Philippe Daverio (Sette – maggio 2014)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, il 23 maggio 2014)

Con la sua trasmissione Passepartout ha battuto ogni angolo d’Italia. È andato a scovare affreschi sgargianti e canne d’organo roboanti nelle più sperdute chiesette del Paese. Philippe Daverio, 64 anni, è uno storico dell’arte e divulgatore errante. Il farfallino sempre stretto intorno al collo e la erre ben arrotata.
Lo incontro nella sua abitazione meneghina. Ci sono libri e cataloghi d’arte ovunque, qualche busto di marmo sparso qua e là, il computer sempre acceso. Sta scrivendo un libro sull’estetica della modernità. Tic, tic. Sul suo schermo compare un’auto: «È degli anni Trenta. È una Talbot. Una meraviglia». Digita sulla tastiera anche mentre risponde alle domande sul “museo diffuso”, cioè i capolavori nostrani sparsi su tutto il territorio nazionale. Tic, tic: «Guardi, questa è Craco, in Basilicata. È un paesino terremotato che andrebbe restaurato. Sa-rebbe un borgo perfetto per creativi. Osservi bene, intorno non c’è nemmeno una villetta di quelle costruite dai geometri».
Nella stanza accanto alla nostra un gruppetto di persone lo attende per un incontro. Una suona il piano. Lui ascolta a distanza e commenta: «Brava! È Satie». Mi spiega che sono lì per proporgli un progetto musicale legato all’Expo. Chiedo: «È scoppiata una nuova Tangentopoli?». Sbuffa: «Ma no. È la tradizione locale. Cucina casalinga e mazzette. Senta senta… Ora sta suonando Wolfgang Amadeus Mozart». Daverio pronuncia ogni nome o parola straniera in modo impeccabile. Gli chiedo quante lingue conosca. Prima elenca le cinque principali europee e poi srotola l’elenco dei dialetti: «Veneziano, alsaziano, milanese e svizzero tedesco».
Qualche sera fa Daverio era in tv, su La7, e davanti a un Maurizio Landini attonito ha detto che l’Italia non avrebbe dovuto aprire stabilimenti industriali nel Meridione: «È stato un tentativo fallito di creare una classe operaia dove non c’era. Ora si dovrebbe lavorare per fare della Penisola la California d’Europa». Partiamo da qui.
Chi parla di Italia californizzata generalmente viene deriso.
«Perché nessuno qui ha un progetto per il Paese che vada oltre il prossimo biennio. Nessuno immagina l’Italia fra trent’anni. In realtà non c’è più nemmeno una élite che abbia la credibilità per farlo. E così continuiamo a considerare i nostri tesori e i nostri beni culturali come elementi geografici da sfruttare».
Elementi geografici?
«Sì, roba che il passato ci ha donato, che sta lì, ma non ne capiamo il destino. Lasciamo il Colosseo in balia dei finti centurioni, Pompei in mano ai venditori di arance e Piazza Armerina sotto l’assedio delle bancarelle. In Italia funzionano solo le quattro F: food, fashion, furniture e Ferrari. E senza eccessivi aiuti statali. La macchina dei beni culturali, invece, è spiaggiata: abbiamo un patrimonio superiore a quello di tutto il resto d’Europa e spendiamo un terzo della Francia. Meno di un quarto della Germania».
Ha una soluzione?
«Certo. In centocinquanta anni l’Italia ha dimostrato di non saper accudire i suoi tesori. Quei luoghi sono o no la culla della civiltà europea?».
Lo sono.
«E allora chiediamo il commissariamento europeo dei nostri beni culturali. Se ne occupi una Authority continentale».
Scherza?
«Bisogna avere il coraggio di accettare i propri fallimenti».
Un’alternativa meno dolorosa?
«Sensibilizzare, comunicare, organizzare…».
Parole, parole, parole…
«Io ci ho provato con le mie trasmissioni. Ho pure organizzato un movimento: Save Italy. Facciamo blitz situazionisti per svegliare le popolazioni».
Blitz situazionisti?
«La Regione Lazio ipotizza una discarica accanto a Villa Adriana? E noi andiamo lì col megafono a protestare. Il problema è che in Italia non c’è ancora un movimento d’opinione forte che faccia capire a tutti che i piccoli paesini diroccati, le chiese sperdute, i musei abbandonati in realtà sono lo scheletro della nostra identità e potrebbero essere la nostra risorsa principale. Restaurare e valorizzare il passato sarebbe il modo per costruire il presente e immaginare il futuro. Ma insomma… Siamo anche il Paese col potenziale turistico più incredibile, che ha abolito con un referendum il ministero del Turismo. Astuti, no?».
Dovrebbe essere ripristinato?
«Turismo e Beni culturali dovrebbero intrecciarsi. Ci vorrebbe più partecipazione diffusa».
Cioè?
«I privati dovrebbero avere più voglia e più possibilità di aiutare i beni culturali».
Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, ci sta lavorando. Ci saranno più agevolazioni fiscali per chi investe in cultura.
«Franceschini è un uomo di buona volontà. E, aspettando un mutamento di mentalità da parte di tutti gli italiani, ben venga ogni azione agitatoria».
Franceschini ha pure annunciato di voler fare uscire l’Aeronautica dalla Reggia di Caserta per restituirla interamente alla sua funzione museale.
«Ma la Reggia non è mai stata nemmeno terminata. Quel sogno megalomane dei Borboni è rimasto per metà grezzo. Per questo c’è l’Aeronautica. Mi sono intrufolato più di una volta con le telecamere di Passepartout. A me sembrerebbe già tanto se riuscissimo a frenare i crolli in corso».
Qual è il luogo più straordinario e meno conosciuto d’Italia che ha incontrato durante le sue avventure televisive?
«Santa Caterina d’Alessandria. Una chiesa di Galatina, in Puglia. C’è una delle articolazioni pittoriche del ’300 e ’400 più ricche d’Europa. Perché un luogo così non è una meta leggendaria per i turisti? È a questo che dovrebbe pensare il ministero dei Beni culturali».
Il luogo più romantico?
«L’isola Bisentina sul lago di Bolsena».
Il Museo più sgarrupato?
«Il Museo Archeologico di Taranto. Se fosse conservato meglio, sarebbe straordinario. O quello di Palermo. Un posto magico, se solo funzionasse! Il passaggio alla modernità di molti luoghi d’arte del Meridione è stato complesso».
Qualche sorpresa positiva nel mondo dei musei l’ha incrociata?
«In Piemonte. Il sistema delle regge è ben gestito».
Così sembra che al Sud vada tutto male e la speranza fiorisca solo al Nord.
«No, no. La catastrofe non è un fenomeno meridionale: crollano meraviglie anche a Colorno, vicino Parma. Sono tenute malissimo le ville di Mirabello e di Mirabellino nel parco di Monza. L’unica cosa in cui l’Italia è davvero unita è il disastro dei Beni culturali».
Lei quando ha cominciato a occuparsi d’arte?
«All’inizio degli anni Settanta».
Che studi ha fatto?
«Economia e commercio, alla Bocconi… In realtà avrei voluto frequentare l’Ena, l’alta scuola di amministrazione francese».
Come mai?
«Sono nato a Mulhouse, in Alsazia. Poi la mia famiglia si trasferì nel Varesotto, luogo d’origine di mio nonno, dove mio padre aveva fatto alcuni investimenti immobiliari. A diciotto anni andai a Milano».
In pieno Sessantotto.
«Si andava all’università per discutere di Marx, non per fare gli esami. Non mi sono mai laureato».
Era gruppettaro?
«Aderivo al Movimento Studentesco. Con me c’erano Sergio Cusani, Renato Mannheimer e Alessandro Leipold. Siamo ancora amici».
Fin qui di arte ce n’è poca.
«In quegli anni mio fratello Paul si mise a fare il mercante d’arte. Mi accodai e dopo un po’ aprii la mia galleria in via Montenapoleone».
Che tipo di arte vendeva?
«Liberty e Art déco. Negli anni Ottanta… De Chirico».
Perché ha smesso di fare il gallerista?
«Per passione politica».
Le cronache raccontano il fallimento dello spazio che gestiva.
«È avvenuto quando ormai non me ne occupavo più. Nel 1993 Marco Formentini mi chiamò per fare l’assessore alla Cultura».
Formentini era con Bossi. Lei è stato prima comunista e poi leghista.
«Io sono sempre stato giacobino. Nella Lega intravedevo una pulsione rivoluzionaria. In realtà è diventato un movimento drammaticamente conservatore».
Ora chi vota? Il Movimento 5 Stelle?
«No, Grillo e Casaleggio, i due a pelo grigio e lungo, sono terribili. Oggi gli unici rivoluzionari sono gli europeisti, ma ne sono rimasti quattro in circolazione».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Decidere di fare l’università in Italia e non a Parigi».
L’errore più grande che ha fatto?
«Decidere di fare l’università in Italia e non a Parigi?».
Il film preferito?
«La passione di Giovanna d’Arco di Carl Theodor Dreyer».
Il pezzo musicale?
«La 111 di Ludwig van Beethoven».
Il libro?
«La crocifissione in rosa. Sexus. Plexus. Nexus, di Henry Miller».
Quale parola aggiungerebbe alla Costituzione?
«Ipocrisia: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sull’ipocrisia».

@vittoriozincone
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Categorie : interviste
Commenti
Diego Bonavina 6 giugno 2014

Impeccabile e avvincente come sempr lo stile di Zincone.Le domxxe

Diego Bonavina 6 giugno 2014

Lo stile di Zincone e’ impeccabile ed elegante come sempre.Le domande non sono mai ovvie e telefonate ma sempre puntuali e conferenti agli argomenti di trattazione.

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