. Ma poi con loro c’è solo confronto aperto e dialogo, mai l’imposizione di una linea».
Lei è un collezionista d’arte.
«Organizzo anche un premio ogni anno. Il 22 ottobre alla Permanente di Milano verrà proclamato il vincitore del 2014».
L’opera dei sogni?
«Una tela metafisica di De Chirico».
Ama quadri e sculture, ma sulle sue reti non ci sono trasmissioni d’arte.
«Mai dire mai. Ci sto pensando. E Vittorio Sgarbi si è proposto per un progetto».

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Categorie : interviste
Commenti
Francesco Buontempo 26 febbraio 2017

Sono Autore di romanzi,cerco qualcuno che vuole produrre i miei
romanzi in Films. chiedo solo di essere riconosciuto i diritti
di Autore.dai miei primi romanzi già pubblicati il primo
romanzo è “Pane e mortadella” il secondo è
“Anni sessanta estate a Procida. ATTEDNO RISPOSTA PRESSOMIA E MAIL.Francesco Buontempo.

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