Davide Gaeta (Sette – settembre 2014)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, il 26 settembre 2014)
Meglio la tutela o lo sviluppo? Come conciliare l’una e l’altro? È un vecchio dilemma italico. Si applica ai beni culturali, come all’ambiente. Quando sui quotidiani nazionali è comparsa la notizia di un piano territoriale toscano (il Pit) che, per proteggere il paesaggio, cerca di ridurre la coltivazione intensiva di uva, il dilemma si è riaffacciato: è giusto plasmare le colline in funzione dell’industria vinicola o bisogna ibernarle e mantenerle com’erano nell’affresco trecentesco Effetti del buon governo in campagna di Ambrogio Lorenzetti?
Davide Gaeta, 53 anni, economista e pioniere degli studi sulle imprese del vino, è parte in causa: da anni è responsabile della valorizzazione del Chianti Classico. Lo contatto via skype. Lo provoco: «Faccia finta di essere obiettivo». Replica: «Con lei parlo da professore, giuro». Srotola cifre impressionanti sul vino italiano: «Circa 8 miliardi di euro di fatturato annuo, 16 se si include la filiera, anche turistica». Appena accenno al fatto che la Napa Valley, la frontiera vinicola californiana, sembra più accogliente delle nostre colline, esplode: «Gli americani hanno compensato con l’organizzazione le carenze qualitative del loro vino».
Da noi il turismo del rosso e dei bianchi funziona meno?
«In Italia manca la cultura dell’accoglienza contemporanea: mappe interattive, app, servizi sugli smartphone. I turisti del vino spesso sono lasciati a se stessi. Lo sa quanto ci mette il proprietario di una cantina in provincia di Siena a ottenere il permesso per piazzare un cartello per strada che segnali la propria vigna?».
Quanto?
«Dodici anni».
Scherza?
«No. Facciamo di tutto per rendere più complesse anche le procedure più semplici. Vogliamo parlare del Pit toscano? È un esempio straordinario da mostrare a tutti i cittadini».
Perché?
«Per capire come la politica fa di tutto per allontanare gli elettori».
Non esageri.
«Il Pit generalmente è uno strumento fondamentale: impedisce gli abusi e il proliferare di villette a schiera».
Viva il Pit.
«Ma in Toscana è diventato un capolavoro sessantottardo e bizantino».
Sessantottardo?
«Molto ideologico».
E bizantino…
«Sono tremilacinquecento pagine in architettese stretto».
Le riassuma in tre righe.
«L’indirizzo strategico impone di salvare la pastorizia e di combattere la monocoltura del vigneto».
L’assessore Anna Marson, che ha ideato il provvedimento, avrà avuto buone ragioni per pensarlo in questo modo.
«Il principio ispiratore è quello di difendere la biodiversità, l’assetto idrogeologico e il paesaggio».
Principio sano e giusto.
«Già, ma al principio si accompagna una decisione aberrante».
Quale?
«L’indirizzo produttivo sarà deciso da funzionari pubblici. Se ho una terra e chiedo all’amministrazione di farci una vigna, l’amministrazione può costringermi a farci un pascolo. In Toscana, nel 2014».
Il paesaggio… Chi viaggia per le colline del Chianti ormai vede solo vigne.
«Si vuole insensatamente danneggiare un’industria florida. È un ambientalismo antistorico che va contro il mercato».
Non esiste solo il mercato.
«Già ma la pastorizia così come la intende l’assessore Marson è un vezzo ottocentesco. Il territorio, invece, si è evoluto e si evolverà. Il Pit è un provvedimento che ha le radici nell’ideologia della cristallizzazione».
Ora l’assessore si è detto pronto a incontrare i viticoltori.
«Perché non farlo prima? La politica è sempre in ritardo».
In Francia e in Spagna come sono le leggi che tutelano il paesaggio agricolo?
«Vanno incontro ai produttori: in Francia quando costruisci una casa devi stare attento che non faccia ombra alla vigna. E nessuno si sveglia all’improvviso per dire che in Borgogna bisogna tornare al Settecento».
In Francia forse non c’è l’abitudine che c’è in Italia di aggiustare le colline per favorire il passaggio dei trattori. Sul Corriere, accanto a un articolo di Gian Antonio Stella che parlava del Pit, c’era la foto del Castello d’Albola, prima e dopo lo sfruttamento intensivo del territorio. Impressionante: prima colline con boschi e alberelli. Poi una spianata di filari.
«Lì sono state fatte bonifiche e canalizzazioni. E le vigne evitano il dissesto idrogeologico».
In realtà c’è chi dice il contrario.
«Secondo lei un viticoltore metterebbe sulla sua terra una pianta che alla prima pioggia fa venir giù una collina? Andiamo avanti. Lo sa che in ottobre il consiglio regionale toscano voterà un provvedimento secondo il quale l’amministrazione non può dire a un agricoltore che cosa produrre? È un provvedimento che smentisce il Pit. È Kafka che assedia Palazzo Strozzi Sacrati. E poi ci lamentiamo che il 40% degli italiani non va a votare».
Politici. Secondo lei chi è stato il miglior ministro dell’Agricoltura in Italia?
«Il democristiano Giovanni Marcora».
Ministro negli anni Settanta. Qualcosa di più recente?
«Paolo De Castro, stimatissimo in sede europea. Lì dove si prendono decisioni importanti e dove spesso noi italiani risultiamo inadeguati».
Perché?
«Per esempio perché non sappiamo fare lobbying. Io ho fatto il lobbista dell’industria del vino per due legislature a Strasburgo: mentre le istituzioni francesi e spagnole dialogano con le loro imprese per colpire uniti, gli italiani si muovono in ordine sparso e ottengono sempre meno».
È vero anche che negli Stati Uniti e in Cina i nostri vini sono considerati molto meno di quelli francesi?
«La Francia nel Far East si è mossa prima. Ma tenderei a non considerare la Cina come la panacea dell’export vinicolo: i consumi sono bassi e i cinesi sono lontanissimi dalla cultura del vino. Lo comprano se è molto caro, perché fa status. Lo mescolano con l’acqua tonica, vogliono i tappi svitabili perché non sanno usare l’apribottiglie… Gli Stati Uniti sono un altro discorso. Lì andiamo bene».
Peggio dei francesi.
«Già, ma i viticoltori francesi hanno la Sopexa. Noi l’Ice. È come paragonare una Ferrari con una Topolino».
L’Istituto per il commercio estero…
«Lo avevano chiuso e l’hanno resuscitato. Un luogo di incompetenza e favori politici, oltre che una macchina mangia soldi. Gli imprenditori del vino evitano di frequentarlo».
Nel 2015 ci sarà l’Expo. Sarà una bella vetrina anche per i vini italiani.
«Lo sa chi gestirà il padiglione del vino?».
Chi?
«Vinitaly. Ente fieristico veronese. Verona, Tosi, Lega Nord, Maroni, Lombardia. Voilà: Expo all’italiana».
Chi altri lo avrebbe potuto curare?
«Lo stesso ministero dell’Agricoltura, per esempio».
Lei da quanto tempo si occupa di vino?
«Da una trentina di anni. Ho vissuto in trincea il passaggio italiano dal vino al metanolo al buon vino».
È vero che ormai i vini rossi tendono ad avere tutti gli stessi sapori?
«Non più. Ma è vero che fino a sette/otto anni fa si era imposto il modello del vino da falegnameria».
Da falegnameria?
«Sì, monovitigno, invecchiato necessariamente in botti di legno e con un sapore legnoso. Era un modo per incontrare il gusto dei critici americani di Wine Spectator… Ora le guide contano meno. E si valorizza la diversità dei territori».
Il suo vino preferito?
«Sono un piccolo produttore di Amarone, ma preferisco le bollicine. Amo quelle del Franciacorta».
Il film preferito?
«Sideways. Girato a Napa Valley».
La canzone?
«In questo periodo sto ascoltando dei meravigliosi rondò di Salieri: come per i vini, spesso i minori danno molte emozioni».
Il libro?
«La storia di Elsa Morante. Pagine struggenti».
A cena col nemico?
«Con l’assessore Marson, ovviamente».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Ce n’è uno che faccio molto spesso: essere troppo intransigente, troppo tranchant».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Seguire Francesco Lechi».
Chi è?
«Il professore che all’università mi consigliò di studiare l’economia del vino. È stato il mio maestro».
Conosce l’articolo 3 della Costituzione?
«No».
E’ quello sull’uguaglianza di fronte alla legge. Sa quanto costano sei uova?
«Sei euro?».
Molto meno. Lei fa la spesa?
«No, lo ammetto».
Conosce i confini di Israele?
«Immagino ci sia l’Egitto. Ma non saprei… Non posso sapere tutto: la perfezione è noiosissima».

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