Giuliano Poletti (Sette – aprile 2014)

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(Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera, il 25 aprile 2014).
Mantiene il tono bonario dei racconti sulle vacanze in camper e sulle serate con Raul Casadei, anche quando deve replicare alle critiche più ruvide piovute sui suoi provvedimenti. Giuliano Poletti, 62 anni, romagnolo, ex boss della Legacoop, ministro del Lavoro, è un fiero comunista italiano… contestatissimo dalla sinistra. Lo incontro nella stanza del suo dicastero. Alterna aneddoti campagnoli a teorie sul comunitarismo del Terzo millennio. La esse si scioglie mentre pronuncia il nome della micro frazione di Imola dove è cresciuto: Spazzate Sassatelli. Da bambino era sia chierichetto sia diffusore dell’Unità: guareschianamente un po’ don Camillo e un po’ Peppone. Da adulto, nel 2013, è riuscito a rendere politicamente concreta questa sintesi dando vita all’Alleanza delle cooperative: un mastodontico matrimonio tra coop rosse e bianche. Ora, da ministro, ha l’ambizione di evitare il divorzio tra il blairismo-renziano e la tradizione sindacalizzata del centrosinistra italiano. Appena è spuntata la sua proposta di moltiplicare senza giustificazione fino a otto volte il numero di contratti brevi rinnovabili in 36 mesi, una parte del suo partito, il Pd, ha cominciato a bersagliarlo. Il Manifesto lo ha definito “un Sacconi pacioccone”.
Molti considerano il suo decreto “precarizzante” rispetto alla legge Fornero.
«C’è stata un’opposizione politica: si pensa che una norma possa automaticamente produrre un comportamento virtuoso».
Non è così?
«No. So bene che “esteticamente” la legge Fornero era più bella della mia. Ma gli effetti quali sono stati? Gli imprenditori, temendo di vedersi imporre un’assunzione a tempo indeterminato dai giudici, hanno chiuso i rapporti di lavoro dopo 8/9 mesi dalla firma del contratto e hanno cambiato dipendente. Io sono pragmatico: invece di sei dipendenti diversi, cerco di far restare una sola persona nello stesso luogo di lavoro per 36 mesi».
Già, ma quella persona poi potrà essere cacciata.
«Questo già accadeva. E dopo un periodo di lavoro inferiore».
Non le pare strano aver ricevuto elogi sperticati da Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro ai tempi di Berlusconi?
«No. Ho un’idea precisa di quel che voglio fare. Non mi turba certo la provenienza degli applausi».
Quando lei è stato nominato ministro, La7 ha intervistato un’ex dipendente delle coop che era stata licenziata dopo 27 contratti precari.
«Non conosco il caso, ma nel mondo cooperativo il 90% dei dipendenti è assunto a tempo indeterminato. E sia chiaro: false partite Iva e CoCoCo fasulli sono illegali e vanno contrastati».
Sono illegali anche i contratti dei ragazzi dei call center che prendono due euro e mezzo all’ora?
«È una retribuzione intollerabile. Questo ministero deve combattere certi abusi. Una delle cause della crisi è proprio l’ingiusta distribuzione della ricchezza tra quelli che contribuiscono a produrla».
Adriano Olivetti diceva che i manager non devono guadagnare più di dieci volte lo stipendio base di un lavoratore.
«Sono d’accordo sul mettere un tetto e introdurre una relazione tra il trattamento economico di un lavoratore e lo stipendio del vertice aziendale. Aggiungo: una maggiore partecipazione dei lavoratori alle responsabilità dell’impresa produrrebbe una migliore distribuzione della ricchezza».
I lavoratori dovrebbero partecipare anche agli utili?
«Dovrebbero avere un ruolo attivo e partecipare alle decisioni. Il modello dei rapporti conflittuali tra lavoratori e imprenditori è tramontato. Ora servono partecipazione e collaborazione».
È sicuro che se si realizzasse questo proposito gli imprenditori non fuggirebbero all’estero, delocalizzando ancora di più?
«Non sono disposto a far restare in Italia le imprese a ogni costo. Se hanno intenzione di danneggiare lavoratori, territorio e ambiente possono andare altrove».
Poletti, molti considerano il suo decreto fatto apposta per attirare imprenditori che esigono lavoratori precari.
«Chi lo pensa è poco intelligente. L’Italia non guadagna competitività massacrando il lavoro. E noi italiani dobbiamo riappropriarci di un’idea positiva del fare impresa, anche smettendo di pensare all’imprenditore solo come a uno sfruttatore».
Tra qualche giorno è il Primo Maggio.
«La festa dei lavoratori. Ecco, il giorno in cui diventerà anche la festa dell’impresa avremo fatto tombola».
Non credo che Susanna Camusso, leader della Cgil, sarebbe d’accordo. Tra l’altro non è un’estimatrice del suo decreto.
«Credo sia in buona fede. Vuole difendere i più deboli. Difende un mondo che vede in pericolo».
L’ex ministro Fornero ha dichiarato che state “piallando” il sindacato.
«Ma no. Però bisogna elaborare una nuova idea di futuro. Abbiamo sbagliato tante volte per paura di sbagliare. Ora ci dobbiamo prendere dei rischi».
Rischi. Il suo collega di partito Pippo Civati chiede: perché fare un decreto “precarizzante” prima del Jobs Act, il disegno di legge complessivo sul lavoro?
«Perché non stiamo mettendo a punto un ritocco marginale, ma un cambiamento radicale delle politiche del lavoro. E ci vuole tempo».
Introdurrete il reddito di cittadinanza?
«Immagino soprattutto un sistema in cui nessuno resti a casa. La mia idea è che tu devi restituire alla comunità qualcosa di quel che la comunità ha dato a te».
Non succede già pagando le tasse?
«Eh no! Bisogna superare il meccanismo per cui il singolo produce ricchezza, lo Stato ne prende una parte con le tasse e da quel momento liberi tutti. Vorrei che uscissimo dal modello dell’individualismo cinico e di massa, per scegliere la partecipazione responsabile».
Ha avvertito Renzi di queste sue intenzioni?
«Certo. Se faccio il ministro è proprio perché gli ho parlato della mia idea di economia sociale e solidale in cui la società non è la somma di comportamenti individuali, ma è una comunità fatta di altre comunità».
Come si costruisce il senso di comunità in un Paese in cui gli individui sembrano sempre più abbandonati a se stessi?
«Con l’esempio di chi governa. E anche se può apparire una contraddizione… con le leadership. Le comunità si riconoscono in un leader. Il leader è quello che fa succedere le cose e dà il senso della comunità».
Renzi…
«Ha queste caratteristiche. Ma se devo pensare a un’immagine più semplice, mi viene in mente mio nonno».
Era un leader?
«Aveva la responsabilità di tenere vivo il fuoco. Si svegliava prima di tutti. Si accendeva la pipa prendendo con le mani dei piccoli tizzoni ardenti. Stavo ore a osservarlo».
Mi racconta la sua infanzia?
«I miei genitori erano mezzadri. Quando il proprietario veniva a prendersi i frutti della sua terra, la moglie regalava a noi bambini un pacchetto di Pavesini. Era una festa. In casa tra zii, nonni, cugini… eravamo in sedici. E non ricordo di qualcuno che non facesse qualcosa per gli altri».
Ospite delle Invasioni barbariche lei ha raccontato che dava da bere alle mucche e che una volta, a sei anni, non le andava di lavorare, e suo padre le disse «stasera puoi dare da bere alle mucche senza voglia».
«Non partecipare alle attività di famiglia non era contemplato».
Chi si rifiutava veniva punito?
«Non era una questione di punizione. Ognuno si rendeva utile. Ricordo di essere stato punito una sola volta con una cinghiata su una gamba, perché io e mio cugino facevamo troppo casino con delle balle di fieno».
La prima tessera della Fgci, i giovani comunisti italiani.
«Non sono mai stato iscritto alla Fgci. C’era il Sessantotto».
Il fiero piccista Poletti da ragazzo era gruppettaro?
«La mia famiglia era tutta del Pci. Mio zio era il segretario della sezione di Spazzate. Trovai il modo di esprimere il mio dissenso adolescenziale».
Come?
«Spacciandomi per repubblicano».
Sacrilegio.
«Quando lo venne a sapere mio zio andò da mio padre a protestare: “Gira voce che Giuliano stia con La Malfa”. Mio padre gli rispose: “Ma no. Dove pensi che vada… è come tutti noi”. Finite le superiori mi iscrissi al Partito».
Che studi ha fatto?
«Dopo il diploma da perito agrario, mi iscrissi a Medicina, per seguire una morosa».
Cherchez la femme.
«Quando mia madre lo venne a sapere si mise a piangere: “Farai qualche pasticcio, qualche paziente starà male e io soffrirò”».
Non le dava grande fiducia.
«No. Dopo essermi iscritto a Medicina, venni a sapere che la Cooperativa stava cercando un tecnico agricolo e allora mi presentai al colloquio».
Come andò?
«Non feci nemmeno in tempo ad aprire bocca che uno dei componenti della commissione disse in dialetto: “Questo ha una faccia che non sbaglia. Lo prendiamo”. Sapevano che ero figlio di mio padre e lì il nome Poletti era una garanzia».
Immagino la gioia di suo padre.
«Mi accolse dicendo: “Ma come… io avevo fiducia nelle cooperative e quelli prendono te che non capisci nulla di agricoltura?”. Poi però mi diede molti consigli e per quattro anni girai con la mia R4 per le campagne aiutando contadini e allevatori».
Il suo primo incarico politico?
«Consigliere comunale di Imola. Elezioni del 1975. In quel periodo non ero molto impegnato politicamente. Ma ero un candidato ideale: giovane, tecnico agricolo, figlio di contadini. Non mi andava, ma quelli della mia frazione, che non avevano un consigliere dai tempi della guerra, insistettero perché mi presentassi».
È vero che negli anni Ottanta, quando era segretario imolese del Pci, faceva anche lo speaker alle tombole della Festa dell’Unità?
«Certo. Per indole personale e servizio alla comunità. Come quando mi svegliavo all’alba per accompagnare col pulmino la squadra di pallamano di Mordano in trasferta in Friuli».
Lei è un grande appassionato di pallamano.
«I miei due figli hanno vinto parecchi titoli».
Quando nel 2013 Pier Luigi Bersani le chiese di candidarsi alle Politiche, lei rifiutò.
«Stavo portando a termine l’Alleanza delle cooperative italiane».
Comunità. È vero che ha già prenotato la piazzola a Pinarella, per la tradizionale vacanza estiva in camper?
«Certo. Il posto accanto ai miei amici Maria e Dino».
Qual è la scelta che le ha cambiato la vita?
«Decidere di smettere di fare il segretario cittadino del Pci. Era appena morto mio padre. In quel momento ho anche rifiutato di fare il sindaco di Imola e ho deciso di tornare a fare il tecnico agricolo. Ero presidente di un ente per la sperimentazione vinicola. Quelli del partito mi dissero: “Ti abbiamo insegnato per venti anni come si campa e ora vorresti andare a riposare all’ombra di una vigna?”. Mi proposero la presidenza della Legacoop della zona».
Il suo film preferito?
«Sono innamorato di Sacco e Vanzetti».
Il libro?
«Fata Morgana d’amore di Rivera Letelier Hernán. Mi piace tutta la letteratura latinoamericana».
Sa che cosa dice l’articolo 139 della Costituzione?
«Non lo so».
È quello per cui non si può modificare la forma repubblicana. La parola che aggiungerebbe alla Costituzione?
«Amore».

Vittorio Zincone
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Categorie : interviste
Commenti
Diego Bonavina 29 aprile 2014

Brillante intervista.Stile fluido ed impeccabile come sempre caratterizzante la prosa di Vittorio Zincone.

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