Christian Greco (Sette – settembre 2014)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, il 3 ottobre 2014)

E’ uno di quelli che pronuncia in maniera perfetta titoli e parole in qualsiasi lingua. Chiedo: quante ne conosce? Srotola un elenco sorprendente: «Italiano, inglese, olandese, un po’ d’arabo. Il tedesco e il francese li leggo e li capisco ma non posso dire di parlarli bene. E poi ovviamente l’egiziano classico, il latino e il greco antico». Ovviamente. «Ho fatto corsi di ittita e di accadico, ma sono un po’ arrugginito». Christian Greco ha 39 anni, ne ha trascorsi 17 a Leida, a venti chilometri da Amsterdam, e da qualche mese è il direttore del Museo Egizio di Torino, il più antico del mondo. Toccherà a lui inaugurare nel 2015 gli enormi spazi ristrutturati.
Greco ha frequentato il collegio Ghislieri a Pavia e si è specializzato a Pisa. Durante i mesi di studio all’estero per il progetto Erasmus ha infilato dodici esami: «Cinque in Italia e sette in Olanda. Uno ogni quindici giorni». Secchione fino al midollo, è stato selezionato tra centinaia di candidati. Lo incontro nel suo ufficio torinese. Vestito grigio e modi cortesi. Un coetaneo di Matteo Renzi alla guida di un’importante istituzione italiana. Urge esame di renzismo.
Qual era il suo telefilm preferito negli anni Ottanta?
«Da ragazzo ero appassionato di letteratura greca».
Negli anni Novanta amava il grunge?
«Non so che cosa voglia dire».
È un genere di musica rock. Lei è su Twitter?
«No. E nemmeno su Facebook».
Come mai?
«Non fanno per me. A me piacciono ancora i libri di carta, il loro odore. So che è uno strumento necessario e il Museo si sta attrezzando, ma ho un rapporto con Twitter simile a quello che aveva Socrate, paladino della tradizione orale, con la parola scritta».
E cioè?
«Penso che ci allontani dalla cura del nostro cervello e che ci spinga un po’ alla superficialità».
Quale serie tv segue oggi? House of cards? True detective?
«Riesco a vedere ogni tanto qualche approfondimento politico».
Lei è pericolosamente poco renziano. Rientrando dall’Olanda si è stupito per quanto sia centrale la tv nel dibattito pubblico?
«Mi ha stupito di più la centralità della politica. Non si parla d’altro. In Olanda, in 17 anni, credo di aver visto quattro volte la faccia di un politico».
Suggerisca a Renzi qualcosa da fare immediatamente per i nostri Beni culturali.
«Che senso ha tenere separate cultura e ricerca? I ministeri che se ne occupano dovrebbero essere unificati. E poi, con lungimiranza, rendiamo obbligatorio e serio lo studio dell’inglese».
Trova che in Italia si parli poco e male l’inglese?
«Scherza? In Olanda per passare l’esame di maturità devi esse-re praticamente bilingue. E conoscere le differenze tra l’accento inglese e l’americano».
Ha sentito Renzi? Il suo è più inglese o americano?
«Eheh, il premier è molto simpatico quando parla inglese».
Sulle urgenze per i Beni culturali pensavo che dicesse: «Renzi dia più denaro ai musei».
«C’è bisogno di dirlo? I fondi dei musei italiani sono poca cosa rispetto a quelli di altri Paesi. E poi ci si lamenta dell’inefficienza di alcune strutture: per farle funzionare servono investimenti».
In tempi di crisi i fondi scarseggiano.
«In Nord Europa quando ci sono pochi soldi si riduce la spesa corrente, senza interrompere le mostre e nemmeno la ricerca. Fortunatamente ci si sta attrezzando con le fondazioni. E Fran-ceschini sta provando a rendere più vantaggiosi gli investimenti in cultura. Di sicuro molti ricchissimi italiani e le grandi aziende dovrebbero fare qualcosa di più. Lo sa che l’Institut Français d’Archéologie Orientale ha lo stesso budget dell’Università di Torino? Da noi l’addetto archeologico per gli studi orientali in Egitto è stato tagliato dal governo Monti».
Tremonti dixit: «Con la cultura non si mangia».
«Mah. Per mangiare bisogna avere cura della cultura e del turismo che l’accompagna. Ogni tanto mi capitava di accompagnare studenti e professori olandesi a Roma: Fiumicino non ha l’aspetto dell’aeroporto di una metropoli. La città è sporca ed è il regno del disservizio. Ma davvero non si può fare qualcosa? C’è una hybris di fondo».
I romani sono tracotanti?
«Si cullano sul patrimonio del passato, invece dovrebbero coltivare il futuro. Qualche tempo fa ho organizzato un convegno sulle metropoli che hanno un nucleo archeologico importante. Il direttore dell’Istituto culturale olandese a Roma ha emesso il verdetto: “Nella Capitale c’è una eccessiva sacralizzazione del passato, che consola vista la miseria del presente, ma interferisce con la costruzione del futuro”».
Visti da fuori siamo pietrificati?
«Ricorda le polemiche sulla teca di Meier dell’Ara Pacis? Ecco, ci si azzuffa e ci si scorda che accanto all’Ara Pacis c’è il Mausoleo di Augusto in stato di abbandono. L’ultima volta che ci sono stato era una tana per tossicodipendenti. A nessuno è venuto in mente di tirarlo a lucido visto che quest’anno ricorrono i duemila anni dalla morte di Augusto?».
Su Augusto è stata organizzata una mostra alle Scuderie del Quirinale.
«Non è abbastanza. In Europa tutti i curatori dei musei dell’antichità sono mobilitati da più di un anno per il bimillenario di Augusto».
Roma rinnega il suo primo imperatore?
«Roma è una città splendida ma particolare. Ci sono eccellenze come il Museo etrusco di Villa Giulia o Palazzo Massimo, fuori dai percorsi turistici. E poi vedi file sterminate per l’ennesima mostra su Caravaggio».
Il direttore di un museo viene giudicato dal numero di visi-tatori che riesce ad attrarre?
«Io vorrei essere giudicato per l’insieme dell’azione museale: il bilancio, e quindi anche i biglietti staccati, la didattica, la ricerca e la sua comunicazione, la cura e la valorizzazione della collezione. Ma vorrei anche che il verdetto arrivasse da persone competenti e terze, non dai politici e nemmeno dalle persone che finanziano il museo».
Chi sarebbero queste persone competenti e terze?
«In Olanda ogni quattro anni i musei sono sottoposti a un esa-me dettagliatissimo e trasparente da parte di una commissione scientifica. Il direttore deve compilare una relazione di duecento pagine in cui spiega voce per voce che cosa sta facendo, chiarisce, tra le altre cose, dove vuole che sia il museo nei trenta anni successivi e come intende arrivarci. Diciamo che tutta l’Italia avrebbe bisogno di un esame così. Con conse-guenze annesse».
Quali conseguenze?
«La parte scura della medaglia meritocratica. Sei un bravo professore? Guadagni di più. Lavori male? Guadagni di meno e nei casi estremi… te ne vai. È un principio applicabile a tutte le categorie».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Venire a Torino».
L’errore più grande che ha fatto?
«Spero che non sia… essere venuto a Torino».
Che alternative aveva?
«Rimanere dov’ero, a Leida, e fare il curatore. Per molti anni ho pensato che fosse stato un errore non rientrare in Italia nel 2003 per concorrere a un posto di dottorato a Pavia. Mi avrebbe permesso di studiare senza dover guadagnare soldi in altri modi».
Ha fatto molti lavori mentre studiava in Olanda?
«I primi anni due contemporaneamente: tutti i giorni dalle 6 alle 8 di mattina facevo le pulizie nella facoltà di Chimica. E il sabato e la domenica ero alla reception di un hotel. Molto faticoso. Ma è stato un percorso che mi ha insegnato a lottare».
Ha figli?
«No, sono noiosissimo, vero?».
Quando ha cominciato ad appassionarsi all’Antico Egitto?
«Durante un viaggio con i miei genitori. Ero adolescente. Sono rimasto folgorato dalla tomba di Ramses e dal tempio di Abu Simbel. Molti anni dopo, a Leida, durante la prima lezione di egittologia il professore ci disse: il 99,9% di voi resterà disoccupato».
Ha un clan di amici?
«Ne cito due: Paola, un’ex compagna di classe, e Angela, che era al Collegio Ghislieri con me».
Il film preferito?
«La vita è bella di Roberto Benigni».
La canzone?
«Ascolto soprattutto musica classica. Adoro l’Aida».
Il libro?
«Se questo è un uomo di Primo Levi. Ma anche Il diario di Anna Frank. L’ho letto in lingua originale dopo tre mesi che ero arrivato in Olanda».
Il libro che darebbe in mano a un giovane per farlo appassionare all’egittologia?
«Ancient Egypt: Anatomy of a Civilisation di Barry Kemp. È un volume che dovrebbero leggere tutti».
Sa quanto costa un pacco di pasta?
«Faccio la spesa, ma butto nel carrello senza guardare. Un eu-ro?».
Circa. Conosce i confini di Israele?
«Mi piacerebbe un confine con uno Stato palestinese».

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Commenti
Diego Bonavina 8 ottobre 2014

Splendida prosa come sempre.Non capisco,però’,per quale ragione un italiano di madre lingua debba evidenziare il fatto che parli proprio la madre lingua.E’ un vezzo tipicamente diffuso in Italia anche nell’invio di un curriculum vitae.Situazione che, invece,non ho riscontrato in altri Paesi europei.Non ho mai visto un francese od un tedesco precisare,tra le lingue parlate,la propria madre lingua.Un caro saluto.

GABRIELE 10 aprile 2015

HO SENTITO PARLARE DI CRISTIAN GRECO MOLTE VOLTE AVENDO ABITATO A PADOVA 75 ANNI ED AVENDO CONOSCENZE AD ARZIGNANO. SONO FELICE CHE UN GIOVANE ABBIA POTUTO REALIZZARE IL SUO SOGNO, AUGURO A CRISTIAN LE NIGLIORI FORTUNE PERIL SUO AVVENIRE.

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