Marianna Madia (Sette – agosto 2014)

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(Testo di copertina pubblicato su Sette – Corriere della Sera,  l’1 agosto 2014).

Anno Duemila. Anno del Giubileo. La Giornata mondiale della gioventù sta per finire. Roma è una capitale spirituale. Il Papa ci ha chiamati “sentinelle del mattino”, ci ha invitati a non rassegnarci alle ingiustizie del mondo e a difendere la pace. Ci ha trasmesso forza e curiosità. Mentre stiamo lì, seduti in circolo sull’erba di Tor Vergata, carichi di quella forza e di quella curiosità, decidiamo di partire.
Passa una settimana e con Matteo, Vito, Sabrina e Niccolò ci ritroviamo sulla nave per Spalato. Sbarcati affittiamo un pulmino e per due ore percorriamo strade di confine: dalla Croazia all’Erzegovina fino alla Bosnia. Luoghi pieni di storia, che hanno visto guerre e massacri.
Ecco Medjugorje. Non so nulla dei veggenti e delle prime apparizioni della Madonna. Solo in seguito ho letto di come il regime comunista interrogò i ragazzi che avevano visto Maria, di come la polizia cercò di farli entrare in contraddizione tra loro e di come loro, seppur giovanissimi, resistettero a queste pressioni. Anche per questo penso che il più scettico dei non credenti dovrebbe convincersi che lì succede qualcosa di straordinario.
Quando arriviamo il clima è molto simile a quello della Gmg. C’è la settimana dedicata ai giovani. I due campanili, altissimi. La grande piazza che accoglie i fedeli. E decine di ragazzi. Cerchiamo un albergo e ci uniamo a un gruppo di pellegrini. Con loro cantiamo Emmanuele, la nostra canzone, e camminiamo sulla roccia per raggiungere la statua bianca della Madonna. La vita è scandita dalla presenza di Maria. Ti dicono: «Alle 17 c’è un’apparizione, alle 19 si cena…». Come se fosse la cosa più normale del mondo. Ti offrono un pasto frugale e ti indicano il cammino per assistere a un miracolo. Ma poi, quando sei lì, in realtà non ti interessa capire se è vero o no quel che si racconta. Non ti poni il problema di quanto siano credibili le apparizioni e non cerchi l’esperienza sensazionale. Entri in una dimensione di fede più forte, di consapevolezza profonda. E i bosniaci che sono lì ad accoglierti ti aiutano in questo percorso. Ti trasmettono calma, semplicità. Non sono fedeli esaltati, non vivono la presenza della Madonna come un evento straordinario. E non sentono come straordinarie nemmeno le sofferenze e i problemi che i pellegrini portano a Medjugorje. Le nostre sofferenze. Tutto rientra in un progetto di Dio e non c’è mai la sensazione della disperazione. È un po’ come un porto franco: non ci si deve mostrare obbligatoriamente cool o allegri come accade spesso in Occidente e il dolore si vive con naturalezza. Quasi con leggerezza.
Dopo il primo viaggio, a Medjugorje ho conosciuto una ragazza, Angela, detta Ange. Ora quando ci torno sono sua ospite. Parla italiano. Mi viene a prendere al porto o all’aeroporto con la sua macchina sgangherata e mi guida. Parliamo molto, ma non mi ha mai chiesto se credo o no alle apparizioni. E per quanto io possa presentarmi con le mie contorsioni mentali da occidentale lei, con la sua semplicità, mi contagia.
Sono tornata in quel paesino bosniaco altre quattro volte. E lo considero “il viaggio”, anche perché il luogo e le persone ti trasmettono qualcosa che va oltre la semplice umanità. La seconda volta è stata quando ho saputo che mio padre stava molto male. Poi, ancora, quando è mancato. E ancora, tre anni fa, quando sono rimasta incinta di mio figlio Francesco. Non ho mai sperato nel miracolo, non ho mai pensato che papà sarebbe guarito grazie alle mie preghiere e non mi volevo certo ingraziare Maria per avere un buon parto. Ma quello è il luogo giusto per affrontare i misteri della vita, una nascita e una morte. Da lì non sono mai tornata a mani vuote e a differenza di qualunque altro viaggio mi è sempre venuta voglia di tornarci.
Testo raccolto da Vittorio Zincone

Categorie : interviste
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